Tra Balzac e Barzanti su propaganda e post–verità sull’Università di Siena

Honoré de Balzac e Roberto Barzanti

Honoré de Balzac e Roberto Barzanti

Rabbi Jaqov Jizchaq. Ancora sui disfattisti (ossia coloro che subiscono le conseguenze dei misfatti degli ottimisti e da questi ultimi, per giunta, vengono fatti segno di anatema per il fatto di non esserne contenti):

«Gli scrittori che hanno un obiettivo, non fosse che un ritorno ai princìpi che ci vengono dal passato, quindi eterni, devono sempre sbarazzare il terreno. Perciò chiunque posi la sua pietra nel campo delle idee, chiunque segnali un abuso, chiunque denunci il cattivo per farlo individuare, questi potrebbe essere considerato immorale. Essere accusato d’immoralità, cosa che accade di frequente allo scrittore coraggioso, è l’ultima cosa che resta quando non si trova più nulla da dire a un poeta. Se i vostri quadri sono genuini, se lavorando giorno e notte riuscite a scrivere nella lingua più difficile del mondo, vi accuseranno di essere immorale. Socrate era immorale, Gesù Cristo era immorale. Entrambi furono perseguitati nel nome delle Società che rivoluzionavano o cercavano di riformare. Quando si vuole uccidere qualcuno, lo si taccia d’immoralità. Questa manovra, ben nota ai partiti, è la vergogna di tutti quelli che ne fanno uso.» (Honoré de Balzac, Premessa a “La Commedia Umana”)

….naturalmente non possiamo vanagloriosamente considerarci scrittori, se non per il fatto che materialmente scriviamo, comunicando per iscritto le nostre opinioni. Tuttavia il ragionamento di Balzac si confà a chiunque esprima, con ogni mezzo, pensieri controcorrente, e venga perciò stesso sovente apostrofato – in una società che è adusa alle ubriacature totalitarie – come disfattista.

E nell’ateneo senese si sa chi ha falsificato i bilanci ma non chi ha provocato la voragine nei conti!

ilgiornale11gen2017

Roberto Barzanti e l’università di Siena: verità, “post–verità”, propaganda e Pensiero Unico

Roberto Barzanti

Roberto Barzanti

Rabbi Jaqov Jizchaq. Leggo anche questo singolare commento di Roberto Barzanti«Non hanno ragione quanti si fregano le mani di soddisfazione per la non positiva performance nei finanziamenti ricevuti.»

Ma chi è che “si frega le mani”? Mi permetto sommessamente di ricordare che dire “piove” quando piove è semplicemente dire la verità. O siamo già entrati nell’era della “post-verità”, insomma delle panzane anche all’università (tutto va bene, e se va male, la colpa è degli alieni), ovvero nel tempio del pensiero critico, dove però il dibattito è assente? E interrogarsi sul presente e sul futuro dell’ateneo senese credo sia un diritto/dovere per chi ci lavora, specie se non è alle soglie della pensione (che non avrà mai), se ha dedicato tutta la vita alla ricerca (e non alla politica) e se la propria esistenza è e sarà pesantemente condizionata dalla crisi che sta attraversando l’università senese (dieci anni di blocco di turnover e carriere, smantellamento di intere aree scientifiche…) e dalle trasformazioni in atto nell’università italiana, riguardo alle quali dice bene Viesti: «Le decisioni prese e in corso provano che si mira a differenziare il sistema fra un nucleo limitato di atenei sui quali far convergere le risorse umane e finanziarie disponibili e tutti gli altri, abbandonati ad un futuro di difficoltà sempre maggiori. Tuttavia il Governo non ha mai pubblicato un documento che argomenti questo indirizzo.»

