Ha senso parlare ancora della malagestione nell’ateneo senese? Sì! Ricominciamo da -14!

OmbraScrive un collega: «Caro Giovanni, oggi navigando in rete mi sono imbattuto nel tuo sito. Ho notato che da più di due mesi non parli più del nostro ateneo, ma sempre e solo di fatti e notizie “esterne”. Mi sono chiesto: capperi, ci sarà un motivo! Poi mi sono detto: ma perché non chiederlo direttamente a Giovanni? Ed eccomi qua…». La risposta è semplice: ho messo il bavaglio al blog perché, ormai, parlare della malagestione nell’università di Siena serve a poco! Interessa forse a qualcuno l’impreparazione e l’insipienza dei vertici, incapaci di gestire persino l’ordinaria amministrazione? O l’esautorazione e l’acquiescenza degli organi di governo? O l’illegittimità di molti provvedimenti adottati? O l’assenza totale di trasparenza? O la truffa dell’utenza sostenibile per alcuni corsi di laurea, con il conseguente scadimento dell’offerta formativa e l’attuale crollo delle iscrizioni (-14%)? O la nomina del Direttore amministrativo, contraddistinta da ingerenze esterneprocedure calpestate,  omissioni, la cui retribuzione è stata sottratta alle competenze del CdA e maggiorata di circa 60.000 € lordi, probabilmente non dovuti? O della mancata nomina del Direttore generale, nonostante siano passati più di due anni dall’emanazione dello Statuto? O dell’inesistenza del necessario e obbligatorio piano di rientro dal disavanzo d’amministrazione? O il tentativo di speculare sull’università, con la costituzione di un fondo immobiliare che gestisse gli edifici da alienare?

Probabilmente, tutto ciò non interessa a nessuno, specialmente al corpo docente muto e latitante. Tuttavia, ho deciso di riprendere a scrivere, seguendo l’insegnamento del molfettano Gaetano Salvemini: «Fa’ quel che devi, accada quel che può». Intanto, sulla colonna di destra, cliccando sulle figure, si potranno rileggere articoli fondamentali per capire la «prepotente urgenza» che impone, a noi tutti, di affrontare immediatamente le questioni strutturali di un ateneo dal glorioso passato, tra le quali, la voragine nei conti e il dissesto etico.

Articolo pubblicato anche daIl Cittadino Online (20 febbraio 2014) con il titolo: «Serve ancora parlare della malagestione dell’ateneo senese?»

Il rischio che i grillini corrono è che «diventino più partitocrati dei partitocrati che combattono»

Gianfranco Spadaccia

Gianfranco Spadaccia

«Il M5S? Sono solo apprendisti stregoni» (Da: il manifesto, 8 febbraio 2014)

Carlo Lania. «Noi ci definivamo degli ultrà della democrazia e avevamo una solida cultura liberal-democratica che al M5S non solo manca, ma mi sembra la metta anche in discussione. Grillo deve stare attento, perché rischia di fare la stessa fine della Lega e dell’Idv, che a forza di contrastare la partitocrazia hanno finito per acquisirne tutti i vizi». Se in Italia c’è un partito che in passato ha fatto dell’ostruzionismo una pratica quasi quotidiana questo è il partito Radicale, di cui Gianfranco Spadaccia è stato uno dei fondatori e parlamentare. 79 anni, giornalista, oggi è impegnato in una rilettura degli scritti di Leonardo Sciascia ma osserva con attenzione non solo quanto accade in parlamento, ma anche nella rete, regno di Beppe Grillo. «Questi referendum che organizza su vari temi sono ridicoli», dice. «Come fa a parlare di democrazia diretta quando a votare sono solo 50mila persone contro i 9 milioni di elettori del M5S?».

Spadaccia, le piace il modo di fare opposizione del M5S?
Devo dire che ho stima di alcuni di loro perché mi ricordano tanti ragazzi che hanno militato nel partito Radicale e nei Verdi. Gente arrivata alla politica non solo per esigenze morali, ma per voglia di rinnovamento. Detto questo, non condivido assolutamente il metodo con cui il M5S fa opposizione e la patente di democrazia diretta che Grillo attribuisce a se stesso. Viviamo in un mondo in cui la partitocrazia ha travolto tutte le regole della formazione delle classi dirigenti, del dibattito democratico, della trasparenza nella gestione della cosa pubblica, e poi facciamo qualcosa di ancora più evanescente e più opaco, perché il web va a impulsi, e chi controlla gli impulsi governa la democrazia diretta del web.

