Tra Balzac e Barzanti su propaganda e post–verità sull’Università di Siena

Honoré de Balzac e Roberto Barzanti

Honoré de Balzac e Roberto Barzanti

Rabbi Jaqov Jizchaq. Ancora sui disfattisti (ossia coloro che subiscono le conseguenze dei misfatti degli ottimisti e da questi ultimi, per giunta, vengono fatti segno di anatema per il fatto di non esserne contenti):

«Gli scrittori che hanno un obiettivo, non fosse che un ritorno ai princìpi che ci vengono dal passato, quindi eterni, devono sempre sbarazzare il terreno. Perciò chiunque posi la sua pietra nel campo delle idee, chiunque segnali un abuso, chiunque denunci il cattivo per farlo individuare, questi potrebbe essere considerato immorale. Essere accusato d’immoralità, cosa che accade di frequente allo scrittore coraggioso, è l’ultima cosa che resta quando non si trova più nulla da dire a un poeta. Se i vostri quadri sono genuini, se lavorando giorno e notte riuscite a scrivere nella lingua più difficile del mondo, vi accuseranno di essere immorale. Socrate era immorale, Gesù Cristo era immorale. Entrambi furono perseguitati nel nome delle Società che rivoluzionavano o cercavano di riformare. Quando si vuole uccidere qualcuno, lo si taccia d’immoralità. Questa manovra, ben nota ai partiti, è la vergogna di tutti quelli che ne fanno uso.» (Honoré de Balzac, Premessa a “La Commedia Umana”)

….naturalmente non possiamo vanagloriosamente considerarci scrittori, se non per il fatto che materialmente scriviamo, comunicando per iscritto le nostre opinioni. Tuttavia il ragionamento di Balzac si confà a chiunque esprima, con ogni mezzo, pensieri controcorrente, e venga perciò stesso sovente apostrofato – in una società che è adusa alle ubriacature totalitarie – come disfattista.

Roberto Barzanti e l’università di Siena: verità, “post–verità”, propaganda e Pensiero Unico

Roberto Barzanti

Roberto Barzanti

Rabbi Jaqov Jizchaq. Leggo anche questo singolare commento di Roberto Barzanti«Non hanno ragione quanti si fregano le mani di soddisfazione per la non positiva performance nei finanziamenti ricevuti.»

Ma chi è che “si frega le mani”? Mi permetto sommessamente di ricordare che dire “piove” quando piove è semplicemente dire la verità. O siamo già entrati nell’era della “post-verità”, insomma delle panzane anche all’università (tutto va bene, e se va male, la colpa è degli alieni), ovvero nel tempio del pensiero critico, dove però il dibattito è assente? E interrogarsi sul presente e sul futuro dell’ateneo senese credo sia un diritto/dovere per chi ci lavora, specie se non è alle soglie della pensione (che non avrà mai), se ha dedicato tutta la vita alla ricerca (e non alla politica) e se la propria esistenza è e sarà pesantemente condizionata dalla crisi che sta attraversando l’università senese (dieci anni di blocco di turnover e carriere, smantellamento di intere aree scientifiche…) e dalle trasformazioni in atto nell’università italiana, riguardo alle quali dice bene Viesti: «Le decisioni prese e in corso provano che si mira a differenziare il sistema fra un nucleo limitato di atenei sui quali far convergere le risorse umane e finanziarie disponibili e tutti gli altri, abbandonati ad un futuro di difficoltà sempre maggiori. Tuttavia il Governo non ha mai pubblicato un documento che argomenti questo indirizzo.»

Mi dispiace se l’on. Barzanti mi annovera fra i disfattisti (e non amo le polemiche ad personam), non è una missione o una crociata, né devo difendere qualche interesse particolare e personale o pensi di dispensare stille di saggezza a chicchessia. Il punto è che trovo insopportabile il Pensiero Unico, la descrizione manierata e convenzionale somministrata dalle gazzette (la “post–verità”, come oggigiorno i sociologi definiscono le balle): ma quando i media riusciranno a incanalare l’informazione circa gli eventi occorsi all’ateneo senese su un binario di verità e di realismo, anziché di mera e grossolana propaganda? Non è che interrogarsi sul proprio destino, su quello della propria disciplina, sul destino dei propri laureandi e dottorandi sia sinonimo di disfattismo: al contrario, non farlo sarebbe sintomo di irresponsabilità.

Ecco come ci somministrano la (post)verità le gazzette: «Questione di merito. Università di Siena, –39% di finanziamenti statali. Pesano qualità ricerca e mancata assunzione docenti. Primato nazionale, in termini negativi, per l’Università Siena. È quanto emerge dall’elenco del Fondo di Finanziamento Ordinario del Miur, ossia quanto lo stato trasferisce agli atenei italiani sulla base di 4 criteri: qualità complessiva della ricerca, politiche di reclutamento dei docenti, qualità della didattica in relazione alla mobilità internazionale degli studenti e qualità della didattica in relazione alla quota di studenti in regola con gli studi. Sulla risultante di questi 4 criteri di valutazione, rapportati al 2015, l’Università di Siena fa un enorme passo indietro in termini relativi con il suo –39,4%.»

