Università di Siena: il conflitto d’interesse per il personale contrattualizzato è norma da applicare, per i docenti rientra tra i principi generali di comportamento

Altan-criccaFigli di un dio maggiore

USB P.I. Università di Siena. Scriviamo questo comunicato all’attenzione dell’intera Comunità, e in particolare ai componenti del Senato Accademico. Oggi, infatti, sarà portato in approvazione il codice di comportamento dei dipendenti dell’università di Siena. Il DPR 62/2013 prevede che tutte le pubbliche amministrazioni adottino dei codici di comportamento; vi è anche un’agenzia nazionale di riferimento, cambia spesso nome, CIVIT, ANAC, (forse oggi ha già ricambiato nome), che ha emanato delle delibere in proposito. Un anno fa fu avviato il percorso partecipativo sulla stesura del codice rivolto a tutti i componenti della nostra comunità. Il DPR di riferimento, infatti, prevede che ognuno scriva le proprie regole, fatto in modo intelligente, sarebbe corretto. La RSU rispose di comune accordo con le sigle avanzando delle proposte. Queste furono accolte dall’Amministrazione, in modo quasi totale. In sostanza, cosa era stato proposto? Trattandosi di una università ci si rendeva conto che si doveva scrivere un codice calato sulla realtà specifica dell’Ateneo. Il codice andava applicato a tutti pur tenendo conto degli status giuridici differenti, personale contrattualizzato e non. Era stato trovato un modo per far tornare tutto e dobbiamo dire l’Amministrazione stessa aveva accolto l’impostazione che cercava di applicare le regole a tutti.

Vi sono dipendenti con status giuridici differenti, vero, ma pur sempre tutti dipendenti dello Stato. Se è normato il conflitto d’interesse all’interno dell’Università di Siena, non si può sostenere che per i dipendenti contrattualizzati è norma, e si applica, mentre per i dipendenti non contrattualizzati sono principi generali di comportamento! Principi generali? Di cosa stiamo parlando, cioè si va nelle piazze a manifestare quando i conflitti riguardano gli altri, ma quando poi si tocca l’interesse personale ecco che scappa fuori lo status giuridico? Per favore, in questa fase storica in cui si stanno, a fatica, cercando di abbattere privilegi anacronistici, c’è ancora chi ritiene corretto sostenere che i conflitti si regolano in modo differente? Cioè per qualcuno si regolano e per altri, di fatto, no. Ebbene sì, il Nucleo di valutazione (NdV) propone questo, e oggi chiede al Senato di avallare questa tesi. Si sa, i docenti, dipendenti pubblici, sono figli di un dio maggiore, per loro le regole, che valgono per gli altri, sono principi generali.

Il punto del conflitto d’interesse è importante perché era stato costruito un sistema che nella valutazione dello stesso tenesse conto dei diversi ruoli, quindi iter di intervento e controllo differenti. Il NdV però questo non lo accetta e dice che è il codice etico dell’Ateneo a disciplinare la materia, e che non c’è bisogno di prevedere iter specifici sulla gestione del conflitto di interesse, ma basarsi sulle linee generali previste dal codice etico. Forse però si dovrebbe sapere che la delibera 75/2013 della CIVIT prevede che il codice etico venga ricompreso, di fatto scomparendo, nel codice di comportamento, e che si prevedano iter precisi! Tutto questo però si fa finta di non saperlo. Il codice etico dell’Ateneo approvato nel 2011 deve essere incluso nel codice di comportamento!

Il Senato oggi è chiamato a prendere una decisione delicata lo dice anche il NdV, nel documento che ha presentato. Nell’ultimo paragrafo, nel trasmettere il proprio parere agli organi di governo, per la delicatezza della questione, ritiene debba prestare attenzione alla materia anche l’organo rappresentante del personale docente. Quale sarebbe tale organo? Non ci risulta, esista, un organo del genere nell’Ateneo. Quanto fa paura che il conflitto d’interesse venga normato? Invitiamo il Senato accademico a riflettere bene sul segnale che si vuole dare rispetto alla trasparenza delle funzioni della Pubblica Amministrazione, tutti ne rispondiamo, non esistono figli di un dio maggiore.