Ovviamente parla di Grillo e Casaleggio.
Sicuro. Io sono una persona che crede che la democrazia parlamentare debba essere integrata da forme di democrazia diretta. E sono convinto che in questo quadro il web possa essere utilmente utilizzato, ma deve essere regolamentato, non può essere affidato all’autogestione di un singolo partito.

In questi giorni si paragona il M5S al fascismo. Le sembra corretto?
Sono molto prudente sia nel rispondere positivamente che negativamente. Se vado a guardare tutte le persone che hanno collaborato al Popolo d’Italia negli anni precedenti il fascismo e le buone ragioni che molti dei sostenitori iniziali del fascismo avevano… Tanto per intenderci: prima di incontrare Salvemini anche Ernesto Rossi scriveva sul Popolo d’Italia. Quello che posso dire è che alcuni meccanismi autoritari sono molto pericolosi e vedo nei grillini il rischio di diventare degli apprendisti stregoni che non controllano più quello che mettono in movimento.

Che differenza vede tra il modo in cui voi facevate ostruzionismo e quello del M5S?
Mi colpisce sempre che loro con l’ostruzionismo pensano di non far passare un provvedimento, mentre noi facevamo un’opposizione durissima ma quando il governo poneva la fiducia ci fermavamo. L’importante era far passare il messaggio, far capire al Paese il perché del nostro comportamento. Ma la differenza fondamentale è un’altra: come noi anche loro, almeno a parole, sono degli ultrà della democrazia, però mentre noi avevamo una solida cultura liberal-democratica, qui non solo mi pare che manchi, ma viene perfino messa in discussione, tanto che parlano di democrazia delegata.

C’è poi il problema delle alleanze: Grillo le rifiuta, voi le cercavate.
Certo, le faccio un esempio: sul divorzio con Loris Fortuna e nella Lid negli anni ’60 realizzammo da extraparlamentari un’alleanza con Psi, Pli e partiti laici che coinvolse l’opposizione comunista. E su questa alleanza puntammo negli anni 70 per costruire una alternativa ai governi Dc, in polemica con la strategia del compromesso storico.

Possiamo dire che un movimento come il quello di Grillo un po’ ce lo siamo voluto?
Se lo sono voluto. L’assetto partitocratico si è sempre scelto, un po’ per inerzia e un po’ a ragion veduta, i propri oppositori. Questo è avvenuto con la Lega, ma anche con l’IdV di Di Pietro. Il rischio che adesso i 5 stelle corrono è che si ripeta quello che è successo per la Lega e per l’Idv, che dalla lotta alla partitocrazia finiscano col diventare più partitocrati dei partitocrati che combattono. Grillo non può pensare di salvarsi con gli stipendi bassi dei parlamentari. Anche esagerando in questo, con il rischio che una serie di spese vengano scaricate sul finanziamento dei gruppi. Perché se tu tagli troppo stipendi e rimborsi a chi deve venire in parlamento, poi delle compensazioni bisogna trovarle.

Torniamo all’ostruzionismo. Anche voi non ci andavate certo leggeri.
Guardi, io non dico che noi era­vamo buoni ed edu­cati per­ché non lo era­vamo affatto. Ricordo Roberto Cicciomessere che alla Camera arrivò a strappare il regolamento davanti al banco della presidenza. Fu un gesto forte, molto offensivo, ma simbolico. Ma penso anche agli scontri avuti alla Camera con Mario Pochetti, che era il mastino del presidente del gruppo comunista, ma anche al Senato, dove ho avuto confronti durissimi con Perna, Trombadori, Bufalini, con lo stesso Maurizio Ferrara. Tuttavia c’era rispetto reciproco e sono nate anche delle amicizie.

E si manteneva il rispetto delle istituzioni.
Una volta, parlando con Pannella, Loris Fortuna ci definì i sollecitatatori delle istituzioni, quelli che pretendevano di attivare i meccanismi della democrazia.

Sia sincero: le è mai scappato un insulto sessista?
No, il sessismo non ha mai fatto parte delle nostro bagaglio, ma neanche la violenza, al di là di quella simbolica. Il massimo che ricordo sono le accuse di Mellini e nostre ad alcuni settori del femminismo che, tra gli anni 70 e 80, finivano per essere contrari alla libertà sessuale in nome della parità tra uomo e donna. Noi le accusavamo di essere delle bigotte di sinistra. Ricordo anche che una volta Pannella rimproverò a Nilde Iotti di tenere l’ordine in aula come una maestrina. Ma questo è davvero tutto.