Sulla qualità della ricerca sono cambiati più che altro i criteri di valutazione. Ciò viene sottolineato anche da Il Fatto Quotidiano: «Con l’applicazione dei contestati Vqr 2011-2014, cambiano i parametri per la valutazione della ricerca. A guadagnare più di tutti in percentuale è l’Università per stranieri di Perugia, di cui l’ex ministro è stato rettore: +114,8%. Maglia nera Siena che perde più del 35%… La ripartizione del FFO 2016 avviene sulla base di un complesso algoritmo che non permette di capire a cosa sia dovuto l’exploit dell’università dell’ex ministra Giannini.»

Il sito ROARS fa notare che anche l’indicatore relativo alla qualità del reclutamento (20%) è misurato con la nuova metrica della VQR 2011-2014, diversa da quella impiegata nella VQR 2004-2010. Ma tant’è, e a parte l’interpretazione sadico-punitiva delle gazzette il risultato è questo.

Qualche spigolatura natalizia sull’Università di Siena

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Rabbi Jaqov Jizchaq. «Siena, dopo anni di crisi l’università assume e investe. Tre professori assunti prima di Natale e per il nuovo anno sono previste altre cattedre. Cifre positive anche per il bilancio, con un utile di 4,5 milioni di euro. Dopo anni di recessione, l’università è tornata ad assumere, superando per la prima volta dal 2008 le unità presenti nel corpo docente rispetto all’anno precedente. Un trend che dovrebbe proseguire nel 2017, anche se un quadro esaustivo della situazione non sarà disponibile prima di marzo.»

….rallegrandomi ovviamente per la lieta novella natalizia, se i grafici (basati su dati ufficiali) su in alto non mentono, non vedo come ciò possa invertire il trend, visto che le uscite di ruolo dal 2008 al 2020 saranno quattro centinaia e che i nuovi arrivi ad oggi sono poche unità, «tutti concentrati in alcuni settori. Per un buco che tappi, te ne si aprono o restano da tappare dieci: una lotta impari. Se ne evince che molti buchi non saranno mai tappati, cioè che l’ateneo cambia volto. La retorica dei “corsi inutili”, però, lasciamola alle gazzette, che non credo apprezzino l’utilità delle equazioni di Maxwell. Quanto al fatto che il ridimensionamento del corpo docente (a causa del quale Siena è diventata un po’ meno della metà di Pisa, incluse Sant’Anna e Normale (1451+85+119) accomodandosi in una dimensione subalterna) sia cosa buona e giusta, non bisogna smettere di far presente a certi Torquemada adusi a sventolare il rapporto docenti/studenti che esso è avvenuto del tutto a casaccio (pensionamenti).

Dice il documento di Programmazione triennale 2016-2018: «Ancora per il 2017, il livello di turnover per gli Atenei sarà fissato all’80%, e solo a partire dal 2018 (con risorse di fatto spendibili soltanto nel 2019) tale livello sarà portato al 100%. A ciò si aggiunge la contingenza per cui USiena viene penalizzata dal basso valore dell’Indicatore SEF, appesantito da mutui e fitti passivi (nonostante il buon rapporto adesso raggiunto tra costo del personale ed entrate), facendo prevedere che nei prossimi anni sarà ancora difficile compensare con il reclutamento il pensionamento del personale addetto alla ricerca).»

…tradotto in italiano, se interpreto bene, questo vuol dire che in terra di Siena l’80% ce lo scordiamo, restando ai minimi livelli del turnover. Insomma, qualunque cosa se ne pensi, non si dica che l’ateneo tornerà ad essere quello di prima. Il “buon rapporto tra costo del personale ed entrate” lo si è raggiunto essenzialmente bloccando dieci anni il turnover e mandando in pensione ad oggi (e non è finita) 350 docenti. Dunque ripeto con angoscia: cosa diverrà Siena? Non certo un ateneo generalista. Dunque un ateneo specializzato: specializzato in cosa? Può esistere un ateneo, che non sia l’IMT di Lucca o roba del genere, al contempo specializzato ed autonomo in un contesto in cui si pensa alla creazione di grandi “hub” con piccoli satelliti nella loro orbita? Mi pare dunque che il tenue miglioramento dei conti non infici minimamente il progetto nazionale di divisione in atenei di serie A e di serie B.

«L’università italiana si è messa in moto convergendo verso uno standard comune e più elevato della qualità della ricerca. In media, gli atenei che avevano un livello della qualità della ricerca relativamente basso si sono rimboccati le maniche e, se non hanno scalato posizioni, almeno hanno ridotto lo svantaggio.» (ANVUR)

Per chi suona la campana di Gauss? Non mi è chiaro se le università del Sud si siano avvicinate a quelle del Nord, o viceversa (la linea della palma), ma il sospetto che si insinua è che anche la matematica sia un’opinione. Accurati calcoli del sito ROARS rivelano difatti che la distribuzione della nuova VQR è simile a quella che potevamo predire ricalibrando i voti della vecchia VQR.