Il buco dell’Università di Siena è stato coperto con i soldi dei cittadini facendo pagare due volte lo stesso immobile

Le-Scotte

Da un articolo sulla riorganizzazione delle Asl in Toscana, pubblicato da “Il giunco.net(il quotidiano della Maremma), si riporta il passo riferito alla vendita dell’Ospedale Le Scotte, messa in atto per coprire parte del buco dell’Università di Siena.

Sanità: «Facciamo un’area vasta con Siena a Val di Cornia»

Gianfranco Chelini (segretario provinciale del Centro democratico di Grosseto). (…) È un guardare all’indietro la spinta neocentralizzatrice regionale, anche sulla sanità, che vede Firenze raccogliere tutte le eccellenze sul proprio territorio finanziata dai cittadini delle altre Province toscane. Basti ricordare che il buco dell’università di Siena è stato coperto con la vendita dell’Ospedale delle Scotte alla Asl di Siena con un costo di centocinquantamilioni di euro. In disparte la circostanza poco elegante di far pagare con le tasse dei cittadini due volte lo stesso immobile, ricordiamo che questi fondi sono stati tolti dal fondo sanitario regionale impoverendo così le altre Asl, cosa già successa per coprire il “grande buco” di Massa Carrara. (…)

Università di Siena: alla ricerca del senso del ridicolo perduto

DatiUnisi2015

Grande soddisfazione del rettore dell’Università di Siena per le 213 matricole del 2014/2015 – crollate a 86 l’anno prima – nei corsi di laurea aretini in Lingue per la comunicazione interculturale e d’impresa e in Scienze dell’educazione e della formazione. Ovviamente, com’è suo stile, il “magnifico”, così loquace nel commentare segnali poco significativi, non dice nulla sul dimezzamento delle immatricolazioni in dieci anni e sulle reali condizioni dell’Ateneo.

Il numero dei docenti è sceso a 755 unità (costo: circa 65 milioni di euro), mentre quello del personale tecnico-amministrativo e dei collaboratori ed esperti linguistici (Cel) è pari a 1.068 unità (costo: circa 39 milioni di euro). Al 31 dicembre 2014, mancano all’appello 50 docenti, rispetto all’evoluzione fornitaci dal rettore che, alla stessa data, ne prevedeva 805: e certamente non saranno state tutte morti premature. Silenzio sul rapporto docenti/tecnici-amministrativi che, oggi, risulta pari a 0,72.

Con Riccaboni il numero degli studenti è crollato da 18.088 dell’A.A. 2011/2012 a 14.524 dell’anno corrente. La decisione di mantenere per l’università di Siena, unica sede in Italia, l’accesso libero a Farmacia, Chimica e Tecnologia Farmaceutiche (CTF), Biologia – in assenza dei requisiti minimi di legge (numero di docenti, risorse strumentali e logistiche) – ha portato alla distruzione di tali corsi di laurea, fiore all’occhiello del nostro ateneo. Gli studenti hanno pagato profumatamente le tasse per un servizio che l’Ateneo non poteva assicurare. E così, tutta l’operazione è servita per far cassa e per titoli reboanti sulla stampa locale, nell’ottobre 2011: «Mille studenti in più, ricaduta economica per tutta la città»; «Immatricolazioni alle stelle; clamorosa impennata»; «Vola il mercato degli affitti».

Articolo pubblicato anche da:
Il Cittadino Online (23 gennaio 2015) con lo stesso titolo.
Bastardo Senza Gloria (24 gennaio 2015) con il titolo Lo stato delle cose: riceviamo e pubblichiamo per i nostri lettori l’analisi di Giovanni Grasso.

A Sienne la Culture c’est moi

Riccaboniridens1Una buona notizia: verso gli “stati generali” della cultura!

Mario Ascheri. Entro un mare di notizie certo non esaltanti (MPS, Fondazione MPS e Chigiana, SMS, Università degli Studi, Aeroporto ecc.) e di chiacchiere soporifere sulla cultura in cui si sono distinti alcuni politici in questo inizio d’anno, è intervenuto anche un annuncio notevole. L’assessore Vedovelli ha previsto entro febbraio gli stati generali della cultura cittadina. Bene, benissimo. Bisogna arrivarci preparati affinché non sia un’occasione perduta e perciò sono sicuro che l’assessore starà pensando a scadenzare qualche fase precedente in modo che i partecipanti arrivino con idee chiare e concrete.