Mi dispiace se l’on. Barzanti mi annovera fra i disfattisti (e non amo le polemiche ad personam), non è una missione o una crociata, né devo difendere qualche interesse particolare e personale o pensi di dispensare stille di saggezza a chicchessia. Il punto è che trovo insopportabile il Pensiero Unico, la descrizione manierata e convenzionale somministrata dalle gazzette (la “post–verità”, come oggigiorno i sociologi definiscono le balle): ma quando i media riusciranno a incanalare l’informazione circa gli eventi occorsi all’ateneo senese su un binario di verità e di realismo, anziché di mera e grossolana propaganda? Non è che interrogarsi sul proprio destino, su quello della propria disciplina, sul destino dei propri laureandi e dottorandi sia sinonimo di disfattismo: al contrario, non farlo sarebbe sintomo di irresponsabilità.

Ecco come ci somministrano la (post)verità le gazzette: «Questione di merito. Università di Siena, –39% di finanziamenti statali. Pesano qualità ricerca e mancata assunzione docenti. Primato nazionale, in termini negativi, per l’Università Siena. È quanto emerge dall’elenco del Fondo di Finanziamento Ordinario del Miur, ossia quanto lo stato trasferisce agli atenei italiani sulla base di 4 criteri: qualità complessiva della ricerca, politiche di reclutamento dei docenti, qualità della didattica in relazione alla mobilità internazionale degli studenti e qualità della didattica in relazione alla quota di studenti in regola con gli studi. Sulla risultante di questi 4 criteri di valutazione, rapportati al 2015, l’Università di Siena fa un enorme passo indietro in termini relativi con il suo –39,4%.»

Sulla qualità della ricerca sono cambiati più che altro i criteri di valutazione. Ciò viene sottolineato anche da Il Fatto Quotidiano: «Con l’applicazione dei contestati Vqr 2011-2014, cambiano i parametri per la valutazione della ricerca. A guadagnare più di tutti in percentuale è l’Università per stranieri di Perugia, di cui l’ex ministro è stato rettore: +114,8%. Maglia nera Siena che perde più del 35%… La ripartizione del FFO 2016 avviene sulla base di un complesso algoritmo che non permette di capire a cosa sia dovuto l’exploit dell’università dell’ex ministra Giannini.»

Il sito ROARS fa notare che anche l’indicatore relativo alla qualità del reclutamento (20%) è misurato con la nuova metrica della VQR 2011-2014, diversa da quella impiegata nella VQR 2004-2010. Ma tant’è, e a parte l’interpretazione sadico-punitiva delle gazzette il risultato è questo.

Nella ripartizione della quota premiale del Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO) l’università di Siena è ultima

involuzionedellaspecierettoraleRabbi Jaqov Jizchaq. Dopo il messaggio augurale del Magnifico rettore, tutto colmo di ottimismo, arriva una sferzata gelida leggendo questo articolo sul sito ROARS. A parte l’interpretazione che necessita di nozioni di numerologia cabalistica dei risultati della valutazione, su cui si è soffermato Andrea, che rafforza nell’uomo della strada la convinzione che la matematica sia un’opinione, l’effetto di questa alchimia ci consegna un mesto fine d’anno:

«Dati ufficiali FFO premiale: Messina +37%, Catanzaro +33%, Milano Statale -9%, Udine -14%, Siena -39%»
«(…) La maglia nera è Siena (-39%), ma tra chi perde terreno ci sono anche diverse università del Nord: Udine -14%, Milano Statale -9%, Milano Bicocca -6%. Con un terremoto simile, qualche ateneo dovrà chiudere? Per fortuna no, perché una clausola di salvaguardia limita al -2.25% la possibile diminuzione dell’FFO.»

“Chiove e schiove”, come canta Catarì; “nu poco chiove e n’ato ppoco stracqua torna a chiòvere, schiove”. E le previsioni del tempo dicono che nevicherà.

Buon anno a tutti.

Qualche spigolatura natalizia sull’Università di Siena

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Rabbi Jaqov Jizchaq. «Siena, dopo anni di crisi l’università assume e investe. Tre professori assunti prima di Natale e per il nuovo anno sono previste altre cattedre. Cifre positive anche per il bilancio, con un utile di 4,5 milioni di euro. Dopo anni di recessione, l’università è tornata ad assumere, superando per la prima volta dal 2008 le unità presenti nel corpo docente rispetto all’anno precedente. Un trend che dovrebbe proseguire nel 2017, anche se un quadro esaustivo della situazione non sarà disponibile prima di marzo.»