«Adesso possiamo entrare in una nuova fase – ha affermato il Rettore – nella quale l’Università di Siena sarà chiamata a rafforzare il proprio ruolo di attore chiave nello sviluppo culturale, sociale ed economico della città».

Per lo sviluppo sociale ed economico della città, ahimè, ci vogliono soprattutto i quattrini. Per lo sviluppo culturale ci vorrebbe innanzitutto quella cosa “inutile” ed estranea ai progetti di trasformazione degli atenei in Fachhochschulen che è appunto la cultura. Ma che “cultura” c’è rimasta a Siena? Ho già scritto che trovo aberrante la riesumazione ad uso degli ignoranti della contrapposizione fra “le due culture” (segno di arretramento qualunquistico). Mi pare che sovente, quando si parla di “cultura”, si intendano al massimo le quattro nozioni imparucchiate a scuola, un po’ d’aria fritta, un po’ di politica e di varia umanità, per le quali non abbisognano specializzazioni o dottorati di ricerca. Insomma, non roba che ha a che fare con l’università e che non ne ha bisogno. Il Nulla.

“Das nicht nichtet”il nulla nulleggia (M. Heidegger)

Precisazione: Continuo a non capire se, come illustrano i grafici su in alto, nel prossimo triennio se ne andranno via una quarantina di persone ogni anno e se il turn-over procederà al rallentatore (in ogni caso non certo 50 posti di ruolo ogni anno), come sarà possibile ogni anno superare le unità presenti all’anno precedente: mettono nel conto anche i ricercatori a contratto, almeno quelli di tipo B?

Le classifiche farlocche nel ridisegno golpista dell’Università italiana

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Siena al 24° posto e Pisa al 34°

Rabbi Jaqov Jizchaq. Eccole! Arrivano le pagelline di Babbo Natale dell’ANVUR: «La classifica dell’Agenzia di valutazione degli atenei vigilata dal ministero di Istruzione. Scuole superiori in testa. L’università con il livello di ricerca più elevato resta la Scuola di alti studi di Lucca (Imt) che, tuttavia, ha perso metà del punteggio del 2010 (il 46 per cento), a dimostrazione che nella nuova valutazione le diversità tra gli atenei si sono sensibilmente assottigliate. Seconde e terze nel ranking, due scuole superiori di Pisa: Sant’Anna e Normale (che guadagna il 20 per cento e sette posizioni).» E gli altri atenei toscani? «La distanza con le prime tre fuoriclasse è giustificata dal fatto che le tre istituzioni sul podio sono specializzate in ricerca, negli altri atenei è la didattica che la fa da padrone. In classifica incontriamo l’università per stranieri di Siena al 13esimo posto, Firenze tra le grandi università della nostra regione è prima al numero 17. Seguono Siena al 24° posto, Pisa al 34°».

Chiaro no? «Negli altri Atenei è la didattica che la fa da padrone». È la seconda volta, dopo il celebre articolo di Repubblica, che un quotidiano di peso nazionale esprime questo concetto. Si dà per scontato che gli altri atenei toscani (incluso Pisa, eccetto il Sant’Anna e la Normale!) oramai siano “teaching universities”: lo ripete il Corriere, dopo che Repubblica già aveva scritto senza giri di parole che quello di dedicarsi essenzialmente all’insegnamento sarebbe stato il destino di Siena. Segnatamente Siena viene presa in considerazione solo per evidenziare l’ottima performance della “Stranieri”, che risulta in posizione assai più avanzata rispetto a Unisi riguardo alla ricerca (ma che “ricerca” fanno?).

Dunque, per venire alle considerazioni di Andrea, qui il “ridisegno” già sta avvenendo, lasciando morire i settori entrati in crisi per via dei pensionamenti, o non funzionali al progetto di trasformazione degli atenei di provincia in Fachhochschulen (o qualcosa di simile) di cui sopra. Del resto la sparizione di circa 400 ricercatori in pochi anni non può non aver ripercussioni sulla mole di ricerca prodotta. Ripeto ad nauseam che anche per portare a compimento una simile e più volte annunciata svolta si sarebbe dovuto pensare più razionalmente e costruttivamente a questo “ridisegno” complessivo degli atenei sul territorio, in modo tale che se una cosa (utile) la togli qui, allora la sposti e la rinforzi di là.

Per concludere, sulle parole (Vóce del sén fuggita Pòi richiamàr non vale) del ministro Poletti, devo dire che una certa retorica sui cervelli in fuga (come se quelli che sono ritornati o che vanno e vengono, in un mestiere che non è esattamente di genere impiegatizio, fossero tutti dementi) mi risulta indigeribile: beato te, che trovi da fare l’ingegnere a Stoccolma! Ciò detto, quella della fuga non può diventare l’unica alternativa: che prospettive hanno, per esempio, gli studenti, i dottorandi, i ricercatori di quelle aree scientifiche che sempre di più vengono prosciugate in nome del “ridisegno” del nostro ateneo, se non quella di andarsene? E dove se ne vanno, se non all’estero? Insomma, la trasformazione di molti atenei in qualcosa tipo Fachhochschulen – scelta di per sé già opinabile – avviene con queste modalità.

