A quanto ammonta il credito dell’Università di Siena con il Sum per le borse di dottorato?

La domanda, non retorica, ci viene suggerita dall’articolo di Fabio Sottocornola, attento conoscitore delle questioni universitarie che, sul settimanale Il Mondo, tiene la rubrica “In cattedra”. Attendiamo una risposta! O dobbiamo chiederlo alla Corte dei Conti?

Sum, tra crediti e fusioni Normali (30 agosto 2012)

Fabio Sottocornola. Imbarazzante Sum, l’Istituto di studi umanistici fiorentino guidato, fino a qualche mese fa, dal professor Aldo Schiavone oggi sotto processo (con altri) per imputazioni come peculato e abuso d’ufficio. I fastidi riguardano il modo in cui l’élite accademica vorrebbe chiudere quest’avventura. Da un lato, c’è il progetto di unire in matrimonio l’alta scuola di dottorati con la Normale di Pisa, guidata da Fabio Beltram. L’idea delle nozze sarebbe di Alessandro Schiesaro, latinista della Sapienza, consulente di ministri, amico di Beltram. Su un’altra faccenda spinosa, qualche passo ufficiale lo ha mosso anche l’università di Firenze. Infatti, tempo fa il CdA dell’ateneo ha nominato Mario Labate liquidatore dell’Isu, Istituto di studi umanistici nato nel 2001, in pratica il nonno del Sum. Risale proprio all’Isu la creazione di un Consorzio (2002) con atenei come Bologna e Napoli Federico II, che a loro volta nel 2005 hanno dato vita al Sum. Curioso ciò che si legge nella delibera: dal febbraio 2011 l’Isu non ha più organi in carica, non svolge attività né tiene rapporti con il Sum. Ha però una «disponibilità di somme residue per 47.755 € e vanta crediti complessivi per 319.185 €». L’ente «detiene contabilmente beni acquistati negli anni per un costo di 110.567 €, privo di un valore effettivo». Significa che è roba da buttare? La delibera non dà risposta. Quanto al credito da 319 mila €, l’università può riaverne dal Sum 252 mila erogati come borse di studio. Invece «il credito di 66.896 euro è difficilmente recuperabile» dal debitore: l’École des hautes études en sciences sociales (Eehs). Una delle più prestigiose scuole di Parigi che aveva un accordo di cooperazione con il Sum. Nessuno ha spiegato di che tipo di credito si tratti. E perché dalla Ville Lumière non saldano il debito con Firenze. Domande che anche la Corte dei Conti dovrebbe porre.

Con i parametri adatti alla valutazione di un asilo infantile, l’università di Siena è prima in Italia

Rabbi Jaqov Jizchaq. Scrive la Santarpia che «l’Università di Siena è scomparsa dalla classifica Arwu, mentre l’Università di Pisa ha ottenuto un risultato lusinghiero anche per quanto riguarda i macrosettori: in Scienze naturali ha confermato la leadership, essendo l’unica italiana presente tra le prime 100 al mondo; in Matematica e Fisica ha ribadito l’eccellenza, posizionandosi per entrambe tra il 76° e il 100° posto al mondo; e in Chimica e Informatica è entrata tra il 101° e il 150° posto.»