Una cosa in comune con il M5S i radicali comunque ce l’hanno, ed è la battaglia per l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti.
Non è così. Vede io mi preoccupo di abolire il finanziamento pubblico ma mi chiedo anche quali debbano essere le forme di finanziamento della politica che posso prevedere. Un’idea bisogna averla. Non si può risolvere tutto dicendo io faccio il fondo per le piccole imprese, perché è solo un modo per farsi pubblicità. Lei dice che abbiamo lo stesso obiettivo? Io le rispondo che l’estate scorsa noi radicali abbiamo presentato un referendum per l’abolizione del finanziamento pubblico e ci siamo rivolti anche al M5S, ma loro si sono guardati bene dall’aderire.

Quando la giustizia non è lenta… gli atenei di Lecce e Siena

GazzettaMezzogiorno

m.ser. (La Gazzetta del Mezzogiorno, 31 gennaio 2014). La sesta sezione della Corte di Cassazione ha annullato «per inadeguatezza» l’ordinanza con cui il Tribunale del riesame aveva confermato, nel giugno scorso, i domiciliari per Emilio Miccolis. L’ex direttore generale dell’Università del Salento, oggi all’ateneo barese, fu arrestato il 14 giugno del 2013. Il provvedimento, firmato dal giudice delle indagini preliminari Antonia Martalò, fu emesso su richiesta del sostituto Paola Guglielmi che, insieme con il procuratore Cataldo Motta, coordina i vari filoni della maxi inchiesta sull’ateneo.

L’accusa contestata a Miccolis è quella di tentata concussione nei confronti dei due sindacalisti Manfredi De Pascalis (Cgil) e Tiziano Margiotta (Uil). L’allora direttore generale, con lusinghe e minacce, avrebbe tentato di «addomesticare» i due rappresentanti dei lavoratori affinché non assumessero più una posizione ostile nei confronti del governo dell’Università. Sulla scorta delle registrazioni dei colloqui intrattenuti con Miccolis, e consegnati agli inquirenti dai sindacalisti, fu emessa la misura. I difensori dell’ex direttore generale, gli avvocati Viola Messa e Daniele Montinaro, chiesero così la scarcerazione del proprio assistito al gip prima e al Tribunale del riesame poi. Ma entrambi confermarono la misura. I legali, per questo decisero di rivolgersi alla Suprema Corte che, ieri mattina, ha accolto il ricorso. Intanto Miccolis è tornato in libertà il 3 settembre scorso, dopo 81 giorni di arresti domiciliari. La misura fu sostituita dal Tribunale del Riesame e l’ex dirigente fu temporaneamente sospeso dall’esercizio di attività o funzioni presso qualunque pubblica amministrazione.

Questo secondo provvedimento del Tribunale è stato impugnato davanti alla Cassazione sia dal pm, che lo rifiuta nel merito, che dalla difesa, che lo contesta anche nella durata. E, su questo secondo ricorso, la Suprema Corte deve ancora pronunciarsi. Tanti sono i punti su cui si è concentrato, nell’udienza che si è celebrata mercoledì scors, il collegio difensivo di Miccolis, che intanto è tornato a lavorare per l’Ateneo barese. A partire dall’esistenza dei gravi indizi di colpevolezza e delle esigenze cautelari. I legali, in particolare, hanno attaccato l’utilizzabilità stessa delle conversazioni registrate dai sindacalisti. E hanno portato all’attenzione dei magistrati un provvedimento con cui il direttore generale dell’Università di Bari disponeva il trasferimento di Miccolis negli uffici del capoluogo regionale affidandogli il coordinamento di attività didattica e di rapporti con gli enti locali ed escludendo qualsiasi rapporto con il personale e i sindacati.

Per capire perché la Cassazione ha annullato l’ordinanza, bisognerà attendere le motivazioni della sentenza, che saranno depositate nei prossimi giorni.

Sempre primo l’ateneo senese: non microscopi per gli studenti ma “comfort room” per i dipendenti all’insegna di cazzuola e baguette

FHA distanza di più di cinque anni dalla scoperta della voragine nei conti dell’università di Siena, ha senso parlare dell’ultimo rinvio del processo, quello di ieri al prossimo 8 luglio? E che dire della costruzione delle “comfort room” per i dipendenti del Polo Scientifico Universitario di San Miniato, mentre gli studenti attendono ancora, da almeno cinque anni, l’acquisto di moderni microscopi binoculari? Vedremo! Intanto gustiamoci questo simpatico intervento di Gramellini sul Presidente francese.