Banale ma forse non inutile precisare che la cultura è cosa diversa dal turismo, che ha o può avere tante implicazioni culturali ed economiche ma che di per sé non implica sviluppo culturale per chi lo fa e per chi ne fruisce i benefici. Se vado al mare in Sicilia, stando sempre al sole o in acqua ignorando tutto della cultura locale con i pop corn e la coca cola, ne ritornerò abbronzato e rilassato ma senza neppure un briciolo di maggior cultura, neppure gastronomica. Neppure visitando qualche museo o mostra è detto di per sé che la cultura personale se ne avvantaggi se la visita è fatta senza certe “basi” e la necessaria “assistenza” di letture o ascolti ecc. Il crollo della lettura di libri è avvenuto contestualmente all’aumento del turismo per spettacoli, concerti, mostre e città d’arte: nuove forme di consumismo? Passeggiare sulla Francigena quando fa “crescere” culturalmente? Ormai basta usare intelligentemente dell’enorme, incredibile patrimonio caricato sul web (a parte anche le tante oscenità) per divenire dotti di musica e arte, teatro e poesia, storia, diritti umani, economia e quant’altro. Andare all’inaugurazione di una mostra o a un evento pubblico è un fatto sociale sempre (un tempo anche molto eno-gastronomico a Siena), che può anche essere culturale. Ma non è affatto pre-detto per il singolo partecipante…

Ciò premesso, di fronte a una comunità l’ente pubblico locale per definizione, il Comune, per lo sviluppo culturale deve occuparsi delle strutture e dei temi nodali, che spesso il privato non cura perché non vi vede utilità o profitto. Non si deve né può sostituire al privato individuale o associato, terreno in cui Siena ha una realtà fantastica, dalle contrade con le loro società alle tante associazioni di settore (anche quelle sportive fanno cultura, sia chiaro), ai club, alle accademie (almeno 3 attivissime), alle fondazioni. Soprattutto a Siena il Comune ha davanti uffici ed enti statali come le scuole di ogni ordine e grado, le Soprintendenze, l’Archivio di Stato e le due Università, o grandi enti storici come l’Opera del Duomo.

Di fronte a tanto bendidio a Siena si può solo fare una selezione, un inventario delle priorità, cominciando con il dare il buon esempio. E curare il proprio patrimonio, formale (museo civico, chiese comunali come S. Agostino, SMS, la fortezza ecc.) e storico (come le mura), cosa che non sempre avviene, o non avviene in misura decente. Ma come sito Unesco il Comune ha anche l’obbligo di vigilare più del “normale” su tutta l’area entro le mura più ampie, del Tre-Quattrocento, per cui se una chiesa è trascurata dal proprietario dovrà intervenire (penso ora a S. Giorgio, a S. Salvatore ecc.), così come per le porte cittadine e le fonti talora ritenute private le une e le altre (è tema discutibile ma non seriamente discusso). Che l’area retrostante del SMS o i suoi portali, ad esempio, siano così mal ridotti è scandaloso perché dà l’idea di un ente che ha smarrito il buon senso oltreché quello delle priorità.

Prima di tutto quindi il patrimonio, compreso quello mobile, di arredi, monete antiche, medaglie fino ai quadri sparsi qua e là. In questo senso mi si consenta di segnalare come priorità “sostenibile” la liberazione dagli uffici dei locali di Palazzo pubblico con evidenze artistiche o architettoniche. Finché era una necessità si potevano tollerare, ma ora che i dipendenti comunali diminuiscono e si sono liberati spazi (caserma vigili) e altri si stanno per svuotare, pare (palazzo del Governatore, detto della Prefettura/Provincia), la giustificazione non c’è più. Aprire tutto il Palazzo pubblico non è un’idea di grande rilievo culturale (e turistico) da ampiamente pubblicizzare? Anche perché il Palazzo si può corredare di quella informazione visiva o digitale che fa entrare direttamente nella storia della città, dal Trecento ai giorni nostri! Non si può fare in economia una operazione del genere?