Invece, secondo la classifica del Sole 24 ore, Siena è quinta e Pisa diciannovesima: con l’enorme e sincero rispetto che ho verso i nostri ingegneri, sicuramente campioni nel loro campo, non ho ben capito come sia possibile che Siena sopravanzi Pisa nel campo ingegneristico non avendo né l’ingegneria civile, né quella nucleare, né quella navale, né quella aerospaziale ecc. ecc. ecc… Lo stesso dicasi per la fisica e per le altre scienze, pure ed applicate: qualcuno coniò anzi l’espressione sarcastica, per cui a Siena il problema sono appunto le “scienze… avanzate” (segue sghignazzo 😦 ), che avanzano e pertanto sono destinate a finire nell’immondizia. Neppure il Censis è riuscito però quest’anno a sciogliere i consueti peana verso le facoltà di lettere (senza più filosofia) di Siena. Arezzo non ci risulta, ma naturalmente la ragione è che sono impegnati in un’aspra e disegual tenzone per il primato galattico con Oxford, Harward e altri siti stellari, sicché queste quisquilie provinciali non li sfiorano. Venuto alla luce lo “scandalo” dell’assenza dalle addomesticatissime classifiche del Censis (fonte oramai di ilarità per studenti e docenti), subitaneamente si è commentato che i divi che davano lustro alla facoltà, o perirono prematuramente sul campo rattristando l’ateneo tutto (per quanto in realtà studiosi di ben altro calibro laggiù operanti siano andati al creatore senza che l’ateneo li degnasse neppure di un necrologio), o si avviarono mestamente à la retraite: stronzata sesquipedale, giacché al momento della rilevazione erano tutti vivi, vegeti e a libro paga; ma che la ragione sia al contrario da ravvisarsi nella scomparsa, da oramai almeno due riforme degli ordinamenti, dei Corsi di Laurea Basilari (sostituiti da un generico quanto inutile “humanities”) e dalla pratica impossibilità di specializzarsi in alcunché, pare che a questi geni della comunicazione del Nulla che aborrono la parola “specializzazione” non sia passato nemmeno per l’anticamera del cervello. Per la classifica surreale del Censis, comunque, addirittura Siena… è prima; per il Sole 24 Ore Siena sopravanza Pisa di quattordici posizioni: una presa per i cabasisi notevole, si direbbe, dalla quale si conclude che secondo i parametri adottati da queste agenzie, il livello scientifico degli atenei nel campo delle scienze pure ed applicate, non conta una emerita mazza, ma contano altri parametri, più adatti, forse, alla valutazione di un asilo infantile, che ad un ateneo.

Per favore, il momento è grave, siamo seri: lasciamo ai buffoni della politica-avanspettacolo, dei “comunicatori” del Nulla, dei politicanti ricicciati come professori di qualche cosa d’indefinito e fumoso e dello stuolo di nani e ballerine che gli vanno appresso, il puerile divertimento di bamboleggiarsi con “le statistiche”.

Altro che prima in Italia: l’università di Siena è scomparsa dalla classifica di Shanghai

Valentina Santarpia (Corriere della Sera, 18 agosto 2012). Sono le Università di Pisa e La Sapienza di Roma i migliori atenei italiani: a sostenerlo è l’Academic ranking of world universities (Arwu), una classifica elaborata dalla Jiao Tong University di Shanghai, tra le più accreditate a livello internazionale insieme a quelle elaborate annualmente da Times higher education e QS World university rankings. La decima edizione della ricerca di Shanghai, che assegna ad Harvard il primo premio, elenca le 500 migliori università nel mondo: tra queste compaiono 20 istituzioni accademiche italiane, contro le 22 dello scorso anno, ponendo l’Italia all’ottavo posto tra le nazioni, insieme alla Francia.

Tra le novità più importanti, la «scomparsa» dalla classifica delle Università di Siena e Pavia, e il cambiamento di posizione di due atenei: Palermo, che è andata peggiorando, spostandosi dal gruppo collocato tra il 301° posto e il 400° a quello tra il 401° e il 500°, e la Scuola Normale di Pisa, che invece ha migliorato le sue performance, passando dal gruppo 301-400 al gruppo 201-300. I due atenei di Roma e di Pisa (nel blocco 101-150) precedono invece come l’anno scorso Milano e Padova, tra il 151° e il 200° posto, e quelli di Bologna, Firenze, Torino, del Politecnico di Milano e della Scuola Normale, che si situano tutti tra il 201° e il 300° posto. Nella parte bassa della graduatoria, si piazzano Genova, Napoli (Federico II), Roma Tor Vergata, tutte tra il 301° e il 400° posto, per chiudere con il gruppo più corposo, quello degli atenei collocati tra il 401° e il 500° posto, dove troviamo la Cattolica, il Politecnico di Torino, l’università di Bari, Ferrara, Palermo, Parma, Perugia e la Bicocca di Milano.
Sono tutti punteggi che a prima vista non appaiono così lusinghieri. Ma «se si considera che l’Arwu valuta circa 5.000 università in tutto il mondo, che essere fra il 100° e il 150° posto significa essere nel 3% delle università migliori al mondo», come fa notare il prorettore della Sapienza Giancarlo Ruocco, «il risultato è di tutto rispetto».