Ma come fa? (Da: La Stampa 14 gennaio 2014)

Massimo Gramellini. Chiedo scusa per la futilità dell’argomento, ma i traffici sentimentali del presidente Hollande (pronuncia: Olaond, con bocca storpiata in una smorfia parigina di fastidio) suscitano in noi, maschi banali e insensibili alle grandi questioni geopolitiche, una vibrante e insopprimibile curiosità: come fa? Come fa, dico, un ometto dal viso di meringa occhialuta a saziare e straziare legioni di cuori femminili? E non si sta parlando di suffragette libro-repellenti, incantabili da una collana di lapislazzuli o dal miraggio di una scodinzolata in tv. Le donne che quel signore senza carisma – ogni volta che apre bocca sembra il vicepresidente di se stesso – è riuscito a sedurre vantano fascino e personalità da vendere, oltre che una dose ubriacante di puzza sotto il naso. Eppure la statista raffinata e la giornalista unghiuta hanno baccagliato come tigri al momento della sua incoronazione, una di loro è in ospedale a curare lo smacco del tradimento, mentre la favorita del momento – un’attrice, ma naturalmente un’attrice impegnata – si è battuta per lui in campagna elettorale. E questo per limitarsi alla lista di dominio pubblico.  Come fa? Le ipnotizza con il suo irresistibile sguardo da sogliola alla mugnaia? O le conquista con uno di quei comizi che hanno fatto russare davanti alla televisione milioni di francesi? Al confronto Sarkozy è Johnny Depp. A proposito, non è che anche madama Bruni ha incontrato Hollande davanti a una tisana e… No, impossibile, e comunque non lo voglio sapere.

Ceccuzzi e Mussari? Due giganti, confrontati con il rettore dell’università di Siena

Le-Mani-in-pasta

Nel suo ultimo libro “Le mani in pasta”, Raffaele Ascheri descrive il coinvolgimento (nell’inchiesta salernitana sul crack del pastificio Amato) di Ceccuzzi e Mussari: due giganti, confrontati con il rettore dell’ateneo senese. Di seguito riportiamo il “gustosissimo” capitolo dell’iniziazione “partitica”, in università, di Ceccuzzi, tra ragù della mamma e audiocassette dei discorsi di Berlinguer (non di Enrico, ma del più prosaico Luigi).

Eravamo 4 amici alla casa dello studente

Raffaele Ascheri. Ho avuto modo di parlare a lungo con una persona che ha vissuto insieme, per circa un anno, con il giovane Franco Ceccuzzi, ai tempi dell’Università e della residenza universitaria; il ritratto che mi ha fatto questa fonte è stato straordinariamente aderente a come immaginavo il Ceccuzzi 21enne, appena arrivato dalla Val di Chiana per scalare i primi passi su quell’Everest del Partito-Chiesa (il Pci) su cui, una quindicina d’anni dopo, a livello locale sarebbe riuscito ad apporre la sua personale bandiera (ancora tutt’altro che ammainata, è bene ribadire).

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Variante toscana del significato di meritocrazia all’insegna del “Principio di Peter”

MariaChiaraCarrozzaSiena, pochi soldi. Magnifiche poltrone (Da: Il Mondo 20 dicembre 20013)

Fabio Sottocornola. All’università di Siena il pagamento delle tredicesime sarebbe in pericolo, esiste il rischio di un default e potrebbe intervenire la Corte dei Conti. Sta tutto scritto in un verbale datato 4 novembre del Collegio dei revisori: l’ateneo avrebbe una «grave situazione di cassa», in giacenza restano 3,5 milioni «insufficienti per far fronte agli obblighi contributivi».

Verrebbe da chiedersi che fine ha fatto il «risanamento» tante volte decantato da Angelo Riccaboni, rettore nella città del Palio oramai da più di tre anni, il quale, nel frattempo, ha fatto incetta di incarichi di prestigio. L’ultimo risale a fine novembre: presidente della Fondazione Crui, braccio operativo del parlamentino dei Magnifici italiani. Un paio di mesi fa, il docente di economia era stato inoltre nominato nel CdA della Fondazione Smith Kline, onlus di origine aziendale su temi sanitari. A insediarlo ci aveva pensato la numero uno del Miur, Maria Chiara Carrozza, anche lei toscana, al corrente della situazione finanziaria senese. Scelta ritenuta curiosa, forse una variante governativa del significato di meritocrazia. Intanto, Riccaboni non è stato fermo, diventando anche vice presidente della Fondazione Toscana Life Sciences, che ha come supersponsor il Monte dei Paschi.