Altra operazione di altissimo rilievo culturale (e anche turistico e promozionale di prim’ordine per l’azienda) sarebbe la sistemazione del patrimonio artistico della Banca: perché non con solenne donazione al Santa Maria? Quale boom più grande si può pensare sui media internazionali? Il trasferimento della Pinacoteca è tutt’altro che vicino. Questa invece è realizzazione relativamente rapida che peraltro aiuterebbe non poco la ripresa di immagine di cui la Banca ha tanto bisogno. Altro intervento prioritario per il Comune non è il lavoro qualificato nei beni culturali? Ebbene, in attesa del nuovo Louvre (ancora molto indistinto, checché si dica, e lo sarà anche dopo l’intesa di fine mese con la Fondazione MPS, temo) non si potrebbe iniziare la scuola e laboratorio di restauro di cui si è sempre parlato? Non darebbe lavoro a docenti e subito dopo agli allievi a Siena e fuori? E non sarebbe il modo migliore per verificare nel concreto una positiva sinergia del Comune con le due Università, lo Stato e la Regione? Si parla di realtà problematiche da questo punto di vista (come la Chigiana) e si trascura quello che è quasi a portata di mano.

Le due università nei discorsi sulla cultura sono state quasi ignorate, prima dal miraggio Capitale e ora di nuovo dal miraggio SMS. Il Santa Maria, sia chiaro, potrà giovarsi e ospitare parte dell’Università ma non sostituirne certe funzioni. Non è un terreno tutto da arare, anche tenuto conto che l’Università tradizionale ha avuto un crollo delle iscrizioni a quanto pare più accentuato che altrove? Si dirà che l’Università non si è fatta viva per tanti anni. Se non ha saputo riflettere per nulla sulla crisi della città (si sveglia ora con singolare originalità per Charlie!) come può dare un contributo alla rinascita della città? L’Università per Stranieri sta maturando un diverso atteggiamento (e l’assessore giova senza dubbio), ma è il Comune che ha il dovere di pungolare un ente di quella importanza se non riprendere il suo ruolo storico per Siena e il suo territorio. Accademia Chigiana, Siena Jazz e Istituto Franci hanno problemi diversi, ma anche del loro futuro si deve parlare per il benessere culturale (ed economico) della città nel nuovo quadro di sostenibilità economiche con cui abbiamo a che fare. Ma avendo presenti le diverse scale dei problemi.

Basti questo per richiamare sommessamente a fare ordine. Chiarite le premesse, si potrà fare un discorso sul ruolo del Comune in campo culturale a Siena. Ma senza confondere il quadro con le cornici. Il rischio si corre eccome, perché la crisi della politica ha da tempo investito anche la cultura (e ne è un aspetto). Nel Paese, ma ancor più a Siena per la diffusa corruzione (morale, quando non criminale) dilagata per anni: anch’essa un problema enorme tutto culturale (anche) che non si ha la forza di affrontare.

Non sarà che si sia deviata volutamente l’attenzione con le varie chimere delle Capitali (perché i rapporti internazionali della CEC vanno persi?) e ora degli spropositati e onnivori orizzonti del SMS (sul quale un approccio in http://www.sienatv.it/web/podcast.html?task=videodirectlink&id=633)?

I portualli dell’università di Siena e la perdita del senso del ridicolo

EnricoVaime

Enrico Vaime. La storia che nessuno ci ha raccontato, ma che abbiamo dedotto con l’imprecisione dell’immaturità, dai fatti incomprensibili ai quali abbiamo assistito. Brandelli di storia, tratti dai ricordi di un figlio della lupa che non riuscì a diventare balilla e che oggi mi ricompare nella sua immagine più grottesca e nella sua più vistosa carenza: in quegli anni un popolo conosciuto come arguto, acuto, di vivace temperamento, perse del tutto uno dei sensi grazie ai quali un Paese può salvarsi, almeno dal punto di vista culturale: il senso del ridicolo.

Eccola la tabe più vistosa.

Accantonammo quello spirito che alcuni ci avevano forse troppo generosamente attribuito. La Storia che ci cascò addosso ci trovò (noi così portati alla indisciplina creativa, al temperamentalismo individuale quasi patologico) intruppati con gente e idee che accettammo per pigrizia mentale (e per scarsa cultura, certo).

E quando – tardivamente – cercammo di defilarci, pagammo un prezzo alto che non avevamo previsto. Eravamo – in quegli anni lontani – dei “portualli” termine che nel meridione si usa per indicare le arance. E questa storiella dell’epoca che riportiamo, ci sembra significativa.

Nel Mezzogiorno d’Italia, al tempo della raccolta delle arance (i portualli, appunto) si usava gettare questi frutti nei fiumi che, con la loro corrente, li portavano al mare dove venivano raccolti e quindi spediti ai mercati.

