«Siamo orgogliosi di ospitare nella nostra regione la migliore università italiana, Siena»!

Simone Bezzini - Stella Targetti - Stefano Bisi

Simone Bezzini – Stella Targetti – Stefano Bisi

Sesto EmpiricoEssere primi in una classifica è certamente una buona cosa, molto meglio che essere ultimi. Però sono anni che Siena è in cima alle classifiche e ciononostante perde più nuovi studenti della media nazionale. Mi pare di aver buoni motivi per rimanere scettico.

Simone Bezzini (Presidente della Provincia di Siena). In pochi giorni dal Ministero dell’Istruzione e dal Censis sono arrivati per l’Università degli Studi e per Siena due importanti riconoscimenti, attestati prestigiosi che premiano l’impegno e la volontà dell’Università di Siena di uscire da una fase difficile che vede una delle istituzioni più importanti del territorio impegnata da tempo nel coniugare l’azione di risanamento con il rilancio della didattica, della ricerca e dei servizi. I riconoscimenti conquistati non devono essere letti come un punto di arrivo ma come uno stimolo ad andare avanti, con determinazione, sia nell’azione di risanamento che nello sviluppo della didattica, della ricerca e dei servizi, che già gli utenti mostrano di apprezzare.

Stella Targetti (Vicepresidente della Regione Toscana con delega all’Istruzione). Siamo orgogliosi di ospitare nella nostra regione la migliore università italiana. I motivi di soddisfazione non finiscono qui perché Pisa e Firenze sono rispettivamente al terzo e quarto posto nella classifica degli Atenei con più di 40mila iscritti.

Questi risultati sono anche un riconoscimento per il nostro sistema di diritto allo studio, visto che tra gli indicatori con cui sono state stilate le classifiche ci sono i servizi (in particolare le mense e gli alloggi) e le borse di studio. Come Regione abbiamo sempre creduto che il diritto allo studio sia un diritto di cittadinanza fondamentale e continueremo a sostenerlo, anzi rafforzeremo il nostro impegno, come dimostrano gli indirizzi sui servizi e gli interventi a favore degli studenti per l’anno accademico 2013/2014 che abbiamo presentato nei giorni scorsi. Chiediamo soltanto che il Governo non ci lasci soli e che il Fondo integrativo statale per il 2014 sia rifinanziato al più presto.

Stefano Bisi (Redattore capo del Corriere di Siena). La tanto bistrattata università di Siena è la migliore d’Italia. È il giudizio del Censis che le assegna il primo posto nella classifica degli Atenei italiani stilata annualmente. E pensare che da quando è stato eletto rettore Angelo Riccaboni non sono mancate le critiche pesantissime, spesso offensive e anonime. Oggi Siena può dire che la sua università è Prima. Deve essere motivo di orgoglio per coloro che la guidano, per la comunità universitaria e per tutti i senesi. L’ateneo si aggiudica la prima posizione nella categoria dei medi atenei (da 10.000 a 20.000 iscritti), e con il punteggio di 103,4 risulta quello con il punteggio più alto in assoluto tra tutte le università italiane.

È un triste destino essere sempre e comunque primi! Meglio riderci su!

Ateneomigliore

Altan-bicchiereGentili Colleghe, Colleghi, Studentesse e Studenti, sono lieto di condividere con tutti i componenti della nostra Comunità i complimenti appena ricevuti dalle istituzioni nazionali, regionali e locali in merito ai risultati dell’indagine annuale Censis, pubblicati oggi in prima pagina dal quotidiano La Repubblica, secondo i quali ‘l’Ateneo migliore d’Italia è Siena’. Questo importante traguardo si aggiunge all’esito della Valutazione della Qualità della Ricerca, resa pubblica dall’ANVUR due giorni fa, secondo la quale Siena è prima in Italia nella qualità della ricerca, rispetto alle dimensioni.

Pur considerando la specificità dei criteri sui quali si basano tali analisi, si tratta di risultati che evidenziano la qualità del lavoro che i docenti e il personale tecnico-amministrativo del nostro Ateneo stanno svolgendo da anni con passione e tenacia, superando le oggettive difficoltà derivanti dalla situazione finanziaria ereditata.

Colgo pertanto l’occasione di notizie così positive, per ringraziarVi dell’impegno sempre profuso a servizio di un’Istituzione che, grazie al contributo di tutte le sue componenti, sta recuperando il prestigio ed il rispetto che certamente merita, per la sua storia e per la positività  dei risultati che l’hanno sempre caratterizzata.

Cordiali saluti. Il Rettore (Prof. Angelo Riccaboni)

Sienaprimoposto

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Dopo l’Università si passa alla svendita del Monte dei Paschi di Siena