Così, si ritorna a Siena e al verbale dei revisori di novembre. Quel giorno il rettore era «in missione all’estero per servizio», quindi è stata convocata Ines Fabbro, direttore amministrativo, che non ha escluso la possibilità di «posticipare a gennaio il pagamento delle tredicesime». Quanto alla «strategia per evitare il default», la manager ha pensato a un’anticipazione di cassa. Attenzione, avvertono gli esperti: la scelta potrebbe essere «momentanea» e andrebbe «reintegrata entro l’esercizio». Anche perché, altrimenti, si tratterebbe di nuovo debito. Solo che l’università, già oberata, non può contrarne altri, pena la violazione della legge e un possibile danno erariale.

Condannato a pagare le spese legali, Marinelli presenta appello per «mantenere una chiara immagine di credibilità»

Augusto Marinelli e Quirino Paris

Augusto Marinelli e Quirino Paris

L’ex rettore Marinelli può attendere l’appello nella causa fissato nel 2018 (la Repubblica Firenze, 11 dicembre 2013)

Franca Selvatici. Con i tempi della giustizia italiana, la querelle sulla economia agraria non avrà mai fine. Il professor Augusto Marinelli, ordinario di economia agraria ed ex rettore dell’Università di Firenze, non intende chiudere la sua battaglia legale contro il professor Quirino Paris, docente di economia agraria all’Università di California e severo censore del sistema di potere che — come ha scritto e ripetuto più volte — ha colonizzato in Italia la loro comune disciplina, condizionando il reclutamento dei docenti e la ricerca scientifica. L’ex rettore ha presentato appello contro la sentenza del giudice del tribunale di Firenze Luca Minniti, che l’11 aprile scorso — ritenendo che il professor Paris non lo avesse né diffamato né calunniato — ha respinto la sua richiesta di risarcimento per un importo di 700 mila euro e lo ha condannato al pagamento delle spese legali sostenute da Quirino Paris. Il professor Marinelli chiede la riforma totale della sentenza e rinnova la richiesta di 700 mila euro a titolo di risarcimento per i danni inferti alla sua figura di «importante studioso a livello internazionale di economia ed estimo forestale ed ambientale nel settore di agraria, dove è assolutamente necessario mantenere una chiara immagine di credibilità».

Il presidente della II sezione civile della corte di appello Alessandro Turco ha fissato la prima udienza al 16 giugno 2018 alle ore 10. Non è uno scherzo. Sono i tempi della giustizia a Firenze. Nel frattempo è stata sospesa l’esecutività della sentenza impugnata, il che significa che il professor

Paris non potrà ricevere il pagamento per le spese legali sostenute, salvo che la questione non venga risolta diversamente in una udienza fissata il 7 gennaio. La tesi del professor Marinelli circa la lesione della sua immagine di studioso chiamato a ricoprire «incarichi prestigiosi» riguarda la sua estraneità alla «cupola » della economia agraria, sancita in sede penale da una archiviazione. Tuttavia fra i concorsi ritenuti pilotati vi era anche quello di suo figlio Nicola, che il 17 ottobre 2002 vinse un posto di ricercatore di economia agraria bandito dalla facoltà di Medicina (sic) di Firenze. Non era ancora dottore di ricerca. Gli altri tre candidati si ritirarono. Suo padre all’epoca era rettore.

Al Politecnico di Milano imparino dall’Università di Siena, prima in tutto: sì ai corsi full english ma usando l’italiano

Maria Agostina Cabiddu

Maria Agostina Cabiddu

Politecnico: Azzone insiste sull’inglese (Il Mondo 6 dicembre 2013)