La storiella racconta che i portualli, mentre l’acqua del fiume li spingeva verso l’imbarco, erano soliti cantare una loro canzone-inno che diceva: «Noi siamo i portualli e andiamo verso il mare».

In mezzo alle arance (succede nei corsi d’acqua libera) capitò un reperto. Un rifiuto umano, diciamo. Che, per una ipocrita forma di educazione orale, chiameremo «cilindro fecale». L’inelegante deiezione galleggiò insieme alle arance che cantavano, «noi siamo i portualli andiamo verso il mare». E dopo un po’, coinvolto emotivamente (concediamo anche alla cacca una sua creativa sensibilità) il cilindro fecale si unì al coro. Cantava con crescente partecipazione insieme agli agrumi quella canzone così aggregante.

Finché un arancio non lo notò. Il cilindro fecale, preso dal ritmo, continuava a cantare «noi siamo i portualli andiamo verso il mare». Si era quasi convinto di essere come i suoi compagni di viaggio.

Quando il portuallo che aveva notato l’intruso-illuso non gli si avvicinò e, con tono deciso, lo inchiodò alla sua realtà diversa.

Gli disse: «Statte zitto!» E aggiunse: «Strunzo!»

Successe anche a molti di noi.

L’università di Siena è sempre prima nel calo delle immatricolazioni

GianniriccantiniDa un articolo di Stefano Taglione, che analizza l’emigrazione degli studenti toscani verso le università del Nord, si scopre che l’università di Siena è sempre prima (in negativo): ha dimezzato in dieci anni le immatricolazioni totali e quelle toscane in particolare (-53,4%).

Matricole, fuga al nord: ecco dove studiano i nostri giovani

Stefano Taglione. (…) L’ateneo pisano, fra i tre della nostra regione, è quello che regge meglio alla crisi: in dieci anni la differenza di iscrizioni al primo anno della lauree triennali e a ciclo unico si è fermata al -4,7% (-7,9% se consideriamo i soli toscani). Si tratta di una flessione, a livello assoluto, di 334 studenti. Firenze ne perde invece il 28,4% (da 11.167 a 7.992 immatricolazioni). E, nel 2013/2014, 6.466 nuove iscrizioni sono arrivate dalla Toscana (ben duemila in meno di dieci anni prima). Ma se Pisa regge e Firenze cala, Siena sprofonda. In dieci anni nella patria del Palio le immatricolazioni si sono dimezzate, passando da 4.396 a 2.271. Solo quelle toscane, nello stesso periodo analizzato, sono scese da 2.684 a 1.252 (-53%). Un’emorragia senza precedenti. Calo generale. I dati che interessano gli studenti toscani e coloro che si sono immatricolati nei nostri atenei vanno di pari passo con una situazione generale alquanto disastrosa. (…)

Un posto dove la cultura – nel senso più ampio – non gioca alcun ruolo non è più “università”