Mauro-AurigiLa svendita del Monte dei Paschi di Siena

Mauro Aurigi (Consigliere comunale MoVimento 5 Stelle). Come già temuto, il 12 luglio la maggioranza di centro-sinistra del Consiglio comunale ha dato alla Fondazione MPS e alla Banca Monte Paschi di Siena il via libera all’abolizione del limite del 4% per le quote della Banca detenute da soci privati rendendo il Monte scalabile da chiunque ne abbia la voglia e i soldi. Il sindaco Valentini si è rimangiato tutti gli impegni assunti nel corso della campagna elettorale sul mantenimento di quel vincolo, impegni che gli hanno consentito di guadagnare quel risicato 2% con cui ha sopravanzato il suo antagonista al ballottaggio del 9-10 giugno. Così si è tranciata via l’ultima barriera del forte legame che da 500 anni legava il Monte dei Paschi e la comunità senese, che non era solo materiale, ma emotivo al limite dell’amore fisico, causa principale quest’ultimo – come per il sistema contrada – del longevo successo della Banca. 
In una mozione di sei pagine, la maggioranza di centro-sinistra ha sostenuto che l’ingerenza della politica nella banca e nella fondazione sia un rapporto contro natura, salvo poi dire il contrario in ognuna di quelle pagine, essendo queste tutte dedicate a ciò che la Fondazione e la Banca devono fare. Neanche la pudicizia di un pallido rossore per come quella “riserva di caccia” è stata ridotta in un decennio di assidue “ingerenze” della sinistra di lotta e di governo negli affari “strepitosi” della Banca e della Fondazione. De Bustis, Baldassarri, Mussari, Profumo, Viola, la gran parte dei membri dei CdA del Gruppo Monte e tutte le deputazioni della Fondazione, cos’altro sono state se non “ingerenze politiche” del PCI-PDS-DS-PD nella banca? Tutto quello fatto con l’approvazione entusiasta della sinistra (svendita dell’enorme patrimonio immobiliare per pagare dividendi agli azionisti in mancanza degli utili, finanza creativa, Banca Mantovana, Banca 121, Antonveneta, svendita della Cassa di Risparmio di Prato e di partecipazioni come nel San Paolo di Torino, in Mediobanca, nelle Generali) cos’altro è stato se non ingerenza della politica? Della “loro” politica ovviamente, non di quella della comunità. Una mozione, quella della maggioranza, dove si eleva l’ipocrisia a livello di arte. La realtà è che mancano all’appello 20 miliardi di euro rispetto a quando, con la privatizzazione del 1995, la presunta sinistra ha preso in mano le sorti della Banca e della Fondazione.
 All’atto della privatizzazione le azioni furono emesse a 4 euro, ma nel 1999, con l’ammissione alla Borsa, la quotazione schizzò a 5 euro (richieste d’acquisto pari a 10 volte l’offerta) grazie all’eccellente solidità ereditata dalla virtuosa banca pubblica. Se si fosse conservata la buona gestione della tradizione, il Monte varrebbe in borsa 60 miliardi (€5x12mld di azioni). Non si tratta di un’esagerazione: dopo ognuna delle tre grandi crisi dell’Italia unitaria, quella di fine Ottocento e del primo e secondo dopoguerra, mentre tutte le grandi banche private sparivano per una spericolata finanza “creativa”, il Monte, banca pubblica, estraneo ai grandi e piccoli scandali nazionali e locali, ne usciva ogni volta col patrimonio raddoppiato o triplicato. Bastava arrivare in salute e liquidità al momento in cui tutti chiudevano e il meglio poteva essere comprato a prezzi di liquidazione. Con la crisi attuale il Monte, se fosse restato quello di sempre, sarebbe diventato la più grossa banca d’Italia, una delle massime d’Europa e solo il cielo sa cosa oggi avrebbe potuto significare per la salute economica del Paese. Ora le azioni del Monte valgono solo € 0,20, ossia la Banca capitalizza solo 2,4 mld. In 10 anni ha perso il 95% del suo valore. 
Ma c’è un’altra cosa ancora più preoccupante, visto il ruolo che questa pseudo-sinistra ha a Siena, a Firenze e a Roma. L’idea dell’abolizione del limite del 4% è venuta al presidente del Monte, Profumo. Poco dopo, la stessa idea, ci dicono, è improvvisamente venuta alla Banca d’Italia, al ministero dell’Economia, alla BCE e alla Fondazione MPS, che ha ancora il 34% del capitale del Monte, e poi anche al PD e cespugli vari. Se 2+2 fa 4, vuol dire che si è trattato di un’ingerenza della banca nella politica, per giunta allegramente accettata. Ma se per il PD & C. l’ingerenza della politica nella banca diventa cosa turpe, mentre quella della banca nella politica è cosa buona e giusta, allora vuol dire che questa destra mascherata da sinistra porterà non solo Siena, ma l’intero Paese alla rovina. E non sarà impresa ardua visto che siamo già un pezzo avanti.

Fummo “eccellenti”, ma senza interventi sulle reali storture non resterà quasi nulla delle glorie passate dell’Università di Siena

Volto_unisiRabbi Jaqov Jizchaq. Leggo su “la Repubblica” di oggi: «È il migliore risultato nazionale nell’indicatore di sintesi della qualità della ricerca in rapporto alle dimensioni», dice il rettore Angelo Riccaboni dicendosi “orgoglioso del risultato” dell’Ateneo senese che ha ottenuto il migliore risultato nella qualità della ricerca rispetto alle dimensioni della struttura, con un differenziale positivo pari a 35,76%.» 