Quello che si sta profilando con questo “ridisegno”, a mio modesto parere, più che una riforma è un golpe, per cui anche le vite di molte persone (ricercatori, dottorandi, gli stessi studenti cui non si offre alcuna prospettiva) vengono compromesse, aree scientifiche e tradizioni vengono cancellate, sovente con una rozzezza di argomentazioni da lasciare allibiti, come se si trattasse di mera routine burocratica, con un impoverimento globale dell’università e della comunità tutta: insomma, un “danno erariale” e culturale sul quale però non indagherà nessuna Corte dei Conti e che oramai sarà appannaggio degli storici del futuro.

P.S. Sicché oramai in Toscana la competizione è fra Pisa e Lucca, anche se i lucchesi appaiono un po’ in ribasso. Del resto è una contesa che affonda le sue radici nel passato: «Meglio un morto in casa che un pisano all’uscio.» (Proverbio lucchese di origine medievale)

Andrea. Concentriamoci su questa classifica: Firenze al 17° posto, Siena al 24° posto e addirittura Pisa al 34° posto !!! Certo mancano i parziali per area, quando verranno forniti o ci sono già? Siena la vedo in lento declino, Pisa non me lo spiego e Firenze tiene il passo. Indipendentemente dai primi 5 che sono scuole speciali con ordinamento speciale e con finanziamenti ancor più speciali, la vera classifica inizia a mio avviso da Trento. Ergo i primi 10 atenei sarebbero dal sesto al quindicesimo posto, con la sola stranezza di Siena Stranieri (????): Trento, Padova, Venezia, Milano Bicocca, Bologna, Verona, Torino, Siena stranieri, Ferrara e Piemonte orientale. Se escludiamo Siena stranieri, nella mia ipotetica classifica delle prime dieci rientrerebbe Milano Statale classificata al 16° posto. Potrei dire delle sciocchezze, ma il “ridisegno” guardando questi dati è: Atenei generalisti e votati alla ricerca nel quadrante tra Torino Bologna Padova e Venezia (con Trento inclusa). Scuole speciali al centro e il resto…
Strano il risultato dei Politecnici di Milano e Torino con una quota premiale del 3% e 4% rispettivamente, ma un occhio di riguardo questi due atenei lo avranno sempre.

Avevamo parlato di investimenti in determinate aree geografiche come ad esempio Human Technopole di Milano, Parchi della salute in Piemonte ecc. ecc. Mi sembra che non ci siamo andati distante. Sta di fatto che questi nascenti centri non faranno altro che trainare alcune università coinvolte nelle prossime classifiche Anvur e gli altri a guardare. Ecco, il “ridisegno” è servito.

Rabbi Jaqov Jizchaq. …Siena al 24° posto e Pisa al 34°… Con tutto l’affetto per Siena (o quello che ne rimane), ma ci stiamo prendendo per il didietro?

Sulla strategia del discredito che accompagna il processo di smantellamento dell’Università con ampie aspersioni di giudizi som(m)ari a vanvera sull’utilità e l’inutilità

Francesco Bacone

Francesco Bacone

Come si pone l’ateneo senese di fronte a tali sviluppi?

Rabbi Jaqov Jizchak. A proposito del comunicato sull’Università delle organizzazioni sindacali e studentesche. Per il sottosegretario Nannicini, quello delle cattedre Natta, è: «un programma sperimentale di premio al merito basato sulle chiamate dirette dei docenti». Il governo andrà avanti su questa strada.

Ecco, ma se quello di premiare il merito è un programma “sperimentale” vuol dire che il reclutamento normale non ha niente a che vedere col merito? E se il governo andrà avanti su questa strada a che serve l’ANVUR? A che serve l’ASN? Che senso ha che vi siano due canali di reclutamento paralleli? Interpreto la volontà governativa in questo modo: siccome il sistema è irriformabile, bisogna abbatterlo manu militari e riedificarlo con un atto d’imperio.

Leggo che in Italia i docenti universitari sono la metà di quelli francesi, un terzo di quelli tedeschi, ed hanno avuto un calo netto del 20% negli ultimi otto anni. A Siena il doppio! Di fronte a questo sarebbe utile capire a cosa metterà capo la scelta di concentrare tutte le energie su un piccolo gruppo di atenei, scavalcando anche le prassi usuali e la sempre più eufemistica autonomia universitaria.

Sarebbe interessante capire come si pone l’ateneo senese di fronte a questi sviluppi, che vedono sempre di più ampliarsi la forbice fra pochi centri d’eccellenza e una gran massa di università di serie B, atteso che l’emorragia continua di cattedre non depone a favore dell’ipotesi che in futuro esso si collochi fra quelli di serie A.