….rallegrandomi ovviamente per la lieta novella natalizia, se i grafici (basati su dati ufficiali) su in alto non mentono, non vedo come ciò possa invertire il trend, visto che le uscite di ruolo dal 2008 al 2020 saranno quattro centinaia e che i nuovi arrivi ad oggi sono poche unità, «tutti concentrati in alcuni settori. Per un buco che tappi, te ne si aprono o restano da tappare dieci: una lotta impari. Se ne evince che molti buchi non saranno mai tappati, cioè che l’ateneo cambia volto. La retorica dei “corsi inutili”, però, lasciamola alle gazzette, che non credo apprezzino l’utilità delle equazioni di Maxwell. Quanto al fatto che il ridimensionamento del corpo docente (a causa del quale Siena è diventata un po’ meno della metà di Pisa, incluse Sant’Anna e Normale (1451+85+119) accomodandosi in una dimensione subalterna) sia cosa buona e giusta, non bisogna smettere di far presente a certi Torquemada adusi a sventolare il rapporto docenti/studenti che esso è avvenuto del tutto a casaccio (pensionamenti).

Dice il documento di Programmazione triennale 2016-2018: «Ancora per il 2017, il livello di turnover per gli Atenei sarà fissato all’80%, e solo a partire dal 2018 (con risorse di fatto spendibili soltanto nel 2019) tale livello sarà portato al 100%. A ciò si aggiunge la contingenza per cui USiena viene penalizzata dal basso valore dell’Indicatore SEF, appesantito da mutui e fitti passivi (nonostante il buon rapporto adesso raggiunto tra costo del personale ed entrate), facendo prevedere che nei prossimi anni sarà ancora difficile compensare con il reclutamento il pensionamento del personale addetto alla ricerca).»

…tradotto in italiano, se interpreto bene, questo vuol dire che in terra di Siena l’80% ce lo scordiamo, restando ai minimi livelli del turnover. Insomma, qualunque cosa se ne pensi, non si dica che l’ateneo tornerà ad essere quello di prima. Il “buon rapporto tra costo del personale ed entrate” lo si è raggiunto essenzialmente bloccando dieci anni il turnover e mandando in pensione ad oggi (e non è finita) 350 docenti. Dunque ripeto con angoscia: cosa diverrà Siena? Non certo un ateneo generalista. Dunque un ateneo specializzato: specializzato in cosa? Può esistere un ateneo, che non sia l’IMT di Lucca o roba del genere, al contempo specializzato ed autonomo in un contesto in cui si pensa alla creazione di grandi “hub” con piccoli satelliti nella loro orbita? Mi pare dunque che il tenue miglioramento dei conti non infici minimamente il progetto nazionale di divisione in atenei di serie A e di serie B.

«L’università italiana si è messa in moto convergendo verso uno standard comune e più elevato della qualità della ricerca. In media, gli atenei che avevano un livello della qualità della ricerca relativamente basso si sono rimboccati le maniche e, se non hanno scalato posizioni, almeno hanno ridotto lo svantaggio.» (ANVUR)

Per chi suona la campana di Gauss? Non mi è chiaro se le università del Sud si siano avvicinate a quelle del Nord, o viceversa (la linea della palma), ma il sospetto che si insinua è che anche la matematica sia un’opinione. Accurati calcoli del sito ROARS rivelano difatti che la distribuzione della nuova VQR è simile a quella che potevamo predire ricalibrando i voti della vecchia VQR.

«Adesso possiamo entrare in una nuova fase – ha affermato il Rettore – nella quale l’Università di Siena sarà chiamata a rafforzare il proprio ruolo di attore chiave nello sviluppo culturale, sociale ed economico della città».

