L’antipolitica renziana nel referendum: i probabili effetti dell’astensione

Giuseppe Caldarola

Giuseppe Caldarola

Fossi Letta direi a Renzi: «Stai sereno tu, ora» (Da: “Lettera 43”, 19 aprile 20016)
Ormai il premier ha sdoganato l’antipolitica. Una strategia che gli si ritorcerà contro.

Peppino Caldarola. Gli effetti del referendum su chi l’ha perso possono essere i seguenti. Sicuramente non ci sarà l’effetto pro-Renzi. Talvolta le sconfitte “rinsaviscono” i perdenti, altre volte li radicalizzano. Accadrà la seconda cosa. Il “ciaone” ha irritato oltre misura e gli altri interventi, compresa la tristissima intervista a domanda scritta e risposta scritta della Boschi a Maria Teresa Meli (Maria Teresa, manco ti ricevono in ufficio?), rivelano un grigiore che può confermare i renziani entusiasti ma è respingente per gli altri. Lo schieramento referendario e quello del “Sì” sono abbastanza articolati, e hanno un leader che, tuttavia, non convince tutti gli altri.
Emiliano non sarà il dopo-Renzi. Michele Emiliano è un personaggio travolgente, di forte carica umana (tanto Renzi è antipatico a pelle, tanto Michele è simpatico a pelle), tuttavia è troppo pugliese, troppo dentro il modello di leadership carismatica, troppo disinteressato agli oppositori e alle articolazioni di una democrazia funzionante.
Raccoglierà la bandiera dell’ambientalismo, si dedicherà a smontare Renzi e il renzismo (è un “cagnaccio”, vorrei dire agli amici di Renzi: «Ve farete male» – come disse a noi Duccio Trombadori quando scoprì che a l’Unità iniziavano l’ennesima campagna anti-Andreotti), ma non sarà lui il dopo Matteo. Poi vedremo non la persona ma l’identikit di chi potrebbe essere l’avversario necessario prima che questo gruppo di facinorosi incompetenti abbia sfasciato tutto.
Il mondo del “Sì” tuttavia esiste e ha capito che un’arma del premier si è spuntata. Si era presentato come l’uomo del primato della politica, quello che fa il viso dell’arme a grillini e qualunquisti di ogni tipo. Lo stesso modo dell’elezione di Renzi, parlamentare e non per suffragio popolare (nelle forme costituzionalmente possibili, ora), faceva pensare a un leader inattaccabile istituzionalmente, come il suo mentore, Giorgio Napolitano.
L’invito alla diserzione dal voto ha tolto l’astensione dal manuale dell’antipolitica e l’ha resa arma universale, applicabile in ogni situazione. Ad esempio, nelle elezioni amministrative.
Il Governo si arma di anti-politica. Faccio alcuni casi di scuola. L’elettore di sinistra napoletano, che vede nella Valente una candidata non interessante ed eletta nel modo che sappiamo, perché dovrebbe avere paura del campione dell’antipolitica De Magistris dopo che Renzi e Napolitano hanno usato la massima arma antipolitica come l’astensione?
A Roma Giachetti è un bravo candidato, ma bisogna proprio aver paura della Raggi ora che l’antipolitica è stata sdoganata dall’alto? E a Milano perché non pensare al voto disgiunto visto che Parisi è visibilmente più simpatico di Sala?
Voglio dire che l’irrisione di Renzi verso i suoi avversari ha prodotto due fenomeni: ha allargato il fossato, ormai pressocchè incolmabile, fra il clan renziano e i suoi populares e la gente normale. Ha, in secondo luogo, reso usabili tutte le armi della battaglia politica. Se il governo si arma con l’antipolitica perché bisogna aver paura dell’antipolitica dell’opposizione?
Non succederà niente di drammatico nell’immediato, ma fossi Enrico Letta scriverei a Matteo Renzi: «Stai sereno tu, ora».

«Informatevi bene e poi andate a votare! Votate quello che vi pare, ma andateci!»

All’università di Siena, destinata a sede distaccata toscana, si predica l’espansione ma praticando la contrazione

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Rabbi Jaqov Jizchaq. «Nel 1892 il ministro della Pubblica istruzione Ferdinando Martini propose il progetto di soppressione dei piccoli atenei, tra i quali quello senese. La proposta fu subito contrastata da uno sciopero generale dei commercianti, dall’intervento di tutte le istituzioni cittadine e da veri e propri moti popolari, che indussero il ministro a ritirare il progetto.»