La realtà temo sia più triviale. Siamo all’epilogo, alla stretta finale; tutto ciò era scritto nella riforma, ed era implicito nella politica da diversi governi a questa parte. A questo scopo è stata creata l’ANVUR: «quando la valutazione sarà conclusa, avremo la distinzione tra researching university e teaching university. Ad alcune si potrà dire: tu fai solo il corso di laurea triennale. E qualche sede dovrà essere chiusa.»

Il punto è che non ci sono solo quei pochi grandi atenei di punta presenti tra i primi duecento delle classifiche internazionali, e dall’altro lato le “università Parthenope”, perennemente ultime classificate: c’è una fascia intermedia di atenei che finiscono per dequalificarsi in ragione della loro dimensione che si va sempre più assottigliando e della difficoltà a procedere ad un ricambio del corpo docente. A queste si è detto, a priori e a prescindere: “tu farai la teaching university e ti occuperai di rilasciare diplomi di tipo professionale, senza tante fregole teoretiche”, prefigurando un ruolo ancillare di satelliti rispetto agli atenei maggiori.

C’è a chi piace così, fàmolo strano: c’è chi dice che l’alta cultura e la ricerca di base non è roba per “noi provinciali” poco avvezzi alla teoresi e non ne voglio discutere, scusandomi se la mia ignoranza non è pari a quella di questi nuovi mandarini. Dico solo che a me fa rabbrividire la strategia del discredito che accompagna questo processo con ampie aspersioni di giudizi som(m)ari a vanvera sull’utilità e l’inutilità, che giungono fino alla damnatio memoriae per cose e persone. Ci si appella al realismo per giustificare una situazione vieppiù surreale.

Quando uno mette in campo un progetto di trasformazione del genere, dovrebbe aver chiari i passaggi che comporta la sua implementazione, rendersi conto che per attuarlo non basta contemplare passivamente la lenta dissoluzione di esperienze, competenze e tradizioni (come per i dieci piccoli indiani… poi non rimase nessuno). Io questi passaggi non li vedo, se non nella loro pars destruens. Qualcuno, sogghignando, dice che non li vedrò mai, e allora che fare? Continuiamo a sogghignare…

Università di Siena: alcune delle sfide che attendono il nuovo rettore

Rabbi Jaqov Jizchaq. «Da qualche giorno la comunità scientifica è in subbuglio a causa delle “cattedre Natta”, le 500 posizioni da professore associato e ordinario che il governo si accinge ad assegnare a ricercatori eccellenti, per lo più residenti all’estero: “si tratta del primo tentativo di introdurre quel principio meritocratico sconosciuto nell’accademia italiana”, dice Fabio Sabatini professore associato di Politica economica alla Sapienza.»

Ciò significa che chi non è entrato in questa maniera, compreso lo stesso autore di tale affermazione, non meritava di entrare? Seguita il professore: «bisognerebbe premiare ex post la produttività scientifica dei professori… sulla base di una valutazione periodica dell’attività di ricerca di ognuno. In questo modo si stimolerebbe una virtuosa competizione tra gli studiosi, incentivati a lavorare meglio, e tra gli atenei, che potrebbero contendersi gli studiosi più bravi.» (ibid.)

…beh, qui siamo oltre la contrattualizzazione della posizione del docente verso la quale ci stiamo avviando (conseguenza della distinzione fra “teaching universities” e “research universities”,  ovvero abolizione del valore legale del titolo di studio). A parte che già avviene, con i meccanismi incentivanti che hanno sostituito gli scatti, ora si propone uno stipendio cangiante ogni sei mesi? E ovviamente niente pensione? Buona idea: perché non mensilmente? Questo mese pago il mutuo, il prossimo chissà? Se mi ammalo, devo pubblicare due articoli su rivista di fascia A, anche se i tempi di accettazione di quelle serie superano sei mesi; se devo portare il figlio dal dentista, meglio se incremento l’H-index! Mi viene in mente una lettera di Johann Sebastian Bach, con la quale il compositore implorava un suo mecenate di acquistargli delle composizioni, perché – diceva – l’inverno eccezionalmente tiepido aveva causato meno decessi e dunque vi erano state poche commesse di cantate funebri.

Un paio di cosette non mi tornano: se per guadagnarsi la pagnotta si dovrà dedicare ogni attimo ed ogni respiro alla produzione di materiale cartaceo, che fine farà l’insegnamento? Da sottolineare che secondo l’ANVUR, già da ora l’insegnamento è tempo assolutamente buttato via: attività quasi esecrabile che pertanto verrà sempre più scaricata sui sottoposti. Del resto, se volevano che legioni di ricercatori e di precari si dedicassero veramente ed esclusivamente alla ricerca, non avevano che da chiederlo… Ma questo è il passato, ladies and gentlemen, mesdames et messieurs: chi ha avuto, ha avuto. Adesso il governo provvede a cercare all’estero i commissari per le cattedre “Natta” ed afferma questo essere un procedimento da estendere poi a tutti i docenti. La domanda è: ma allora a che servono l’ANVUR e l’ASN e tutto il delirio burocratico che ci sta sommergendo?