Dunque, se Siena ottiene, o meglio, ottenne dei buoni risultati nel campo della ricerca, probabilmente qualche merito lo avrà quel 44% del corpo docente costituito dai ricercatori di ruolo e la percentuale indefinita di quelli a tempo determinato, o no? Ossia di quella gente che qui a Siena, sostanzialmente, nella quasi totalità dei casi, non ha futuro. L’Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca (ANVUR) ha presentato i risultati della Valutazione della Qualità della Ricerca italiana (VQR) per il settennio 2004-2010, cioè, sostanzialmente (tranne un paio d’anni), il periodo precedente alla crisi che ha investito l’ateneo: ne traiamo la conclusione che ai rinviati a giudizio per il “buho” spetta la medaglia al valor civile anziché la galera? Il risultato viene, infatti, brandito dalle gazzette contro le Cassandre che denunciano lo stato di perdurante crisi in cui versa l’ateneo; al contrario, c’è da chiedersi quanto sia rimasto e quanto rimarrà delle competenze che hanno contribuito alla determinazione di quel risultato, proprio a seguito della crisi: 500 docenti, cioè il 50% del totale, andranno in pensione – essenzialmente non rimpiazzati – entro i prossimi cinque anni, sono scomparsi metà dei corsi di laurea che avevamo nel 2008 (e molti altri scompariranno un po’ a casaccio) e, a partire dallo stesso, anno gli studenti sono calati del 25%.

Si aggiunga la falcidia dei dottorati e le scarsissime prospettive per i meno anziani. In sostanza, visti i cambiamenti radicali intervenuti in questi ultimi anni e le prospettive tutt’altro che rosee del futuro, si può dire al massimo che fummo “eccellenti”, ma non c’è nessuna garanzia che il futuro sarà uguale al passato. Al momento di chiudere e sopprimere, si è “valutato” se si andavano a potare anche dei rami sani, anziché quelli secchi e basta? La domanda è ovviamente retorica. Guardiamo appunto al futuro: cosa resterà da qui a qualche anno di quelle competenze, di quelle “eccellenze” che hanno prodotto questo incoraggiante risultato? Nei post precedenti abbiamo fatto due conticini che non mi pare siano stati smentiti. Se il criterio è quello meccanicistico e incurante della qualità dei “requisiti di docenza” (leggasi “tagli lineari”), se manca il coraggio di porre un argine agli “orticelli”, ai corsi di laurea cinobalanici, per la pompa di questo o quel satrapetto del menga; se non vi è una volontà riformatrice vera di intervenire sulle reali storture, se non vi è la consapevolezza che dalla polverizzazione delle strutture non nasce alcuna ricerca, se dunque si dimentica il concetto stesso di “comunità scientifica”, non resterà quasi nulla. Insomma, stiamo celebrando le glorie passate, ignorando la magra realtà dei fatti presenti e le prospettive future, e che dei passati trionfi nel volgere di pochi anni resterà ben poco.

«Pisa al vertice
 della ricerca in Italia.» By the way, hanno 1800 docenti, a fronte dei meno di 600 che avrà Siena nel 2020; e non c’è l’òmino della strada di una città oramai assuefatta al luogo comune che instancabilmente bercia: “e so’ troppiiiiii!”. Insomma hanno le strutture pressoché integre: come si pensa di competere con i nostri ingombranti vicini di Pisa e Firenze? D’un balzo, pare che un dato positivo relativo a un intervallo iniziato dieci anni fa e conclusosi, essenzialmente, con l’esplosione del “buho” cancelli le magagne del presente. Insomma, crogioliamoci pure nel ricordo dei fasti passati, strombazzando le statistiche buone, nascondendo sotto il tappeto quelle cattive, ma non dimentichiamoci che la realtà presente è sostanzialmente diversa da quella di due lustri fa: non vorrei che un confuso e burocratico efficientismo che a Napoli si direbbe “facimm’ ammuina” inducesse a dimenticare la sostanza delle cose e io non vedo come si possano eludere i ragionamenti svolti nei miei precedenti messaggi (anzi…): se vi sono delle eccellenze nel campo della ricerca, è sensato disperderle?

La cattiva maestra, l’università di Siena, ha avuto un ruolo nella nascita del protofascismo moderno in città?

LuigiDeMossi

I bloggers, il banchierismo e l’autobiografia della Nazione

[…] il fascismo è stato qualcosa di più; è stato l’autobiografia della nazione. Piero Gobetti (da: l’«Elogio della ghigliottina»)

Luigi De Mossi. Nei giorni scorsi è emersa la totale estraneità dei bloggers senesi dalla vicenda Rossi. Per tutti quelli che hanno un minimo di criterio questa non è una notizia è semplicemente la constatazione dell’evidenza.

La prima e più palese forma di pensiero unico durante il fascismo è stato il controllo dei mezzi di comunicazione allora esistenti. L’atteggiamento verso i bloggers ricorda da vicino certe direttive fasciste di orientamento dell’opinione pubblica. Il tentativo di silenziarli è fallito; ed è fallito sul nascere ma ciò è dipeso unicamente dal fatto che il clima cittadino è profondamente cambiato e non certo per merito dei lealisti del potere.

Meglio non domandarsi cosa sarebbe potuto succedere se certe illazioni fossero circolate tre o quattro anni fa, quando il pensiero unico era il verbo e si voleva far credere che tutto andava bene, madama la marchesa.

Vi è un altro aspetto che deve essere sottolineato: l’amicizia, il rispetto, ed il dolore verso una persona o verso una comunità, sono generalmente sentimenti riservati e pudichi; qualora si voglia esternarli lo si deve fare nel rispetto della verità.

I bloggers senesi saranno discutibili ed abrasivi quanto volete, ma fanno un esercizio di realismo, talvolta sbagliano, come tutti, ma non li ho mai visti esprimere opinioni delle quali non fossero convinti in buona fede. D’altronde e fino a prova contraria, il loro atteggiamento non è mai stato né opportunistico né conveniente.