Rettori a vita

Rabbi Jaqov Jizchaq. Credo si possa sintetizzare l’intervento di Salvatore Settis dicendo che il grande assente da tutte le discussioni, ad ogni livello, sull’università pubblica, è la cultura, ogni tanto tirata in ballo qua e là come vuoto intercalare nei programmi per un radioso avvenire, o come acquetta lenitiva per risciacquarsi i cabbasisi: sempre intesa, di fatto, come sotto-cultura, “cultura” per modo di dire, di basso profilo, mai (per carità!) cultura scientifica, al massimo saccente erudizione.
L’esito sono delle mostruosità. Nel 1782 Mozart mise in scena Die Entführung aus dem Serail (KV 384); l’imperatore commentò: “troppe note, mio caro Mozart”. Mozart, non senza insolenza, rispose: “allora ditemi voi quale devo togliere…”.
Anche un corso di laurea, un dipartimento, un’area scientifica, sono come una composizione musicale: non se ne può affidare la composizione a burocrati incompetenti che contano solo il numero di note (per restare nella metafora) o duri d’orecchi, o affidarsi all’anarchia e alle pulsioni particolaristiche degli strumentisti di un’orchestra litigiosa ed egoista di genere felliniano.
Ci si cimenta, magari, in inutili “dibattiti culturali” da benignesca Casa del Popolo (“Pòle la donna pareggiare coll’òmo…”) su dove finisce la cultura scientifica e dove comincia quella umanistica, con lo stucchevole provincialismo di chi appare essere abbastanza digiuno sia dell’una che dell’altra. E poi, quando si parla di “cose serie”, ça va sans dire che si parla d’altro: di fundraising, startup, bootstrapping, crowdfunding, venture capital, angel investor … ed è tutto uno sciorinare di anglicismi, talvolta biascicati senza pensare, come mantra, quasi scopo apotropaico per scongiurare la carestia.
Non è chiaro che importanza abbiano in tutto ciò l’alta cultura e la ricerca di base (quella che in Italia non ha finanziatori), ma in generale il sospetto è che di importanza ne abbiano sempre meno, perché non portano quattrini. Sospetto che, in particolare, a Siena, diventa vieppiù certezza. Non che tutto ciò che ruota attorno al rapporto col mercato ed alle applicazioni non sia importante (anzi, ci mancherebbe altro! Personalmente aborro sinanco la distinzione netta fra “puro” e “applicato”), ma il fatto è che spesso ci si limita a parlare dei mezzi, giusto perché il fine non è chiaro.
Tuttavia senza un orizzonte di senso questo, un posto dove la cultura – nel senso più ampio – non gioca più alcun ruolo, non è più “università”, è un’altra roba: il prodotto delle ultime riforme e delle ultime vicissitudini locali è una “università” senza cultura (“scientifica”, “umanistica”, lascio a voi le dispute bizantine sul sesso degli angeli)? Per intenderci, andiamo (mutatis mutandis) verso una distinzione alla tedesca fra Fachhochschulen e Universitäten? Magari! Quella è una cosa seria!
E tuttavia, anche di recente, quello senese è stato definito in un documento ufficiale “ateneo generalista”: ma “generalista” de che? Quello che si vede da noi, con l’incompiuta non certo schubertiana del “3+2″ (di cui, come mozzicone, in molti casi rimarrà solo un inutile “3” senza “2”), con il grande rimescolamento dell’abolizione delle facoltà e dell’accorpamento dei corsi, è solo l’apoteosi della burocrazia (la prevalenza del mezzo sul fine) e un tentativo di fare le nozze coi fichi secchi.

Università di Siena: i buchi non finiscono mai!

Questa notte la Befana avrà il compito facilitato per entrare nell’Università di Siena, passando attraverso i locali (noti come “Quartiere Funaioli-Mazzi”) dell’ex convento dei Servi di Maria, dove hanno sede gli studi di alcuni docenti, i laboratori e le aule del Dipartimento di Scienze Storiche e dei Beni Culturali.

Foto5Foto6Foto8Foto7

Siena: dal buco dell’Università a quello di Siena Biotech

Bucoverita

Rabbi Jaqov Jizchaq. Alcune riflessioni su Siena Biotech e sull’Università di Siena.

«Puntare sul polo delle scienze della vita. Esprimo la mia solidarietà ai dipendenti di Siena Biotech che vivono un momento di grande difficoltà e di incertezza…. Siena Biotech è elemento di un più ampio progetto di rafforzamento del polo biotecnologico senese.» (Luigi Dallai).

… insomma, sarà anche al centro di non so quale progetto, ma di fatto sta per chiudere e i dipendenti stanno per essere licenziati: se non la Fondazione, i soldi per mantenerla in vita (che è cosa forse diversa dal tappare momentaneamente un buco), in buona sostanza, chi ce li mette, per quanto tempo e a quali patti?

Leggo però che Biotech è un classico prodotto del Groviglio armonioso: «La Scienza è una faccenda seria, e affidarne le sorti a politici, bancari e avvocati non può che condurre al disastro» (Paolo Neri). Dalla lista nera mancano solo i preti. Che, come diceva Balzac, vestono in nero perché, come gli avvocati, portano il lutto delle loro colpe (”il prete, il medico e l’uomo di legge… vestono di nero perché portano il lutto per tutti i desideri e le illusioni degli uomini” – H. De Balzac, Il colonnello Chabert).

Leggo che ha ingoiato da sola una quantità di danaro pari alla metà del “buho” nel bilancio dell’università: una storia di scialo o dissipazione, dunque? Personalmente non sono in grado di valutare se i quattrini siano stati realmente buttati al vento, o se i risultati sul piano scientifico siano stati invece all’altezza delle attese, ragionevolmente, nell’arco temporale dall’esistenza di questa struttura.