Allora perché gli atenei italiani ancora non riescono a entrare nel gruppo dorato delle prime cento, occupato per lo più da inglesi e americani? «Quello che ci manca è la capacità di organizzare il reperimento di fondi progettuali – spiega ancora Ruocco –. Soprattutto le università generaliste, non riescono a creare dei progetti validi che attirino risorse economiche e che ci permettano di crescere, anche a livello internazionale. E infatti uno dei compiti che ci siamo dati – conclude Ruocco – è quello di creare esperti del settore, professionalità specifiche in grado di mettere a punto i progetti di ricerca».
In effetti la classifica Arwu dà grande importanza alla qualità delle performance, sia accademiche che di ricerca, considerando elementi come il numero di riconoscimenti internazionali ottenuti dallo staff accademico, il numero delle pubblicazioni e delle citazioni, i risultati conseguiti in relazione alle dimensioni dell’istituzione. Rischia di non essere obiettiva, come ipotizza la ministra francese all’Istruzione Geneviève Fioraso, secondo cui l’Arwu «non tiene conto della qualità dell’insegnamento e ignora in gran parte le scienze umane e sociali»? «Tutte le classifiche sono parziali, indicative, perché fanno riferimento solo ad alcuni indicatori – risponde il presidente della Crui (Conferenza dei rettori delle università italiane) Enrico Decleva –. E comunque in Italia o si assume un atteggiamento più responsabile, e cioè ci si rende conto che bisogna investire in alta formazione, oppure le università nostrane non potranno mai essere ai primi posti della classifica».
Un esempio su tutti? «Il rapporto docente/studente sta precipitando nel nostro Paese – sottolinea Decleva –. E questo va corretto: l’internazionalizzazione ha bisogno di risorse, umane ed economiche». «Non a caso i primi sono sempre gli inglesi e gli americani – incalza il rettore del Politecnico di Milano, Giovanni Azzone –. In quei Paesi ci sono alcuni poli universitari che attraggono la maggior parte delle risorse e che così diventano eccellenza in settori specifici. In Italia questo non succede, è tutto molto frammentato». Come se ne esce? «Imitando il modello francese e tedesco – spiega Azzone –, dove si hanno molti centri di qualità ma si punta sull’eccellenza di alcuni». È la strada intrapresa dall’Università di Pisa, che non a caso nella classifica Arwu ha ottenuto un risultato lusinghiero anche per quanto riguarda i macrosettori: in Scienze naturali ha confermato la leadership, essendo l’unica italiana presente tra le prime 100 al mondo; in Matematica e Fisica ha ribadito l’eccellenza, posizionandosi per entrambe tra il 76° e il 100° posto al mondo; e in Chimica e Informatica è entrata tra il 101° e il 150° posto.
Ma numeri in classifica e graduatorie hanno davvero un senso per chi studia? «Assolutamente sì – conclude Azzone –. Sono passati da due a quattro milioni i ragazzi che ogni anno scelgono di frequentare l’università all’estero nei Paesi dell’area Ocse. Dobbiamo avere visibilità internazionale se vogliamo essere competitivi e attrarre cervelli. O non far fuggire i nostri».