Una lancia voglio spezzarla anche a favore dei tanto disprezzati postatori anonimi accusati di vigliaccheria quasi fossero dei franchi tiratori. Per parte mia sono abituato a firmare quello che scrivo e non esito ad esprimere liberamente le mie idee; ma non siamo tutti uguali, non tutti hanno un’attività che consente l’indipendenza non solo economica ma anche da un datore di lavoro.

Fra l’altro il non firmarsi non rende affatto “segreti” perché se si diffama, se si insulta, si è facilmente rintracciabili dalla polizia postale, come tutti sanno. Molte volte l’anonimato è solo una forma – non encomiabile – di prudenza. Infine, ma è solo una sensazione, ho l’impressione che, spesso, fra chi si slancia contro gli anonimi ci siano persone che adoperano senza alcuna resipiscenza o scrupolo le identiche modalità comunicative, nascondendosi dietro pseudonimi vari.

Ma come siamo arrivati a questo protofascismo moderno nella ridente città di Siena?

Più di tutto la corruzione della società senese è avvenuta attraverso il denaro ed il potere, per il tanto denaro e per il tanto potere che si sono riversati sulla città e che ora sono finiti.

Se il fascismo è stata l’autobiografia della nazione il banchierismo – forma deviata del montepaschismo – è stato senza dubbio l’autobiografia dei senesi degli ultimi venti anni.

Un Gattopardo all’università di Firenze

Nepotism

Ateneo, la deroga strizza l’occhio al nepotismo (Da: “la Repubblica” Firenze, 8 luglio 2013)

Franca Selvatici. L’università di Firenze ha adottato il Regolamento dei dipartimenti il 23 luglio 2012, ma già ha ritenuto di doverlo modificare. In particolare Senato accademico e Consiglio di amministrazione hanno introdotto alcune deroghe in materia di mobilità interna fra dipartimenti. E poiché – come ha ha autorevolmente insegnato Giulio Andreotti – a pensar male si fa peccato ma spesso ci si indovina, alcuni docenti si chiedono se le modifiche al Regolamento non abbiano una qualche relazione con le imminenti decisioni relative alla abilitazione scientifica nazionale, il nuovo sistema di reclutamento introdotto dalla riforma Gelmini con l’obiettivo di contrastare il nepotismo. Vediamo.

In materia di mobilità interna, il Regolamento adottato il 23 luglio 2012 stabilisce che, una volta scelto un dipartimento, docenti e ricercatori non possano chiedere di trasferirsi in un altro prima di tre anni. Ed è quasi impossibile, salvo casi eccezionali, che un docente o un ricercatore possa passare in un dipartimento in cui manchi il settore scientifico disciplinare a cui appartengono: per esempio, un docente di lettere a medicina, un ingegnere a filosofia. Le modifiche approvate, invece, consentono a professori e ricercatori di presentare domanda di trasferimento da un dipartimento all’altro anche prima dei tre anni, purché nel nuovo dipartimento sia presente il loro settore scientifico-disciplinare: per esempio i trasferimenti sono possibili fra i vari dipartimenti di medicina o fra scienze giuridiche e scienze politiche e così via. Nel caso in cui il trasferimento sia chiesto verso un dipartimento in cui non siano presenti altri docenti dello stesso settore scientifico-disciplinare, il nuovo regolamento lo consente verso il dipartimento che abbia il maggior numero di settori affini.

È possibile che queste modifiche siano state studiate per rendere meno ingessata l’organizzazione di ateneo. Ma potrebbero rivelarsi utili anche per i docenti i cui figli abbiano affrontato la Abilitazione scientifica nazionale e si attendano di essere dichiarati idonei. L’idoneità è una condizione necessaria ma non sufficiente per avanzare nella carriera universitaria. Occorre, infatti, essere chiamati da un dipartimento di un ateneo. Ma la legge Gelmini e (sia pure in maniera assai timida) anche il codice etico dell’ateneo fiorentino non permettono le chiamate di «docenti con un grado di parentela o affinità fino al quarto grado con un professore del dipartimento che effettua la chiamata». Con il rischio, quindi, che alcuni figli, pur avendo conquistato l’idoneità, non vengano chiamati da nessuno, perché graditi solo nel dipartimento in cui lavorano il padre e i docenti a lui vicini (magari beneficiati in passato da concorsi compiacenti). Ecco quindi la possibile soluzione. Il padre chiede il trasferimento in altro dipartimento e i docenti suoi amici chiamano il figlio. Nei prossimi mesi si capirà quanto siano fondate queste maliziose previsioni.