Notare la differenza coi nostri tempi bui: oggi della sorte dell’ateneo tutti se ne stracatafottono, altro che moti popolari o indignazione dei commercianti! Manca la tensione etica, l’apertura mentale. Il politico alla moda finge di prendere le distanze e somministra al popolo clisteri di retorica: del resto ho già sottolineato come all’indomani della scoperta del “buco”, politici di tutte le razze identificavano come unica medicina quella del taglio dei posti di professore e ricercatore. Cerco di essere più preciso e come disse un papa, “se sbaglio, mi corigerete”: nel 2008 a Siena c’erano 68 triennali e 46 magistrali (più qualche laurea a ciclo unico). “Troppe!”, si diceva, non senza ragione. Se ne reclamava la chiusura di alcune: “le scienze del bue muschiato”; ebbene, adesso vi sono 30 triennali e 28 magistrali, diverse delle quali piuttosto mal messe, frutto di accorpamenti e destinate ad essere soppresse nei prossimi anni con il prosieguo dei pensionamenti e la perdita prevista di un altro centinaio di docenti.

Del resto se certi corsi sono destinati a sopravvivere ancora per un lasso di tempo con accanimento terapeutico, come simulacri di quello che furono, allora è meglio l’eutanasia. Ad essere entrate in crisi non sono necessariamente “le scienze del bue muschiato”, ma alcune scienze di base e corsi non proprio inutili, da ogni punto di vista. Se anche rientreranno una manciata di docenti, il quadro non cambia, considerando che dal 2008 se ne sono persi già 344. Avevamo oltre 22.000 studenti e adesso, dice il Rettore, ne abbiamo 15.775, aggiungendo che questo pesante ridimensionamento per Siena costituisce la “dimensione naturale”. Eh, già, così è, se vi pare. Uno torna da Auschwitz e dice: “questo è il mio peso-forma”. Ma “naturale” in che senso? Cos’è “naturale” per Siena? Cortesemente, gradirei ricevere qualche delucidazione riguardo a questa valutazione. Poi non so cosa induca a pensare che il dato si sia consolidato e non sia destinato a scemare ulteriormente. Insomma, che precipitando dal grattacielo, si sia “finalmente” toccato il suolo.

Ci avviamo ad avere un terzo dei docenti di Pisa o di Firenze e per giunta mal distribuiti un po’ a casaccio: un gerontocomio, semplicemente quello che resta dopo i pensionamenti di quasi la metà di costoro, non quello che serve per portare avanti un progetto ben definito. Ma cosa intende il Rettore quando dice che «entro il 2016 entreranno a Siena circa 130 fra nuovi docenti e nuovi ricercatori»? In realtà, se sono di ruolo, non sono nuovi (si tratta di avanzamenti di carriera) e se sono nuovi, non sono di ruolo (si tratta di contratti, anche se alcuni, sperabilmente, in futuro, convertibili in posti di ruolo).

E ripeto che non capisco come, con una massa così ridotta, si possa sfuggire all’attrazione dei grandi poli regionali. Perdendo altri 5000 studenti, inoltre, Siena verrà inclusa nel novero dei vituperati “piccoli atenei” (cioè quelli intorno ai 10.000 studenti) dei quali da più parti si reclama la chiusura e che paiono incompatibili con i succitati progetti dell’ANVUR e della politica. Non solo quella di governo. Leggo infatti nel blog di Beppe Grillo: «I piccoli atenei (costosi e poco efficienti) dovranno chiudere e quel risparmio potrà essere investito per creare case dello studente presso pochi, efficienti, grandi atenei.» In effetti a questi lumi di luna mi pare sia opinione ampiamente condivisa che i piccoli atenei sotto i 10.000 studenti siano una spesa insostenibile. Soprattutto mi pare che molti italiani, non insensatamente, non la vogliano sostenere, trattandosi in larga misura di diplomifici e stipendifici per parenti o famigli delle nomenklature locali.

Porsi questi problemi mi pare lecito, se non addirittura doveroso, e un chiarimento appare non più procrastinabile. In tutt’Italia se ne parla. A Siena no; pare peccaminoso e inopportuno parlarne. Di certo da queste parti non ti fai degli amici, sollevando il discorso, nel “tempio del libero pensiero”. Sicché, nonostante l’afflato e i buoni propositi, il destino pare essere già stato tracciato e nonostante il linguaggio 2.0 degli eredi del ministro Ferdinando Martini, il proposito appare oggi lo stesso, quando dicono che sopravviveranno “pochi hub” propriamente definibili come “università”, mentre gli altri saranno ridotti a “teaching universities”, cioè sedi distaccate; ma non hanno il coraggio di ammetterlo, e non certo perché temano l’insurrezione popolare a difesa del “culturame”.

Ma non si può continuare a dire una cosa e a farne un’altra, predicando l’espansione, ma praticando la contrazione. Un po’ il contrario del Mefistofele di Goethe, che desiderava eternamente il male, e tuttavia “a sua insaputa” operava eternamente il bene: “Ein Teil von jener Kraft, die stets das Böse will und stets das Gute schafft”.