Comunque non vedo come si possa scindere questo discorso da quelli precedentemente affrontati anche nel blog, intorno al disfacimento di certe aree di ricerca ed alla necessità di ricompattarle (se non localmente, come auspicabile – ma improbabile – almeno a livello di uno “hub toscano” prossimo venturo) onde procurare quella “massa critica” indispensabile senza la quale i ragionamenti intorno alla ricerca sono del tutto privi di senso. Credo che queste siano le sfide che attendono il prossimo Rettore.

«I finanziamenti sono stati ripartiti fra tre aree: al settore Life Sciences sono stati assegnati il 35.3% dei fondi (28.241.379 euro), all’area Physical and Engineering il 34,9% (27.939.411 euro) e ai progetti del settore Social Sciences and Humanities il 29,7% (23.767.042 euro).»

…continuo a non capire cosa siano le “humanities”: ci hanno buttato dentro un po’ tutto, dall’archeologia mesopotamica alla sociologia del marketing, le varie discipline dell’area economica e finanziaria, ontologia, metaetica, diritto tributario ed epistemologia, poesia, economia ed arti performative: chi più ne ha, più ne metta. Francamente questo pentolone mi pare lievemente grottesco. Forse viviamo in un paese senza più un’idea di cultura.

Se chiude l’ateneo senese è pronta l’Università “Salute e ghianda” con un corso professionalizzante in Agronomia

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Rabbi Jaqov Jizchak. Il Corriere della Sera (16 settembre 2016) ha pubblicato un articolo («La crisi dell’Università, gli Atenei italiani perdono posizioni nelle classifiche») sull’annuale rilevazione dell’Istituto di Shanghai (Arwu Ranking) che vede una sola Università, Roma-“La Sapienza”, tra le prime 200.

L’asino aveva quasi imparato a digiunare, ma non si sa per quale ragione d’improvviso ha cominciato a stare poco bene. Comunque tutto congiura ad un medesimo disegno: visto che soldi da buttare nel sistema peggio finanziato d’Europa (7 miliardi a fronte dei 26 miliardi della Germania) non ce ne sono, l’unica strada si ritiene essere quella di rinforzare i grandi atenei per partecipare alla grande competizione internazionale, a scapito degli atenei medio-piccoli, o più scadenti, che scenderanno di rango ed andranno a costituire sedi distaccate, specie di Fachhochschule professionalizzanti, fornitrici di lauree brevi senza velleità di prosecuzione degli studi, per questi giovanotti gaddianamente “dekirkegardizzati”:

Il Piano Italia 4.0, che il governo Renzi intende inserire nella Legge di stabilità 2017, mira a favorire il trasferimento tecnologico tra atenei e mondo dell’impresa, ed individua a ciò alcuni poli, assi portanti, chiamati “competence center”, che sono Milano, Torino, Bari, Bologna e Pisa. Non senza ragione si lamenta Padova, “nonostante il primato nella valutazione dell’ANVUR sulla qualità della ricerca”, e di certo non sfigurerebbe in questa scelta élite. Immagino che Roma non sarà contenta, brandendo invece l’ARWU, ma gli altri?

Leggo che potrebbe arrivare un premio pecuniario speciale alle università che sono riuscite a distinguersi, ottenendo risultati elevati nella classifica di valutazione dell’ANVUR, l’Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca. Immagino che tale premio sarà più alto, quanto più in su nella graduatoria uno si trova: ma se un ateneo come Pisa ha tre volte più ricercatori di uno come Siena, già si immagina chi prenderà la fetta più grossa. Comunque questo è il trend, ovvero l’andazzo: i grassi ingrassano e i magri dimagriscono e non è chiaro come possa risollevarsi un ateneo che ha subito pesanti batoste come questo. Voglio dire, ma che aspettano a mettere in atto questo oramai conclamato proposito di separazione tra “teaching university” e “research university”, oppure l’accorpamento di atenei, come suggeriscono altri, se veramente ci credono? Nel frattempo Human Technopole riceve 80 milioni per l’avvio del progetto.

Ritornando a Siena, ex ateneo semi-generalista, almeno un terzo dei docenti sopravvissuti alla decimazione di quasi la metà del personale docente non sono sensatamente riconvertibili ad una prospettiva di Fachhochschule o roba del genere, né tutti hanno la fortuna di andare in pensione a breve: devono asceticamente rimanere a contemplare i vari stadi di decomposizione, dalla putrefazione sino alla sua riduzione allo stato di polvere? E anche per istituire corsi professionalizzanti, per esempio in Agronomia, come chiede Riccardo Burresi (proposta in sé, astrattamente, sensata, visto che qui aziende di altro tipo essenzialmente non ve ne sono), i mezzi e il personale, dove e come ve li procurate, stanti gli attuali rigidissimi vincoli sul bilancio, sui requisiti di docenza e sul turnover? O veramente pensate di riconvertire un latinista (Tityre, tu patulae… molto bucolico) alla suinicoltura?