Quando del sistema Siena se ne occupa il web

Alla vigilia di ferragosto, il sito Corsera Magazine ha pubblicato un articolo sulla situazione senese con un titolo eloquentissimo: «Monte dei Paschi di Siena, la grande truffa a danno degli azionisti». Altri tre pezzi erano usciti in precedenza: il primo l’8 agosto Monte dei Paschi di Siena, il più grande scandalo finanziario italiano»); il secondo il 9 («Elezioni 2013, Partito Democratico il virus Monte dei Paschi di Siena») e il terzo l’11 agosto («Monte dei Paschi di Siena virus Lehman Brothers»). La foto che accompagna gli articoli è quella dell’ex presidente della Banca, Giuseppe Mussari, ritenuto dal Corsera Magazine il «coautore del disastro» e la sua elezione alla presidenza dell’Abi considerata una «beffa per gli azionisti trombati; come dire un mascalzone latino che, dopo aver condotto il vascello di Rocca Salimbeni al disastro finanziario, adesso pontifica dallo scranno più alto». Con linguaggio colorito, zeppo di refusi e di errori, gli articoli non firmati – riconducibili i primi tre a una ipotetica redazione di Roma e l’ultimo a quella di Milano – denunciano quel che tutti ormai sanno, dopo il servizio di Report e l’articolo di Der Spiegel. Con una novità, chiaramente espressa in tutti i pezzi, l’auspicio che il Pd non vinca alle politiche: «Pierluigi Bersani è preoccupatissimo sa benissimo che, con il Monte con le pezze al culo, il Pd finirà per perdere le prossime elezioni, perché i cittadini non si fidano dei cattivi gestori». Stupisce il linguaggio crudo di Corsera Magazine: «La Banca MPS vale meno di zero… dei suoi immensi pascoli ha ritirato soltanto la merda delle bestie con le corna… e il letame del MPS ha investito anche il Quirinale. Il più grande scandalo finanziario di tutti i tempi in Italia, la più grande cloaca puzzolente che ha inghiottito il letamaio Banca Antonveneta… con la precipitosa uscita di Caltagirone e una minusvalenza di oltre trecento milioni di euro. Quanti sono gli allegri miliardi di euro concessi a clientela che, in realtà, non poteva onorare quei prestiti?». Forse, le dimensioni del dissesto e l’impunità, che si suppone sia garantita ai responsabili, giustificano questi eccessi verbali, considerando, infine, che le stesse espressioni sono da mesi sulla bocca di tutti.

Das Fiasko von Siena: gli occhiali di Der Spiegel e le bende sugli occhi dei media locali

Alexander Smoltczyk

Dopo Report (Il Monte dei fiaschi), il caso Siena approda sul più prestigioso organo di stampa tedesco, Der Spiegel, con un titolo eloquentissimo: “il fiasco di Siena”. Ecco il sommario dell’articolo pubblicato a pag. 56: «Das Fiasko von Siena: Die älteste aktive Bank der Welt, Monte dei Paschi, brauchte 535 Jahre, um ihren Reichtum anzuhäufen. Drei Krisenjahre genügten, um ihn zu verspielen. Eine toskanische Idealstadt erlebt den Einbruch der Wirklichkeit ins Idyll – nicht anders als derzeit das ganze Land.» Di seguito i link per leggere l’articolo integrale nella traduzione in inglese o in italiano.

– Alexander Smoltczyk. Downfall of Tuscan Paradise. Spiegel Online International, 8 agosto 2012.

– Il fiasco di Siena – Der Spiegel (traduzione dal tedesco di Silvia Tozzi). Il Santo notizie di Siena, 8 agosto 2012.

Commenti sull’argomento:

Raffaele Ascheri. Der Spiegel: c’è Monti, ma anche il Monte (e l’eretico)… l’Eretico di Siena, 7 agosto 2012.

Raffaella Zelia Ruscitto. Il fiasco di Siena… ma tutto resta com’è. Il Cittadino online, 8 agosto 2012.

Per il resto, silenzio assordante nel sito della Provincia e in quello dell’Università di Siena. A ogni buon conto, nella rassegna stampa dell’Ateneo si legge che «l’aggiornamento della rassegna riprenderà il giorno 20 agosto, con la riapertura delle strutture universitarie.» Ovviamente, per quella data sarà molto difficile che il rettore tiri fuori la testa dalla sabbia e consenta alla comunità accademica senese di conoscere quanto “Der Spiegel” ha scritto sul sistema Siena.

Università di Siena: se 250 milioni di buco hanno prodotto il primo posto in classifica, allora continuate così, che vi daranno pure la medaglia