Per lo sviluppo sociale ed economico della città, ahimè, ci vogliono soprattutto i quattrini. Per lo sviluppo culturale ci vorrebbe innanzitutto quella cosa “inutile” ed estranea ai progetti di trasformazione degli atenei in Fachhochschulen che è appunto la cultura. Ma che “cultura” c’è rimasta a Siena? Ho già scritto che trovo aberrante la riesumazione ad uso degli ignoranti della contrapposizione fra “le due culture” (segno di arretramento qualunquistico). Mi pare che sovente, quando si parla di “cultura”, si intendano al massimo le quattro nozioni imparucchiate a scuola, un po’ d’aria fritta, un po’ di politica e di varia umanità, per le quali non abbisognano specializzazioni o dottorati di ricerca. Insomma, non roba che ha a che fare con l’università e che non ne ha bisogno. Il Nulla.

“Das nicht nichtet”il nulla nulleggia (M. Heidegger)

Precisazione: Continuo a non capire se, come illustrano i grafici su in alto, nel prossimo triennio se ne andranno via una quarantina di persone ogni anno e se il turn-over procederà al rallentatore (in ogni caso non certo 50 posti di ruolo ogni anno), come sarà possibile ogni anno superare le unità presenti all’anno precedente: mettono nel conto anche i ricercatori a contratto, almeno quelli di tipo B?

Le classifiche farlocche nel ridisegno golpista dell’Università italiana

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Siena al 24° posto e Pisa al 34°

Rabbi Jaqov Jizchaq. Eccole! Arrivano le pagelline di Babbo Natale dell’ANVUR: «La classifica dell’Agenzia di valutazione degli atenei vigilata dal ministero di Istruzione. Scuole superiori in testa. L’università con il livello di ricerca più elevato resta la Scuola di alti studi di Lucca (Imt) che, tuttavia, ha perso metà del punteggio del 2010 (il 46 per cento), a dimostrazione che nella nuova valutazione le diversità tra gli atenei si sono sensibilmente assottigliate. Seconde e terze nel ranking, due scuole superiori di Pisa: Sant’Anna e Normale (che guadagna il 20 per cento e sette posizioni).» E gli altri atenei toscani? «La distanza con le prime tre fuoriclasse è giustificata dal fatto che le tre istituzioni sul podio sono specializzate in ricerca, negli altri atenei è la didattica che la fa da padrone. In classifica incontriamo l’università per stranieri di Siena al 13esimo posto, Firenze tra le grandi università della nostra regione è prima al numero 17. Seguono Siena al 24° posto, Pisa al 34°».

Chiaro no? «Negli altri Atenei è la didattica che la fa da padrone». È la seconda volta, dopo il celebre articolo di Repubblica, che un quotidiano di peso nazionale esprime questo concetto. Si dà per scontato che gli altri atenei toscani (incluso Pisa, eccetto il Sant’Anna e la Normale!) oramai siano “teaching universities”: lo ripete il Corriere, dopo che Repubblica già aveva scritto senza giri di parole che quello di dedicarsi essenzialmente all’insegnamento sarebbe stato il destino di Siena. Segnatamente Siena viene presa in considerazione solo per evidenziare l’ottima performance della “Stranieri”, che risulta in posizione assai più avanzata rispetto a Unisi riguardo alla ricerca (ma che “ricerca” fanno?).

Dunque, per venire alle considerazioni di Andrea, qui il “ridisegno” già sta avvenendo, lasciando morire i settori entrati in crisi per via dei pensionamenti, o non funzionali al progetto di trasformazione degli atenei di provincia in Fachhochschulen (o qualcosa di simile) di cui sopra. Del resto la sparizione di circa 400 ricercatori in pochi anni non può non aver ripercussioni sulla mole di ricerca prodotta. Ripeto ad nauseam che anche per portare a compimento una simile e più volte annunciata svolta si sarebbe dovuto pensare più razionalmente e costruttivamente a questo “ridisegno” complessivo degli atenei sul territorio, in modo tale che se una cosa (utile) la togli qui, allora la sposti e la rinforzi di là.