Nelle università di provincia, l’autorevolezza degli assenteisti cronici cresce con l’ansia dell’attesa dei docenti

Altan-comandare-fottereRabbi Jaqov Jizchaq. Piuttosto, io avrei titolato l’articolo «nel reclutamento l’Università dovrà valutare le competenze didattiche tanto quanto le pubblicazioni»: “poca didattica = poca ricerca“. Tutti gli assenteisti cronici dicono che non si fanno vedere all’università perché debbono fare “la ricerca”: posso capire che Siena non è “Ossforde” quanto a strutture, o che le nostre biblioteche cui sono stati tagliati anche i fondi per gli abbonamenti alle riviste scientifiche non sono la Bodleian Library, ma dove minchia la fanno, ‘sta ricerca, costantemente all’altro capo del mondo? Non è che tutti studiano i pinguini dell’Antartide! E poi se vi fosse tutta questa ricerca fiorirebbero premi Nobel a tutto spiano: e invece, bada un po’, questi fioriscono, al contrario, proprio laddove i dipartimenti sono intensamente e costantemente presidiati. I giovani ricercatori che fuggono all’estero, non lo fanno solo per accattare un tozzo di pane che la patria matrigna nega loro, ma perché la ricerca si fa dove la ricerca c’è, ossia dove esiste quella che a tutti gli effetti può definirsi una “comunità scientifica”.

Didattica e ricerca si tengono l’un l’altra: che ricerca può creare attorno a sé un docente che esiste solo virtualmente sub specie ectoplasmatica? Siena, le università di provincia, sono state per lungo tempo paradigmatiche da questo punto di vista: creazioni in larga misura artificiali, hanno registrato degli eccessi clamorosi nelle latitanze. Quelli di provincia, tra i barbarofoni, sono siti universitari “dove non si va” e l’autorevolezza magari cresce, se ci si fa vedere poco, con l’ansia dell’attesa (il professore verrà? Non verrà? Consultiamo gli aruspici…). Questo ha fatto sì che la nomea di “assenteisti” si spargesse indistintamente un po’ su tutti, dimenticando che se c’è uno che non lavora, spesso vuol dire che c’è un altro che lavora per due. Ma anche da questo punto di vista temo sia arrivato il momento del redde rationem.

Ma poi, prima di parlare astrattamente di “reclutamento”, qualcuno ha fatto una stima approssimativa di quanta gente verrà reclutata (se mai verrà reclutato qualcuno) a Siena nei prossimi cinque anni, per 500 docenti che se ne vanno? Qualcuno (Candide, ou l’optimisme: sarà la canicola) va sparando cifre, alludendo allo sblocco del turn over per Università ed enti di ricerca a partire dal 2014, all’elevazione dunque dal 20% al 50% del limite di spesa consentito rispetto alle cessazioni dell’anno precedente , ma, s’intende – in cauda venenum – nel rispetto delle disposizioni sui limiti di spesa per il personale e per l’indebitamento (e questo è un argomento dolorosissimo a Siena). Con questo provvedimento – si dice – si renderanno disponibili posti per 1.500 docenti di ruolo in tutt’Italia (il che vuol dire una ventina per ateneo) e 1.500 “tenure track”, cioè, senza tanti fronzoli, borse di studio (che quindi non incidono sui conteggi di cui ai precedenti post): ma ve la immaginate una pioggia di concorsi a go-go qui, a Siena, nel volgere di cinque anni, se ad oggi hanno bloccato persino la chiamata come associati dei ricercatori già risultati idonei? Manco se li vedo….

Mi pare pura fantascienza. Il mio sospetto è che se fra avanzamenti di carriera e reclutamento vero e proprio si arriverà ad una cinquantina, sarà grasso che cola. Inoltre a goderne saranno naturalmente i SSD che sopravviveranno al cataclisma e nei prossimi anni non avranno tirato nel frattempo le cuoia (e non è detto che siano quelli migliori ed indispensabili); pertanto il sospetto è che alla fine della fiera il personale docente in questi anni verrà ridimensionato, non di un terzo, come si vociferava, ma sostanzialmente della metà e per giunta a cacchio di cane: a prescindere da ogni giudizio di valore, sul piano meramente aritmetico non vedo dunque come si possano eludere i ragionamenti di cui ai precedenti messaggi.

Attendo con ansia di essere smentito.

Nulla dies sine linea

Per la Commissione europea, nel reclutamento dei docenti l’Università dovrà valutare le competenze didattiche tanto quanto le pubblicazioni

LetteraTotoPeppino

Totò e Peppino scrivono la famosa lettera. Da rivedere e ascoltare.

Troppa ricerca, poca docenza (Italia Oggi, 2 luglio 2013)

Giovanni Scancarello. L’università deve tornare in cattedra. Secondo la commissione europea, non basta fare solo ricerca, ma bisogna restituire centralità all’insegnamento, troppo spesso relegato in second’ordine. E quanto riportato nella relazione del gruppo di alto livello per la modernizzazione dell’istruzione superiore, presentata lo scorso 18 giugno a Bruxelles. L’istruzione superiore, vale a dire quella universitaria, pone giustamente al centro del proprio core business la ricerca, che però resta un fatto accessibile, alla fine, a pochi eletti. Per l’Europa si tratta di proseguire anche nel terziario l’apertura democratica all’istruzione che ha contraddistinto lo sviluppo della scuola secondaria di massa degli ultimi trent’anni. Per questo l’università deve prepararsi ad accogliere l’aumento della richiesta di accesso ai percorsi terziari di studio, in modo da proporsi nella prospettiva dell’aumento del numero dei laureati in Europa, atteso già con la strategia di Lisbona e rilanciato con Europa 2020. Il gruppo di alto livello, in cui partecipa anche l’italiano Alessandro Schiesaro, dell’Università La Sapienza di Roma, ha adottato 16 raccomandazioni, che rappresentano il risultato del confronto con gli stakeholder, con le associazioni professionali e degli utenti dell’istruzione superiore europea, finalizzate soprattutto a promuovere l’innalzamento della qualità della didattica. Qualità della didattica che è tale solo se mette veramente al centro l’apprendimento e lo studente. È questo il banco di prova del modello dell’istruzione superiore europea.