Rabbi Jaqov Jizchaq. “Sin qui, tutto bene”, diceva quello mentre precipitava da un grattacielo, giunto a pochi metri dal suolo: questo mi pare essere il messaggio che trapela dietro ai cori di peana per i trionfi di questi giorni. Se duecentocinquanta milioni di buco hanno prodotto il primo posto in classifica, allora continuate così, che vi daranno pure la medaglia: si vede che noi comuni mortali,  dei grovigli statistici non ci capiamo molto. Spiegatelo a quella legione di ricercatori che è stata buttata fuori o congelata su un eterno bagnasciuga, scavando in tal modo un solco tra generazioni e interrompendo bruscamente ricerca e tradizioni scientifiche (mentre ci riempiamo la bocca del VQR), che ciò è stato valutato come un dato positivo. Fateci capire se il Censis (credibile quanto Moody’s) ha approvato prepensionamenti, accorpamenti, soppressioni, così come sono stati realizzati: almeno capiremo quale modello di università provincialoide per il popolino del contado hanno in mente quelli che li pagano. Del resto, paradossalmente, nella città politicamente commissariata dei buchi clamorosi e impuniti (dal Monte all’università), che non rappresenta dunque un esemplare di buona amministrazione e di buona giustizia, risultano primeggiare, secondo il Censis, proprio … Economia, Scienze Politiche e Giurisprudenza. Me ne rallegro comunque, e sono contento che davanti a questi corsi di laurea si apra un radioso avvenire: ma costituendo essi, assieme a Medicina, forse la metà del corpo studentesco, delle rimanenti specialità – della scienza strictu sensu, della cultura – non è chiaro cosa vogliano farne e soprattutto sarebbe interessante sapere se pensano semplicemente di farne a meno. Nel qual caso, nulla quaestio, ma visto che non sta bene buttare a mare tanta zavorra umana, dovrà essere organizzata una evacuazione di studenti, tecnici e docenti paragonabile a dir poco all’Operazione Salomone che portò i Falascià in Israele. Rimando ai miei precedenti messaggi per sottolineare come ciò sarebbe in certa misura addirittura auspicabile, visto che oramai diversi comparti scientifici hanno perso la massa critica per sopravvivere separatamente nei tre atenei toscani: non solo nella piccola Oxford senese, ma anche da quei trogloditi distanziati in classifica di Firenze e di Pisa. E sarei curioso di sapere quante di quelle specialità che hanno contribuito alla determinazione del trionfale risultato esistono ancora e quante invece nel frattempo, nello iato temporale intercorso fra la rilevazione dei dati e l’ultima riforma degli ordinamenti, soccombettero. Interessante, anche per stabilire definitivamente se si tratta di una burla, sarebbe il dato analitico corso per corso, dipartimento per dipartimento, perché dà uggia udire le solite mosche cocchiere esultare “abbiamo vinto! Abbiamo vinto!”, senza che abbiano contribuito una beneamata minchia all’efficienza e al prestigio scientifico dell’ateneo.

P.S. Sebbene si sia classificata prima per il Censis, Siena non piazza una sua facoltà tra le prime tre in Medicina, Farmacia, Psicologia, Scienze della Formazione, Matematica, Fisica, Chimica, Biologia, Lingue e tutti i rami dell’Ingegneria: come fa dunque ad essere prima? Prima “de che”? Balza all’occhio poi il dato clamoroso che nel podio delle Facoltà non c’è più la mitica Facoltà di “Lettere” (ahimè, senza più “Filosofia”) di Siena, né quella di Arezzo! Dipenderà dalla prematura dipartita di taluni personaggi, o semplicemente dal fatto che hanno combinato un bel troiaio, la maggior parte dei corsi e delle specializzazioni essendo stati smantellati ed accorpati in un generico ed incolore “humanities”, per giunta in duplice copia? Sicuramente glisseranno su certe operazioni demenziali e, come i generali di Caporetto, daranno la colpa a chi non è stato abbastanza solerte nel tirare le cuoia.

I quattro dell’Ave Maria e la centralità della didattica nella riforma dell’Università

Stefano Semplici, Giampaolo Azzoni, Paolo Leonardi, Emanuele Rossi

Atenei, ipotesi autoriforma (da: Avvenire, 6 luglio 2012)

Enrico Lenzi. Offerta formativa di qualità per tutti o più attenzione al merito? Potenziamento della didattica o valorizzazione della ricerca? Il mondo universitario italiano da tempo si sta macerando su questi dilemmi. E anche tutte le riforme che negli ultimi anni i ministri hanno messo in campo non sono al momento riusciti a trovare un punto di equilibrio, almeno secondo l’opinione di chi nell’università vive e opera. E allora quattro docenti (Stefano Semplici dell’Università di Roma Tor Vergata e Collegio «Lamaro Pozzani»; Giampaolo Azzoni  dell’Università di Pavia, Centro di etica del Collegio Borromeo; Paolo Leonardi dell’Università di Bologna, Collegio Superiore; Emanuele Rossi del Scuola Superiore Sant’Anna, Pisa) hanno deciso di prendere carta e penna nel tentativo di offrire una soluzione ai dilemmi, o almeno «un contributo al dibattito». «È una proposta che parte dal basso – spiega Stefano Semplici, ordinario di Filosofia morale – e che è il risultato di una riflessione a partire dai testi e dalle proposte fatte fino ad ora». E a sorpresa per questo gruppo di docenti non solo «il punto di equilibrio si può trovare», ma «siamo anche convinti che entrambi i punti siano obiettivi prioritari per far funzionare l’università».