Qualcuno, anni addietro, se ben ricordo, aveva ipotizzato di costituire a Siena corsi professionalizzanti attraverso succursali telematiche, non già di Firenze o di Pisa, bensì addirittura di Milano. Del resto, si diceva, con l’aiuto della rete, la distanza non conta e non serve personale aggiuntivo, cosicché pure i requisiti di docenza, magari, sono a posto. Un’idea molto moderna, che potremmo applicare nel campo dell’agricoltura soddisfacendo al contempo l’anelito del Burresi e i draconiani vincoli del governo: una università telematica dove si impara a coltivare i campi su internet. Invece che “Vita e salute”, come il San Raffaele a Milano, questa università la potremmo chiamare “Salute e ghianda”.

Chi è capitato nell’università negli anni bui ha pagato il conto dei bagordi delle generazioni precedenti e dell’inconcludenza della politica

Altanfuturo

Rabbi Jaqov Jizchak. In questi anni si è determinata una frattura insanabile: fra territori, fra generazioni, fra atenei, che come ho già detto si risolverà fra una ventina d’anni, una volta spianati gli atenei di provincia e ridotti a scuole professionali a favore di “grossi hub” della ricerca, sepolte due generazioni in fosse comuni e riedificato il tutto su altre basi. L’età media degli ordinari è attualmente di 60 anni; l’età media dei ricercatori è 46 anni. A Siena credo che siamo un po’ più vecchi di qualche anno, rispetto alla media nazionale. In Italia sono già andati via 10.000 docenti in pochi anni, il 17%, mi sembra, a Siena ci avviamo a perderne il 43% e il sistema è stato dissanguato, ma al bar dello sport ripetono ancora che “eh so’ troppiiiii!”. Il popolino giubila se sputano sul culturame, perché questa è la mentalità inculcatagli dai mass media. Di certo in dieci anni di blocco totale delle carriere e del reclutamento, non è che i ricercatori siano ringiovaniti: sicché adesso si attribuisce loro persino la colpa di essere invecchiati, un po’ come nel Cyrano lo stomaco del re fu accusato di lesa maestà, quando questi fu colto da mal di pancia. In buona sostanza, moltissimi di coloro che sono capitati nell’università negli anni bui a cavallo del secolo, hanno pagato il conto dei bagordi delle generazioni precedenti e dell’inconcludenza della politica, incapace di risolversi in una direzione o nell’altra e di essere conseguente rispetto ai principî che afferma, limitandosi a contemplare la putrefazione.

Oisive jeunesse
À tout asservie,
Par délicatesse
J’ai perdu ma vie.
Ah ! Que le temps vienne
Où les coeurs s’éprennent.

(Arthur Rimbaud)

La contrapposizione fra discipline umanistiche “inutili” e scientifiche “utili” serve a spianare tutto e ricostruire su altre basi

Altan-vecchideluso

Rabbi Jaqov Jizchaq. Ho l’impressione che la contrapposizione fra discipline umanistiche “inutili” e scientifiche “utili” sia un autentico depistaggio e torni utile a chi vuol gettare fumo negli occhi. Vale la pena di richiamare di nuovo questa riflessione:

«La sciagurata diatriba tra le due culture danneggia entrambe. Nella furia di distinguerle, le scienze vengono separate dalla cultura e pensate come mere abilità pratiche, predicando che solo ciò che ha un’utilità diretta vale qualcosa. Non a caso stiamo perdendo il senso della parola “ricerca”, ormai sinonimo di “innovazione tecnologica”.» Giorgio Israel

Io non saprei dire cosa sono le discipline “umanistiche” latu sensu, ma altri di sicuro reputano “inutili” i rami più astratti della fisica o della matematica, in nome di un’altra falsa coppia antinomica: ossia le scienze “pure” contro quelle “applicate”, come se si sapesse sempre in anticipo quale scoperta sarà mai utile a qualche cosa, o viceversa lo stimolo alla ricerca pura non venisse dall’osservazione del mondo e dal tentativo di comprendere certi problemi, per risolverli. Tutto ciò, ossia il non considerare nemmeno la ricerca come impresa conoscitiva, dotata di un valore in sé (“Sapere aude!”) è segno di regressione culturale, ma anche della supina accettazione del fatto che l’Italia sia oramai un paese capace solo di “bricolage tecnologico”, come lo definì il già citato professor Israel, al rimorchio delle grandi potenze: per esso, non serve cultura, non servono potenti visioni del mondo, pensieri di profondità abissali, ma solo buoni meccanici, assemblatori, venditori.

Qualcuno, come già osservato, propone di espellere le discipline umanistiche dall’università pubblica. Tuttavia, ponendo un’enfasi eccessiva sulle applicazioni immediatamente commerciabili, alla fine sembra bollare come “umanistica” anche la teoria quantistica dei campi o roba del genere. Altri (ed è questo il partito prevalente) ritengono che questi, le scienze “pure” o “di base”, oppure la formazione e la ricerca in campo umanistico (qualunque cosa voglia dire) condotta a livelli alti, siano lussi che potranno consentirsi solo i “grossi hub della ricerca”. Siccome però non è che a Milano siano tutti ganzi a causa dell’aria che respirano, e chi non lavora in un “grosso hub” sia stupido per definizione, vorrei capire come questo tema si intreccia con quello della “meritocrazia”.