Per concludere, sulle parole (Vóce del sén fuggita Pòi richiamàr non vale) del ministro Poletti, devo dire che una certa retorica sui cervelli in fuga (come se quelli che sono ritornati o che vanno e vengono, in un mestiere che non è esattamente di genere impiegatizio, fossero tutti dementi) mi risulta indigeribile: beato te, che trovi da fare l’ingegnere a Stoccolma! Ciò detto, quella della fuga non può diventare l’unica alternativa: che prospettive hanno, per esempio, gli studenti, i dottorandi, i ricercatori di quelle aree scientifiche che sempre di più vengono prosciugate in nome del “ridisegno” del nostro ateneo, se non quella di andarsene? E dove se ne vanno, se non all’estero? Insomma, la trasformazione di molti atenei in qualcosa tipo Fachhochschulen – scelta di per sé già opinabile – avviene con queste modalità.

Quello che si sta profilando con questo “ridisegno”, a mio modesto parere, più che una riforma è un golpe, per cui anche le vite di molte persone (ricercatori, dottorandi, gli stessi studenti cui non si offre alcuna prospettiva) vengono compromesse, aree scientifiche e tradizioni vengono cancellate, sovente con una rozzezza di argomentazioni da lasciare allibiti, come se si trattasse di mera routine burocratica, con un impoverimento globale dell’università e della comunità tutta: insomma, un “danno erariale” e culturale sul quale però non indagherà nessuna Corte dei Conti e che oramai sarà appannaggio degli storici del futuro.

P.S. Sicché oramai in Toscana la competizione è fra Pisa e Lucca, anche se i lucchesi appaiono un po’ in ribasso. Del resto è una contesa che affonda le sue radici nel passato: «Meglio un morto in casa che un pisano all’uscio.» (Proverbio lucchese di origine medievale)

Andrea. Concentriamoci su questa classifica: Firenze al 17° posto, Siena al 24° posto e addirittura Pisa al 34° posto !!! Certo mancano i parziali per area, quando verranno forniti o ci sono già? Siena la vedo in lento declino, Pisa non me lo spiego e Firenze tiene il passo. Indipendentemente dai primi 5 che sono scuole speciali con ordinamento speciale e con finanziamenti ancor più speciali, la vera classifica inizia a mio avviso da Trento. Ergo i primi 10 atenei sarebbero dal sesto al quindicesimo posto, con la sola stranezza di Siena Stranieri (????): Trento, Padova, Venezia, Milano Bicocca, Bologna, Verona, Torino, Siena stranieri, Ferrara e Piemonte orientale. Se escludiamo Siena stranieri, nella mia ipotetica classifica delle prime dieci rientrerebbe Milano Statale classificata al 16° posto. Potrei dire delle sciocchezze, ma il “ridisegno” guardando questi dati è: Atenei generalisti e votati alla ricerca nel quadrante tra Torino Bologna Padova e Venezia (con Trento inclusa). Scuole speciali al centro e il resto…
Strano il risultato dei Politecnici di Milano e Torino con una quota premiale del 3% e 4% rispettivamente, ma un occhio di riguardo questi due atenei lo avranno sempre.

Avevamo parlato di investimenti in determinate aree geografiche come ad esempio Human Technopole di Milano, Parchi della salute in Piemonte ecc. ecc. Mi sembra che non ci siamo andati distante. Sta di fatto che questi nascenti centri non faranno altro che trainare alcune università coinvolte nelle prossime classifiche Anvur e gli altri a guardare. Ecco, il “ridisegno” è servito.

Rabbi Jaqov Jizchaq. …Siena al 24° posto e Pisa al 34°… Con tutto l’affetto per Siena (o quello che ne rimane), ma ci stiamo prendendo per il didietro?

Sulle vicende dell’Università di Siena restiamo in attesa fiduciosi

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Per approfondimenti sull’argomento, di seguito i post precedentemente pubblicati:

Referendum sulla Costituzione: il NO ha vinto

Referendum: le migliori annate (dall'aretino al fiorentino)

Referendum: le migliori annate (dall’aretino al fiorentino)

I mali dell’Università: servilismo e mercimonio, corruzione e clientelismo e una baronia più arrogante, ignorante e corrotta

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Università, il coraggio di denunciare (da: il manifesto 25 ottobre 2016)