Partiamo dal primo: equità e merito. «Come abbiamo scritto al ministro dell’Istruzione, Università e Ricerca Francesco Profumo – spiega Semplici – la contrapposizione fra equità e merito non solo è sbagliata, ma dannosa per il Paese e in particolare per chi ha bisogno di maggior aiuto per far fiorire il suo talento». Insomma l’università deve «garantire percorso formativi che mettano in grado tutti – e questa è l’equità – di poter sviluppare i propri talenti e anche di aiutare a farli emergere in coloro che non sembrano averli». Nello stesso tempo «deve saper riconoscere il merito, ma non considerandola come una risorsa del singolo, bensì dell’intera comunità». Per il professor Semplici «occorre pensare ai “benemeriti”, cioè a coloro che hanno potuto sviluppare i propri talenti e poi li hanno posti al servizio di tutti».

Altrettanto delicato il secondo dilemma: didattica o ricerca. «Sono le due gambe su cui si regge l’università e devono viaggiare in parallelo – sottolinea Semplici–. Oggi, invece, si tende a privilegiare la produzione scientifica e la ricerca nella valutazione dei docenti, lasciando ai margini la didattica. Risultato? Professori dedicati solo alla ricerca e poco propensi a entrare in aula a fare lezione. Con grave danno per gli studenti». E qualche avvisaglia di questa tendenza si è vista con alcune levate di scudo da parte di alcuni docenti «che si lamentano del tetto obbligatorio di 100 ore di lezione all’anno, quasi che quel tempo – tra l’altro 10 ore al mese visto che luglio e agosto non ci sono lezioni – fosse perso per le cose importanti, cioè la ricerca». Il danno per l’università è più che evidente.

La proposta elaborata dal gruppo dei quattro docenti affronta anche altri aspetti giudicati decisivi per una buona riforma dell’università. «Penso all’incentivazione dei comportamenti virtuosi nell’amministrazione degli atenei – spiega il professor Semplici – in modo da produrre risparmi da reinvestire ad esempio nel diritto allo studio. O alla figura del garante degli studenti. Ma anche al sistema di abilitazione e reclutamento, che continua a non garantire una valutazione di qualità del corpo docente, lasciando maglie troppo larghe per il riconoscimento dell’idoneità e anche in questo caso basando la valutazione solo sui titoli e le pubblicazioni ignorando la didattica».

La proposta del professor Semplici e dei suoi tre colleghi ha già creato un po’ di dibattito nel mondo accademico, tra consensi e critiche. «Abbiamo voluto – ribadisce il docente di Filosofia morale – un contributo, che pensiamo di buon senso, cercando di mettere ordine nelle varie proposte sul tavolo. Ma soprattutto partendo dall’esperienza diretta sul campo».

Un manifesto da far sottoscrivere ai candidati dei nuovi organi di governo dell’Università di Siena