Certo, iniziare da zero prevede tempi assai lunghi di rodaggio e forti investimenti: la ricerca feconda di risultati non si instaura in un mese o un anno, e questo mi porta peraltro a riflettere ancora una volta sulla leggerezza con la quale all’università si parla, a seguito della spada di Damocle costituita dal pensionamento del 50% del personale docente, di tagliare, chiudere, amputare sopprimere aree, che per essere eventualmente riavviate impiegherebbero un ventennio.

Mi riallaccio dunque al mio messaggio precedente. Non solo la ferale notizia solleva qualche perplessità sullo sbandierato progetto di volgere l’ateneo interamente in direzione delle “scienze della vita”, ma non si capisce bene, in realtà, se si vogliano e si possano salvare altre aree scientifiche escluse da questo cono di luce, oppure se le si considera oramai espulse dal contesto accademico e culturale senese: nel primo caso, onestà e logica vorrebbero che si pensasse e si dicesse, operativamente, anche come si intende salvarle; nel secondo caso, se oramai le si considera perdute e chi ci lavora, pura zavorra, si eviti di mentire: si aggreghino ad altri atenei, o addirittura si trasferiscano altrove baracca e burattini, onde garantire almeno un presidio robusto, dotato di massa critica a livello regionale. Tertium non datur.

«Auspichiamo che la Fondazione collabori effettivamente con la Regione e con le altre istituzioni coinvolte nel Protocollo di valorizzazione del Polo senese delle Scienze della vita. L’obiettivo prioritario è quello di attrarre sul territorio senese nuovi player che potrebbero portare investimenti e valorizzare competenze e talenti già presenti nel nostro territorio» (Bruno Valentini)

Tutti paventano, all’università, non senza motivo, la colonizzazione da parte degli altri atenei della regione (vaso di coccio fra vasi di ferro). Ufficialmente, dunque, si vuol salvare tutto e tutto, a parole, si vuol preservare dall’invasione de “lo stranier”; ma si sa che questo non è possibile, né risponde alle reali intenzioni di chi ha in mano le leve del potere accademico e politico; se alcuni settori sono moribondi, altri sono già andati al creatore e molte aree scientifiche, checché si dica, per molteplici responsabilità, sono state di fatto abbandonate alla deriva. Per la resurrezione dei morti, aspettiamo il giorno del giudizio.

Certo è che non si possono fare entrambe le cose assieme: preservare aree scientifiche e strutture didattiche e di ricerca, e non supportarle con adeguate risorse. Allora bisognerebbe essere chiari ed espliciti al riguardo, senza promettere tutto a tutti, per poi trovarsi a fare le nozze coi fichi secchi. Il continuo alternarsi di dichiarazioni, ora in un senso, ora nell’altro, credo che abbia già smesso di sortire come conseguenza un diffuso consenso e abbia cominciato semmai a produrre sgomento.

Visto che siamo adesso a chiederci se valeva la pena creare una struttura durata lo spazio di un mattino, mi domando con che criterio si facciano le cose in questa città, con quanta convinzione, quanta lungimiranza, quanta cognizione di causa. Cosa voglia dire che si punta su un settore, entro quali tempi è legittimo attendersi dei risultati concreti, cosa sono i risultati “concreti”, e quanto, finanziariamente, si è in grado di scommetterci. Se pensiamo all’ateneo degli ultimi venti anni, è tutta una storia di costose intraprese effimere, inconcludenti, di non-finiti, non certo michelangioleschi, ma più simili semmai a certe palazzine abusive mai completate che appestano le periferie italiane.

Auguri a tutto il blog!

Siena Biotech e i professori che fornivano coperture scientifiche intascando lauti gettoni

Paolo Neri

Paolo Neri

Ma quali professori universitari facevano parte del poltronificio della Siena Biotech? Paolo Neri si riferisce, forse, ai colleghi del Comitato scientifico, del Comitato etico di controllo e del Consiglio di Amministrazione?