In Europa, affermano dal gruppo di alto livello, si vuole affermare un modello in cui le competenze vengano innanzitutto coltivate attraverso la didattica e l’insegnamento e non solo nei laboratori di ricerca. L’Europa, quindi, dopo la scuola, sceglie l’inclusione anche all’università, spostando il baricentro dall’insegnamento all’apprendimento. Si tratta di un approccio già affermato con il Processo di Bologna e ripreso con l’istituzione del framework europeo delle competenze, del sistema di accumulazione e trasferimento paneuropeo dei crediti e dei titoli di studio, del supplemento al diploma. Per Androulla Vassiliou, commissario per l’istruzione e promotrice convinta del gruppo di alto livello, tutto ciò serve perché gli «studenti siano forniti della giusta miscela di competenze necessarie per il loro futuro sviluppo personale e professionale». Mary McAleese, ex presidente della repubblica d’Irlanda e oggi a capo del gruppo di alto livello, afferma che le università dovrebbero porre maggiore attenzione al merito di chi insegna e al fatto che venga insegnato loro ad insegnare. Tra le sedici raccomandazioni è previsto, infatti, che le politiche di reclutamento e progressione di carriera delle università tengano conto della valutazione delle competenze didattiche dei prof, tanto quanto altri fattori, come pubblicazioni e altri titoli. Entro il 2020, si legge tra le raccomandazioni, tutto il personale docente dovrebbe aver ricevuto una formazione pedagogica certificata. Ma non solo. Partico- lare enfasi è posta all’apertura democratica del curricolo agli studenti. I curricoli dovrebbero essere sviluppati e monitorati in un clima di dialogo e partenariato con gli studenti, i laureati, gli stakeholder. E ancora. Le università dovrebbero incoraggiare il feedback degli studenti. Insomma la commissione ha chiesto ai suoi saggi un documento con cui dichiarare guerra alla dispersione nell’istruzione superiore così come già avvenuto nella scuola superiore. Nel frattempo però c’è da ricostruire un rapporto con i diplomati, che si iscrivono sempre meno all’università. Secondo le stime di Alma laurea sulla condizione dei laureati le retribuzioni d’ingresso dei laureati in Italia sono livellate a livello di quelle dei diplomati. Perché allora laurearsi se basta il diploma? E d’altra parte l’Europa sa che non potrà giocarsi la competizione dell’economia della conoscenza senza un contributo forte in originalità e creatività che soprattutto i laureati italiani possono offrire.

Con l’offerta formativa all’insegna della “tuttologia” infiascata l’università di Siena continua a perdere studenti

Pupazzi-Unisi

Rabbi Jaqov Jizchaq. Si legge sul “Sole 24 Ore” che «negli ultimi dieci anni gli iscritti alle Facoltà umanistiche sono calati del 27%.» Seguiamo la tendenza, già in atto ad esempio negli USA, orientata verso la scomparsa degli studi umanistici, da noi politicamente teorizzata perfettamente bipartisan con la teoria delle famose “tre i” (mancava la quarta: idiota!); ma qui in Italia credo che questo sia un “trend” più ampio che investe anche le scienze “pure” in generale, i progetti di ricerca scientifici che non hanno una ricaduta immediatamente applicativa sui tempi brevi e le discipline teoretiche. Insomma, tutta la ricerca di base.

Mi viene in mente quel simpatico giornalista della “Frankfurter Allgemeine” perennemente ospite da Bruno Vespa, che con bonarietà paternalistica raccomanda agli italioti di dedicarsi alla cucina, al turismo ecc. e lasciar perdere la ricerca e l’innovazione tecnologica (che quella la fanno in Vestfalia o in Corea). Io, per la cronaca, fatta salva la necessità di sfruttare meglio turismo e patrimonio culturale, tenderei a pensarla in modo diametralmente opposto, ritenendo che le scienze pure ed applicate siano parte costitutiva imprescindibile del patrimonio culturale di questo paese, dato oggettivo che solo il prevalere per una certa fase di una cultura di stampo idealistico e storicistico ha potuto gettare nell’oblio.

Per quanto riguarda i settori cosiddetti “umanistici”, in particolare, leggo nel sito MIUR che qui a Siena tanto per cambiare è andata anche peggio, rispetto al dato nazionale: mentre rettori e presidi sbandieravano le classifiche taroccate del CENSIS e la “Ossforde” aretina, solamente dal 2008 ad oggi, Siena (includendo entrambe le sedi), nei corsi di laurea umanistici, è passata da 4600 studenti a 2900, cioè a dire ha perso quasi il 40% (diconsi il quaranta per cento!) degli iscritti in cinque anni.

È un circolo vizioso: alla disaffezione da parte degli studenti verso queste materie causata da un generale trionfo dell’ignoranza consumistica (come non pensare alla più volte citata “scomparsa delle lucciole” pasoliniana?), alla concreta difficoltà di trovare un lavoro (“con la cultura non si mangia”, ebbe a dire un celebre ministro) si aggiunge un’offerta didattica sempre più immiserita a causa delle uscite di ruolo di metà del corpo docente, dell’impossibilità di rimpiazzarlo, del disimpegno e della latitanza di molti che ritengono di essere stipendiati come “intellettuali”, e non come professori ma, temo (last but not least), anche di una politica che grida vendetta, consistita negli anni dello scialo nell’aver riempito a dismisura certi settori bizzarri e vacui in nome di una moda effimera durata lo spazio di un minuto, affossandone altri più solidi. Con ciò ammazzando l’unico motore che muove i giovani verso queste carriere: la passione.