Portare nuovi valori anche nell’Ateneo

Zoom (6 luglio 2012). Da anni ormai le istituzioni senesi, con l’Ateneo in testa almeno per ragioni cronologiche, sono scosse da una crisi profonda che si aggrava sempre di più e, prima che crollino in modo irreversibile, è doveroso capirne le cause al di là delle soluzioni pratiche da individuare urgentemente. Uno di questi motivi, forse il principale, sta sicuramente nella costante applicazione della logica della lobby che, inevitabilmente, finisce per allontanarsi dai bisogni collettivi ispirandosi solamente agli interessi, non solo economici, ma anche e soprattutto di potere, del gruppo prevalente. È una logica che finisce per essere distruttiva e l’Università senese ne è un chiaro esempio. È dai tempi del rettorato Berlinguer, non che i suoi predecessori fossero in senso assoluto “migliori”, che il governo di questa importante istituzione cittadina risente, in negativo, degli effetti prodotti dalla prevalenza di un gruppo accademico, con comuni interessi politici e di potere. Non è particolarmente rilevante che il legame tra i componenti di questa lobby sia politico, piuttosto che accademico o economico. Ciò che conta è invece che un gruppo di persone possa prevalere su altri gruppi o sui singoli, piegando l’istituzione ai propri voleri. Questa logica si è perpetuata per un ventennio attraversando il rettorato Tosi, quello Focardi e, infine, è assurta a regola nel rettorato Riccaboni, manifestandosi con una scarsa trasparenza e con una gestione svincolata dal consenso della comunità accademica. Le nuove disposizioni normative, quali quelle della legge Gelmini, hanno favorito il fenomeno mettendo gli organi di governo dell’Ateneo praticamente nelle mani del Rettore e del gruppo che lo sostiene (e che non può smettere di sostenerlo pena la perdita di qualsiasi potere). Non è un caso che l’approvazione del nuovo statuto, in osservanza della Gelmini, provocò dissensi da parte di altri lobbisti, nel caso specifico del Comune e della Provincia che ancora oggi esprimono dei consiglieri di amministrazione. Lo stato di tensione derivò dalla presa di coscienza da parte soprattutto dell’allora sindaco Ceccuzzi che, una volta estromesso dal “gruppo”, non avrebbe più potuto esercitare pressioni come spesso avvenuto negli anni passati. Un radicale cambiamento di questa situazione può attuarsi solo con il prevalere di nuovi valori, una sorta di nuovo umanesimo che riporti al centro l’individuo o aggregazioni di singoli svincolate da logiche lobbistiche. Il consenso della comunità dovrebbe portare negli organi di governo persone estranee alle logiche della gestione ristretta del potere, motivate semplicemente dal senso della responsabilità e del bene collettivo. Le soluzioni “pratiche” o “tecniche” verrebbero di conseguenza, facendo uscire dalla prostrazione e rilanciando, davvero e non a parole, un’istituzione secolare che oggi stenta a sopravvivere.

Due ciechi felici alla guida della sanità e dell’Università di Siena

Paolo Morello Marchese e Angelo RiccaboniDi seguito il comunicato integrale dell’Associazione non-profit In fondo ai tuoi occhi”, un’associazione nata nel maggio 2012 per la raccolta fondi per il reparto di Oftalmologia dell’ospedale “Le Scotte” di Siena, dove si trova il centro di eccellenza per la cura del retinoblastoma. Porta avanti una campagna di comunicazione e di sensibilizzazione verso il trattamento del tumore che colpisce i bambini.

In fondo ai tuoi occhi. Questa è la storia di un medico, ricercatore, licenziato dall’Asl di Siena che ospita un centro di riferimento nazionale per il retinoblastoma, e che, senza perdere la speranza e l’entusiasmo, ha continuato a fare ricerca in laboratorio a 1.200 euro al mese. Adesso le sue ricerche potrebbero aprire “autostrade” per la cura del retinoblastoma, il tumore agli occhi che colpisce i bambini da zero a tre anni di età.

Siena vanta l’eccellenza nella cura di questo tumore. Ogni anno nel reparto di Oftlmologia della dottoressa Doris Hadijstilianou arrivano almeno 30 nuovi casi. A Siena lavora anche Domenico Mastrangelo, 33 anni di laurea in Medicina e Chirurgia, quattro specializzazioni, più di 100 articoli scientifici pubblicati su riviste internazionali ed esperienza pluridecennale sul retinoblastoma. Mastrangelo paga ancora oggi una vicenda legata a un concorso e a una sua denuncia contro l’allora Rettore, Piero Tosi e una serie di processi che ne sono nati. «La mia ricerca sul retinoblastoma – afferma Mastrangelo – apre la strada a nuovi approcci diagnostici e terapeutici. Ma non c’è da illudersi che questo possa rappresentare uno stimolo per chi dirige le “aziende” da farsa che dicono di occuparsi della salute della gente. Di fatto con questa scelta si tiene fuori dal centro di riferimento sul retinoblastoma l’unico esperto, oltre alla dottoressa Hadijstilianou, operativo sul territorio nazionale».