Secondo me il progetto è questo: spianare tutto con un bombardamento a tappeto, per poi ricostruire su altre basi; le due generazioni che ci andranno di mezzo sono solo danni collaterali.

Per costruire “pochi grossi hub della ricerca” si marginalizza chi lavora negli atenei minori del centro-sud

Altan-tagli-culturaRabbi Jaqov Jizchaq. «Il risveglio di Forza Italia». De mortuis nil nisi bonum dicendum est, certo Siena ha combinato dei guai attribuibili principalmente (ma non solo: il “groviglio armonioso” politico-familiare) alla sua élite politica ed accademica, che afferisce ad un’area politica ben precisa. Essa ha offerto su un piatto d’argento la propria testa a chi gliela voleva tagliare (sempre all’avanguardia!), ma il fenomeno detto della “compressione selettiva” del sistema universitario, che vede la marginalizzazione sempre maggiore degli atenei medio-piccoli è politica nazionale, perfettamente bipartisan, oramai da tempo.

A me pare che la politica universitaria sia perfettamente bipartisan all’insegna della continuità. Scrive il prof. Viesti, autore del volume «Università in declino. Indagine sugli atenei da Nord e Sud»: «la cosa che stupisce è che non c’è nessuna differenza fra Berlusconi, Monti, Letta, Renzi. La politica è assolutamente identica. Di questa politica non si è occupato il Parlamento, nel senso che non ho trovato evidenza di discussioni parlamentari su questi temi. Ho trovato invece evidenza di un pensiero unico, di una rappresentazione sciatta dell’università». Si fa notare in particolare che l’Italia investe meno di 7 miliardi nella sua università, mentre la Germania 26. L’Italia ha tagliato gli investimenti del 22%, la Germania li ha aumentati del 23%.

L’articolo citato comincia col ricordare anche il fallimento della legge Berlinguer-Zecchino del «3+2», che ha mancato in pieno l’obiettivo del 40% di laureati entro il 2020: «Siamo all’ultimo posto nell’Europa a 28 con il 23,9%.» Si è altresì sostenuto in modo bipartisan che la riforma Gelmini fosse «di gran lunga la migliore riforma fatta dal governo Berlusconi» (Zingales). Sulla stessa linea editorialisti come Abravanel o Giavazzi: dunque, perché discostarsene? Alla riforma Gelmini dobbiamo l’ANVUR e Renzi ha fatto suo il “dictum” gelminiano della qualità e dei “pochi hub della ricerca”, che porta a distinguere fra sommersi e salvati: «Negare che vi siano diverse qualità nell’università è ridicolo – ha detto Renzi – Ci sono università di serie A e B nei fatti e rifiutare la logica del merito e la valutazione dentro l’università e pensare che tutte possano essere uguali è antidemocratico, non solo antimeritocratico».

Sotto Profumo è proseguita la contrazione dell’università italiana, e in particolare si è verificata la riduzione del numero di docenti dai quasi 60.000 a circa 40.000. Allora di che lamentarsi, se sono tutti d’accordo? Il compianto Giorgio Israel ebbe a scrivere: «non c’è né Spectre né Protocolli, ma un’agenzia molto trasparente che ha lanciato da tempo un’Opa sul sistema dell’istruzione italiano (tutto, scuola e università). È Confindustria […]. Un modo per formare quadri aziendali gratis e avere un ufficio studi a costo zero.»

Lo dico in maniera del tutto oggettiva ed avalutativa. Nel senso che può darsi che tutti codesti signori che propugnano la teoria dei “pochi grossi hub della ricerca” affiancati da satelliti detti “teaching universities”, con tutte le prevedibili conseguenze (non equipollenza di fatto delle lauree, contrattualizzazione delle posizioni lavorative ecc.) abbiano ragione e chi li osteggia abbia torto. Chiedo solo che siano conseguenti e traggano le conclusioni dai principi che postulano: come pensano di attuare i loro propositi?

Anche ammettendo la plausibilità di una simile metamorfosi del sistema, essa non può attuarsi difatti semplicemente attraverso la mera marginalizzazione, dunque la punizione di massa, nei confronti di chi lavora negli atenei minori, principalmente del centro-sud, né lasciando marcire le situazioni, attraverso la lenta eutanasia delle aree scientifiche non funzionali al disegno di trasformazione degli atenei minori in una sorta di Fachhochschule o Community College professionalizzanti. Vogliono realizzare sistemi integrati di atenei, ma non c’è coordinamento, né mobilità: come già detto, qualcuno pensa di realizzare “l’armonia prestabilita” fra monadi non comunicanti. La disaffezione dalla politica, l’opzione nichilista o “populista”, alla fine sono conseguenza della rassegnata constatazione di questa incapacità della politica di uscire dalla stasi e dalla stagnazione.

«Mieux vaut un désastre qu’un désêtre.» Alain Badiou