Alla lunga, l’insieme di questi fattori ha prodotto corsi di laurea dalle denominazioni incomprensibili e dal contenuto vago, e ciò ha indotto gli studenti desiderosi di studiare qualcosa di ben preciso, e non la “tuttologia” infiascata, ad orientarsi verso altre sedi; mentre le iscrizioni colavano a picco e il corpo docente dimezzava, le competenti autorità pensavano a come mantenere in piedi periclitanti doppioni nelle sedi distaccate, “accorpando” il culo con le quarant’ore all’interno delle singole sedi, anziché abolire questi doppioni ed eventualmente le sedi stesse, fortilizi non più sostenibili, per concentrare le forze nella difesa della sede principale.

Purtroppo, in questo clima, hanno avuto vita facile i teorici dello sputtanamento globale-totale, cui si sono aperte autostrade all’interno di una comunità cittadina dove peraltro il provincialistico culto dell’effimero e la vanità, che considerano la cultura come una sorta di orpello, una “gravatta”, un belletto, in questi anni difficili di decadenza la fanno da padroni: ma se il trend è già di per sé negativo, com’è possibile che si ritenga di poter rispondere con proposte sempre più scadenti che hanno l’effetto di disorientare ed accentuare ancora di più la fuga da Siena?

E un disgraziato che volesse tentare la carriera accademica, come farà, in una sede dove, con le recenti disposizioni circa l’obbligo di possedere almeno sei borse di studio, non esisterà verosimilmente neppure un dottorato di ricerca specifico nei vari settori? Un dottorato… accorpato? E allora che minchia di dottorato sarebbe? Un respiro ed un attimo di riflessione bastano per rendersi conto che questa è una strada suicida.
Si salva (e ciò va ascritto a loro indiscusso merito) chi riesce a trovare fondi esterni con cui finanziare i dottorati; ma è evidente che ciò accade nella ricerca applicativa e nella sfera tecnologica e non è possibile estendere, se non in minima parte, il discorso ai settori di cui sopra.

Scusandomi se la mia ignoranza non è pari a quella di Lorsignori, la mia opinione ve l’ho detta: in queste condizioni di estrema scarsità delle risorse, che si ripercuote anche sulla qualità e dunque l’attrattività dell’offerta formativa, si facciano meno corsi e meno dottorati nella regione, ma buoni: si trasferisca lì la gente o si costituiscano corsi federati secondo il dettato della riforma, allo scopo di dar luogo a solidi presidî a livello regionale, costituendo corsi e dottorati interateneo (assai più di quanto non accada adesso, con gli attuali criteri cervellotici per il contributo della Regione ai dottorati interateneo) o trasferendo i docenti laddove le discipline hanno un maggior radicamento ed una maggiore possibilità di sopravvivenza, ponendo in definitiva la parola fine a questa finzione che è la claustrofobica “autonomia” totale degli atenei (monadi senza finestre).

Si dice che questo è ingenuo ed utopistico, non è “furbo” (meditate gente…) perché urta contro la suscettibilità dei baroni e i meccanismi spartitori che governano l’università italiana in regime di “autonomia”: eppure tutto ciò è scritto nella riforma, a questo mira l’articolo 3, a questo tendono i famigerati “requisiti minimi di docenza” e dunque mi chiedo chi comandi realmente in questa bottega, se persino il richiamo alla volontà (ancorché flebile) del popolo sovrano e alla matematica elementare è considerato un segno di ingenuità. E poi l’alternativa quale sarebbe? Assistere imbelli al declino accompagnando dolcemente alla pensione chi ne è stato concausa? E a cosa valgano tutti i fiumi d’inchiostro intorno all’eccellenza, alla meritocrazia, all’efficienza ecc., ecc. se poi cadono miseramente davanti ad argomentazioni così meschine.

L’ateneo senese si affossa anche con la disorganizzazione amministrativa programmata dai vertici

Altan_dirigentiUSB PI Università di Siena. Stiamo cercando nelle ultime settimane di mettere in chiaro alcuni aspetti dell’organizzazione di questo Ateneo. Tocca alle segreterie amministrative: si parla del lavoro di 72 colleghe e colleghi, ma anche di un problema più grande la contabilità di questo Ateneo e del programma che la gestisce. Vogliamo proprio partire da questo ultimo aspetto perché la questione è oltremodo complessa. Il nostro Ateneo ha deciso di fare nel 2013 il passaggio alla contabilità economico patrimoniale con bilancio unico, di utilizzare dal 2013 un nuovo programma di contabilità e di riorganizzare le strutture dipartimentali dell’Ateneo.

Attuare una trasformazione così radicale in un Ateneo normale è azzardato, farlo da noi è follia a nostro modo di vedere. Non lo scriviamo perché reputiamo che non vi siano le professionalità ma perché presuppone una organizzazione svizzera nella gestione delle fasi, che noi non abbiamo. Si può essere bravi, svegli e competenti, ma se si aumenta il carico di lavoro, e lo si trasforma per giunta in disorganizzato carico di lavoro, tutto questo vanifica le competenze e serve solo ad aumentare lo stress. Proviamo a fregarcene dello stress e cerchiamo di focalizzarci sui “benefici” di tutto questo cambiamento.