«Sulla misera fine di Siena Biotech tante colpe dei prof» (da: Corriere di Siena, 17/12/2014)

Paolo Neri. Parlar male, oggi, della Siena Biotech, senza una parola di solidarietà per chi rischia di perderci il lavoro è un po’ come sparare sulla Croce rossa. D’altra parte, la Storia è piena di bravi soldati, che hanno combattuto (spesso con valore) per cause perse, sotto il comando di generali inetti. Il grosso pubblico reputa che la ricerca scientifica sia cosa buona in assoluto, e ne considera i centri ove essa si svolge come i monasteri di un tempo: dove i monaci levavano preghiere per implorare la fine di una pestilenza o di una carestia. La realtà è molto diversa. Secondo le stime di un importante istituto internazionale per la valutazione della qualità della ricerca, solo l’8% delle pubblicazioni scientifiche contribuisce a far avanzare la conoscenza. Il restante 92% riguarda conferme, rifiniture e, soprattutto, banalità.

Se si considera che solo una minima parte di quell’8% potrà generare innovazioni significative per il benessere della società, si capisce quanto il successo nel campo della ricerca sia realmente raro. Ricordo, in proposito, quanto soleva dire Albert Sabin: «È facile darsi da fare in laboratorio. Il difficile è farlo utilmente». Anche la fiducia, illimitata nella quantità di denaro investita è fuorviante. Serbo nella mente un’altra massima che ho appreso da un premio Nobel, col quale ho avuto l’onore d’iniziare la mia carriera scientifica, il professor Boris Chain, che condivise il prestigioso premio con Fleming e Florey: «Il denaro è importante, ma usarlo bene lo è di più». Credo che queste semplici considerazioni siano sufficienti a chiarire come Siena Biotech sia un altro classico prodotto di quel “groviglio armonioso” che ha ridotto la nostra Città allo sfascio. La Scienza è una faccenda seria, e affidarne le sorti a politici, bancari e avvocati non può che condurre al disastro.

La Siena Biotech, però, non è stata tanto un errore dal punto di vista tecnico scientifico (anche!), ma soprattutto da quello politico. Infatti, la cosa che serviva di meno, per mettere in sicurezza il distretto biotecnologico senese, nato dalla diaspora della vecchia Sclavo, rispetto agli imprevedibili disegni delle varie multinazionali, perno del sistema, era un centro ricerche. Tale, infatti, essa ha finito con l’essere, seppur camuffata da start up. Nata senza avere un brevetto veramente originale, o di una tecnologia propria, o del controllo riconosciuto di un segmento di mercato (condizioni essenziali per destare interesse in investitori sani di mente), Siena Biotech ha avuto soprattutto funzioni d’immagine, grazie a una disponibilità praticamente illimitata di denaro. Sicché, al momento che il sistema Siena è andato in crisi, e il flusso di denaro si è arrestato, l’impresa è necessariamente andata in coma. Ovviamente, l’obiettivo ufficiale suonava in altro modo: un’impresa per finalità proprie per differenziare le attività della Fondazione.

Siena Biotech, quindi, ha cominciato a funzionare, partendo da zero (per quanto riguarda la scienza) ma da una disponibilità finanziaria spropositata. E, soprattutto, a tempo indeterminato. Quale sarebbe richiesto (ma non è vero!) dalle imprese di alta tecnologia. Il tutto, condito con succulenti compensi per consiglieri, consulenti e direttori. Insomma: un “poltronificio” in piena regola. (C’era anche un Comitato per prevenire il rischio di ricerche non etiche: un doveroso tributo al politically correct!)

Quando, come esperto della materia, esternavo questi miei dubbi a personaggi di vario calibro intricati nella vicenda, ne ricevevo un compunto – direi quasi – doloroso assenso: salvo vederli correre, un momento dopo, a incassare lauti gettoni o a pietire piccoli favori.

Tra i molti che hanno contribuito a creare la leggenda della Siena Biotech, forse le colpe maggiori vanno a molti miei ex colleghi, il cui compito era, quella, di tranquillizzare gli amministratori della Fondazione (digiuni sia di creazione d’imprese che di Biotecnologia), fornendo le coperture scientifiche d’occasione.

Ora che i buoi sono scappati, sarà difficile recuperare, anche in parte, quanto la Siena Biotech ha, inghiottito (si parla di 160 milioni). E pensare cosa si sarebbe potuto fare di realmente utile e sensato per il mitico “Territorio”, con tutte simili risorse! Ad esempio: promuovendo e sostenendo lo sviluppo di competenze cruciali nella nostra Università; o creando servizi accessibili a tutte le imprese biotecnologiche operanti autonomamente nel territorio. Cose serie ma – ahimè – poco adatte per pompose inaugurazioni.