Scaricato dall’Asl senese, Mastrangelo ha scelto comunque di continuare a lavorare e portare avanti le proprie ricerche. «Sono andato avanti con la sola forza del mio intelletto e, contrario, come sono sempre stato, all’ipotesi genetica sull’origine del retinoblastoma, ho elaborato l’ipotesi “epigenetica”, sull’origine della malattia». Nonostante il successo scientifico dell’ipotesi, Mastrangelo vive da due anni, con lo stipendio più che dimezzato «e la vergogna di sentirmi circondato dall’omertà di colleghi, amici, ex amici, associazioni, sindacato e quant’altro». Tuttavia parallelamente alle vicende legali, Mastrangelo continua a scrivere di retinoblastoma. «Un mio articolo sull’epigenetica del retinoblastoma è stato pubblicato dal “Journal of Cancer Therapy” e può essere scaricato gratuitamente. Ho poi ultimato il capitolo di un libro dell’editore Springer, dal titolo: “The epigenetics of retinoblastoma”, nel quale pongo in evidenza le prospettive che questa ricerca apre, nell’ambito della diagnosi e della terapia di questo tumore, mentre un terzo articolo scientifico, sempre sullo stesso argomento, mi è stato pubblicato dall’European Ophthalmic Review».

A parte il lavoro sull’epigenetica del retinoblastoma, le indagini di Mastrangelo interessano anche altri fronti. «Entro il mese di ottobre, presso il dipartimento di Scienze Biomediche, diretto dal professor Giovanni Grasso, dovremmo poter essere in grado di stabilire dei saggi di chemiosensibilità in vitro, ossia selezionare, in laboratorio, i farmaci verso i quali le cellule tumorali mostrano maggiore sensibilità. Questo sistema ci consentirà, inoltre, di verificare anche l’efficacia di farmaci nuovi e persino di “non farmaci”, da avviare alle sperimentazioni cliniche nel retinoblastoma».

Istituto Italiano di Scienze Umane (Sum): processo alle “eccellenze” strombazzate

Il processo Sum tra star e Diamanti (da: il Mondo, 29 giugno 2012)

Fabio Sottocornola. Parata di prof-star all’udienza di martedì 12 giugno del primo processo Sum a Firenze su quello che doveva essere uno dei più prestigiosi istituti universitari italiani per dottorati post laurea. Almeno nelle intenzioni di Aldo Schiavone, ordinario di diritto romano che voleva chiamare in Toscana (l’altra sede è Napoli) nomi eccellenti dell’accademia. Peccato che, secondo l’accusa, i trasferimenti fossero pilotati (violazione del segreto d’ufficio) e farlocche le commissioni giudicatrici. Sostanziosi, sempre per l’accusa, i vantaggi (anche patrimoniali) per i docenti. Però, il sociologo milanese Guido Martinotti, ex prorettore alla Bicocca passato al Sum perché era «un progetto molto promettente», in aula ha sostenuto di aver rinunciato «a un sacco di consulenze». Gli garantivano entrate, attraverso l’ateneo meneghino, fino a 30 mila euro l’anno aggiuntivi rispetto allo stipendio. Più perdite che guadagni in busta paga anche per Leonardo Morlino, docente di scienze politiche transitato al Sum e che oggi insegna alla Luiss. In risposta a una domanda del pm Giulio Monferini, si è detto «non sorpreso» di essere stato l’unico a concorrere per la sua materia al Sum. «Ho l’impact factor più alto tra i colleghi in servizio. Non mi meravigliava che volessero me». A suo favore si è pronunciato al processo il sociologo, e volto noto al pubblico, Ilvo Diamanti per il quale il bando non era ad personam. «Ero stato allertato e potevo competere. Ma sto bene dove sto (Urbino, ndr)». A suo parere, nessuno partecipava «sapendo che c’era Morlino. Come se io mi mettessi a fare la gara a Bologna dove è in corsa Angelo Panebianco». Infine, per Giovanni Verde, ex vicepresidente del Csm e consulente delle difese, nei trasferimenti di docenti come di magistrati, non si guardano le competenze già verificate nei concorsi. Piuttosto, aspetti come stima, posizione scientifica o la linea che l’ateneo vuole avere.