Il passaggio alla contabilità economico-patrimoniale fatto in un solo anno e prima del 2014 ci ha permesso di avere un premio da parte del Ministero di poco più di 100.000 euro! A fronte però di un lavoro allucinante di migrazione manuale di tutti i dati contabili dell’anno 2012 dei vecchi dipartimenti, degli impegni assunti e da rendicontare quest’anno e di viaggi infiniti dai dipartimenti alla ragioneria per inserire i dati (è normale, ci domandiamo, che tutte le spese di viaggio con i mezzi pubblici siano a carico dei dipendenti che si spostano per motivi di servizio?). Infatti solo da lì si sono potuti caricare i dati avendo un bilancio unico. I 100.000 euro non sono serviti a niente nemmeno ce li hanno dati in medicine per lo stress!

L’acquisto del software dal Cineca, cioè di U-GOV ci è costato molto, è uno strumento versatile, che ragiona in modo trasversale, che è tarato sul mondo degli Atenei, ma noi abbiamo acquistato la versione base! Sarebbe troppo lungo spiegare come funziona, nello scrivere questo comunicato abbiamo letto i vari manuali e oltre ad esserci spaventati, ma non è la nostra materia, abbiamo capito che non si può riassumere un enciclopedia in una pagina. Ogni volta che i nostri colleghi con competenza chiedono se si può utilizzare per fare un dato procedimento viene risposto: “si ma voi avete il pacchetto base, questo modulo va acquistato separatamente.”

La riorganizzazione delle segreterie in funzione dei nuovi dipartimenti, adempimento obbligatorio, è stato fatto senza una reale valutazione dei carichi di lavoro delle singole strutture, attraverso una aggregazione di colleghe e colleghi con diverse professionalità che nel momento in cui hanno iniziato a lavorare insieme, a conoscersi, si sono visti scaraventare addosso l’immaginabile. Sì, perché U-GOV gestisce tutto dalla contabilità, alle risorse umane, alla didattica intesa come contratti, costi, ecc., e quindi tutto ciò che insiste sui dipartimenti è stato gettato nel tritacarne delle segreterie amministrative, dove però ad essere tritati sono i colleghi e non i dati contabili, ecc.. Facciamo l’esempio del software Titolus per il protocollo: tutta la posta in entrata (didattica e amministrazione) deve essere protocollata dalla segreteria.

Ciliegina sulla torta è la cassa economale prevista per ogni dipartimento nel regolamento delle strutture scientifiche, al momento è unica e gestita centralmente. Così quando un professore oppure la segreteria ha bisogno di soldi per pagamenti pronta cassa si deve andare al Rettorato. Arriva un corriere che devi pagare al momento del ritiro e tocca dirgli: “aspetti arrivo in centro prendo i soldi e torno”, o dobbiamo anticiparli!?!

Non è stata fatta poi una valutazione della funzionalità di certe scelte di ricollocazione dei procedimenti, basta fare un esempio: master universitari. I master sono materia complessa, fondamentale per un Ateneo come il nostro che vuole differenziare l’offerta oltre i moduli classici di formazione e studio. Uno penserebbe che tutti gli attori della gestione degli stessi si fossero incontrati per mettere a punto una nuova procedura di gestione, e invece no, c’è chi ha deciso senza conoscere la materia, senza parlare con chi se ne occupava e in parte continua a farlo e con chi se ne deve occupare per intero da oggi, cioè le segreterie amministrative. Risultato? Confusione più totale, evidenziata dai segretari, ma che non trova soluzione. Alcuni vedono i suggerimenti come giudizi e si offendono irrigidendosi, non capendo che si sta cercando di lavorare bene. Ognuno pensa di essere il più sfortunato della terra, ma noi non stiamo stilando una classifica stiamo evidenziando la necessità di parlare e confrontarsi per trovare le soluzioni.

Benefici da tutto questo cambiamento non ve ne sono stati, ma solo rischio di ulcere e gastriti. La Direttrice Amministrativa può liquidare come un nulla la ventilata minaccia di dimissioni di tutti i 15 segretari amministrativi di qualche settimana fa, ma sa bene che questa non deriva da una mancanza di voglia di lavorare, ma dalla mancanza di voglia di lavorare in questo modo. In certi consessi può sminuire il senso di una tale azione, ma in privato è meglio che rifletta, e bene. La DA non ha parlato poi con i collaboratori delle segreterie e ha fatto bene perché forse, per una volta, non avrebbe potuto utilizzare i suoi modi rudi ed intimidatori, ma si sarebbe trovata di fronte 57 persone imbufalite. Le decisioni assunte a livello centrale si ripercuotono nei dipartimenti e poi sono le segreterie amministrative a dover “dialogare” con i docenti. I docenti devono capire che coloro con cui si rapportano stanno cercando di capire anch’essi perché vengono assunte certe decisioni.

O l’azione di semplificazione è coordinata fra tutti oppure si cola a picco: ma forse è quello che si vuole ottenere. Le segreterie amministrative non hanno saputo lavorare! Spiegazione utile a livello centrale, ovvia per le ditte esterne, e semplice per i docenti. Troppo comoda e falsa!