Fabio Sottocornola. Le acque tornano agitate al Politecnico di Milano sulla vicenda del full english, cioè l’obbligo di usare l’inglese nei corsi di laurea magistrale e dottorati dal novembre 2014: una bandiera per il rettore Giovanni Azzone. Che però nel maggio scorso ha perso una prima battaglia al Tar, promossa da 100 professori guidati da Maria Agostina Cabiddu, che non vogliono rinunciare all’italiano. Immediato il ricorso, presentato dal Magnifico al Consiglio di Stato, che dovrà decidere il prossimo 11 marzo. Nel frattempo, che cosa succede in università? Tutto deve rimanere congelato e nessuna decisione andrebbe presa, almeno fino al termine dell’iter giudiziale, dal momento che il Tar ha annullato le deliberazioni dei vertici. Eppure, in queste settimane, Azzone sta girando nei consigli dei corsi di studio dove incontra i coordinatori: sono 38 per le lauree magistrali (il cosiddetto +2), a riporto delle sei school del Politecnico. L’obiettivo del rettore è spingerli a far approvare, a livello dei corsi, il passaggio al full english. Che potrà così apparire come una richiesta della base, da ratificare nelle singole school di riferimento e in ultima istanza nel Senato accademico. C’è chi sostiene che il numero uno dell’ateneo si sarebbe spinto fino a promettere incentivi e risorse a favore dei programmi che scelgono l’inglese, ma non ci sono conferme o delibere scritte. Più definiti appaiono invece gli orientamenti tra i docenti: l’area architettura e design è per l’inglese; variabile la situazione a ingegneria, dove sposano il full english gli energetici; i meccanici sono a favore dell’italiano; indecisi i gestionali. Per questa via, sicuro sarà il pantano nel quale finirà il Politecnico se a marzo arrivasse la seconda bocciatura dei giudici. Azzone intanto non fa passi indietro né cerca soluzioni intermedie, anche se perde per strada vecchi e influenti sostenitori, come il suo maestro Umberto Bertelè e Giampio Bracchi, sempre più freddi sulla questione.

Sentenza N. 01348/2013 del TAR Lombardia

Valentini, il renziano che gestisce due comuni: Siena e Monteriggioni

Bruno-ValentiniDomani si discuterà il ricorso (presentato dalla radicale Giulia Simi) sull’ineleggibilità di Bruno Valentini a sindaco di Siena. Ascoltare (per credere) l’intervista a Radio Radicale dell’avvocato Fernando Giannelli sull’incredibile vicenda, che vede, caso unico in Italia, un rappresentante del Pd gestire nello stesso tempo due comuni: direttamente, quello di Siena e, indirettamente, quello di Monteriggioni. In questi giorni, il Valentini vestito di nuovo ha ricevuto sulle pagine del “Corriere della Sera” un “elogio” che marchia per sempre il politico rottamatore: «Fortuna che il sindaco di Siena, Bruno Valentini, ha scolpito concetti memorabili su “Il sole 24 Ore” del 27 novembre (…) è raro trovare tanti strafalcioni in così poche parole!»

A Siena è nato un altro blog non allineato: “Bastardo Senza Gloria”

Bastardosenzagloria

Accogliamo con grande soddisfazione la nascita del blog di Carlo Regina “Bastardo Senza Gloria”. Di seguito, il suo primo post.

UN ABBRACCIO

Bastardo senza gloria (Carlo Regina). Esiste un tempo nel quale si può anche stare ai margini della battaglia, esiste poi anche un tempo in cui non si può sfuggire alle proprie paure e quindi bisogna raccogliere tutte le forze, esiste poi, inoltre, un tempo, dove tutto diventa relativo e l’unica cosa che conta e ti fa avanzare uno spazio dopo l’altro, sono quei dieci, venti secondi in cui torni  al tuo primordiale desiderio di essere semplicemente quello che sei. Il tuo carattere è il tuo destino.

Per quelli che pensano di omologare il pensiero altrui e di ristabilire le regole del “groviglio armonioso senese”, sappiano che si sbagliano e da queste pagine, che altro non sono che una interfaccia di donne e uomini liberi, troveranno una diga invalicabile. Se noi non basteremo, altri verranno dopo.

Colgo l’occasione di questo primo post, per ringraziare la redazione di Fratello Illuminato, la quale mi ha concesso il privilegio, anche se solo “virtuale”, di contribuire con i miei scritti e per la quale ho stima ed ammirazione incondizionati. Saluto tutti gli amici “blogger”, vale a dire il coriaceo Federico Il Santo, l’inossidabile professore Ascheri l’Eretico, quella gran persona del professor Giovanni Grasso con “Il senso della misura”, porgo i miei omaggi alla testata giornalistica del Cittadinoonline e al suo direttore dott.ssa Raffaella Zelia Ruscitto. Io vi sono grato.

Un pensiero particolare va a C.R. (non si tratta chiaramente di me), siccome siamo vasi comunicanti e dal legame indissolubile.

Mi chiamo Carlo Regina e sono Bastardo Senza Gloria, questo sarà il mio blog.

Un abbraccio