Arnaldo Bagnasco, Gian Luigi Beccaria, Remo Bodei, Alberto Burgio, Pietro Costa, Gastone Cottino, Franco Farinelli, Luigi Ferrajoli, Giorgio Lunghini, Claudio Magris, Adriano Prosperi, Stefano Rodotà, Guido Rossi, Nadia Urbinati, Mario Vegetti, Gustavo Zagrebelsky. Dell’Università oggi si parla molto e di solito agitando luoghi comuni: sortite che dell’Università italiana colgono aspetti marginali e non i problemi più gravi, forse dimenticando che all’Università è affidato il compito fondamentale di formare cittadini responsabili, oltre che la delicata funzione di preparare la classe dirigente del paese.

In Italia l’Università è da tempo un malato grave, abbandonato a se stesso e devastato dalle «riforme» degli scorsi decenni, sino alla esiziale riforma Gelmini: cure ispirate a una ideologia aziendalistica e peggiori dei mali che dovrebbero guarire.

Molti di questi mali sono noti: servilismo e mercimonio, corruzione e clientelismo. Altri costituiscono fenomeni relativamente recenti, come la precarietà dei giovani ricercatori e una esasperata competizione su risorse e carriere.

Nomi alti e principî venerabili sono stati piegati al servizio di consorterie, favorendo l’instaurarsi di una nuova baronia universitaria non meno potente della vecchia, ma incomparabilmente più arrogante, ignorante e corrotta. A un vecchio barone non conveniva, di norma, esagerare: non sarebbe stato rieletto nelle commissioni future.

E circa la precarietà dei giovani, questi, in un lontano passato, potevano almeno contare sulla regolarità nel bando dei concorsi, dalla libera docenza all’ordinariato. Oggi invece tutto dipende dai Dipartimenti inventati dalla Gelmini, che nulla hanno a che fare con la ricerca scientifica. Vi si discute soltanto di soldi: per i soldi si confligge, in base ai soldi si valuta e si sceglie (coinvolgendo in tali scelte anche la didattica – la cosiddetta «offerta formativa» – quindi la preparazione delle giovani generazioni).

Per questo nei nuovi Dipartimenti spadroneggiano gruppi di potere.

L’attuale autonomia degli atenei (ben diversa da quella prevista dalla Costituzione) tende a premiare i docenti interessati alla gestione delle risorse e al controllo delle funzioni amministrative assai più che alla ricerca e all’insegnamento. La valutazione del merito è degenerata in un sistema spesso incapace di misurare l’effettiva qualità scientifica: le commissioni giudicatrici non sono diventate più «obiettive» grazie agli algoritmi escogitati dall’Anvur né con la bibliometria, che è invece un silenzioso ma efficace invito al conformismo.

Il feticcio dell’«eccellenza» non soltanto induce a trascurare il sistema nel suo complesso, ma legittima scelte discrezionali e arbitrarie. Si pensi, a questo proposito, alle chiamate dirette (senza concorso) dall’estero, di cui beneficiano non di rado docenti privi di comprovata autorevolezza; e, da ultimo, alle cosiddette «Cattedre Natta»: cinquecento posti di professore associato o ordinario attribuiti a pretesi «ricercatori di eccellenza» selezionati da commissioni soggette al giudizio politico (i presidenti saranno nominati – a quanto pare – dal presidente del consiglio) e destinati a un trattamento privilegiato («stipendi più alti in ingresso» e possibilità di «muoversi dove vogliono dopo un periodo minimo di permanenza nell’ateneo prescelto»).

È indubbio che l’Università italiana sconti anche drammatici problemi di scarsità di risorse; ma aumentare queste ultime senza contestualmente affrontare le questioni più generali e di fondo servirebbe soltanto ad accrescere il potere delle camarille accademiche.

Nessun intervento esterno può essere efficace senza una autoriforma del corpo malato. Ciò è difficile, ma non impossibile: i docenti universitari desiderosi di risanare l’Università potrebbero compiere sin d’ora un gesto di coraggio civile, denunciandone i mali e le pretese panacee.

Anche il CNU dice la sua sul collegamento tra fuga di cervelli e corruzione nell’Università

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