Dopo l’intervista a Grasso, appare chiaro perché il Rettore Riccaboni eviti come la peste un contraddittorio con lui

Altan eticaRingrazio di cuore Marco Sbarra per il gentile commento che ha postato alla mia intervista sui bilanci imbellettati dell’Ateneo senese.

Marco Sbarra. Caro Professor Grasso, mi spieghi un po’ una cosa, visto che di numeri Lei se ne intende.
Forse a Siena non valgono le normali regole per la redazione dei bilanci? No, perché quelli dell’Università, come dai dati precisi e implacabili da Lei forniti, sono allegramente addomesticati, ma pure quelli del Monte sembrerebbero attingere un tantinello alla finanza creativa, come da varie ed autorevoli fonti si afferma. Visto che il Professore è in pensione, perché dottor Viola non nominarlo revisore dei conti della banca? Senza forse, certe remunerazioni principesche, a prescindere dai risultati ottenuti, difficilmente potrebbero essere incamerate, ma il Monte senz’altro ne guadagnerebbe, anche come immagine.
Dopo la sua intervista, appare chiaro perché il Magnifico Rettore Riccaboni eviti come la peste un contraddittorio con Lei. Certamente non fa una gran bella figura, ma troverà il modo di consolarsi con le pacche sulle spalle che riceverà dal cerchio aggrovigliato che ancora ha l’ardire di esistere.
Io la ringrazio di cuore Professore, per la sua incessante battaglia, in primis morale, contro il potere arrogante e indecente che ha soggiogato Siena, e per il suo coraggio nel denunciare personalmente le “Imprese” dei suoi rappresentanti.
La verità è un’arma formidabile e chi ha il coraggio di manifestarla pubblicamente compie un’opera fondamentale: quella di impedire la dittatura dell’ingiustizia e del pensiero unico.

Morto Casaleggio, protagonista della modernità nella politica ai tempi di Internet

Gianroberto Casaleggio - Marco Pannella - Emma Bonino

Gianroberto Casaleggio – Marco Pannella – Emma Bonino

In morte del guru, ridateci Emma e Marco (Editoriale: l’Opinione, 13 aprile 2016)

Paolo Pillitteri. Da giorni il pensiero va all’antica, eppur viva, esperienza radicale. Sarà il referendum prossimo venturo, sarà anche il riflusso politico a proposito degli aborti (troppi gli obiettori, la mala pasqua ai pochi medici osservanti della 194, con pesanti ricadute anche penali, ecc.). Ma poi è arrivata la notizia della morte di Gianroberto Casaleggio e la costrizione a riflettere sull’assenza “politica”, o quasi, di Marco Pannella e di Emma Bonino, mi ha indotto a concludere che sì, è vero, Casaleggio è stato un importante innovatore, che la Rete, i blog e i meetup costituiscono un bagaglio comunicativo e aggregante di notevole valore, ma ne avverto sempre una virtualità che cozza fortemente con bisogno di fisicità, di esempi per dir così viventi, di corpi reali, di persone “in carne ed ossa” cui guardare. E, dunque, non mi resta che proclamare: mi manca Marco, mi manca Emma, ci mancano i “radicali” come erano rappresentati da quei due simboli. Riflettendo ulteriormente su Casaleggio ne ho scovate delle similitudini con quei “radicali”, ma erano e sono puramente formali se non, addirittura, frutto di un desiderio personale piuttosto che di una corrispondenza politica e storica.

Magari i seguaci di Grillo e Casaleggio si fossero ispirati alla tradizione libertaria, liberale e garantista dei radicali. Spiace sempre la morte di un protagonista della modernità portata nella politica ai tempi di Internet, e Casaleggio lo è stato indubbiamente. Ma è diversa e più intimamente perturbante la memoria di una presenza fervida nella politica italiana di Pannella, della Bonino e di altri esponenti. Una presenza fattiva, sempre in azione, sempre sul pezzo ma conservando una struttura “filosofica” non arrendevole alle mode, non coniugabile con le passeggere voluttà dell’italiano in cerca di novità. E il rapporto fra gli epocali referendum legati ai radicali, le memorie degli scontri su divorzio e aborto con i duelli di carta di oggi in riferimento al prossimo referendum sulle trivelle (con annesse intercettazioni nel fantasmatico Totalgate lucano) ci fa precipitare in una sorta di terra di nessuno dove primeggiano esclusivamente le parole in libertà, la rissa, le contumelie e, soprattutto, la voglia di cappio, la sete di manette, il giustizialismo come arma letale per il nemico. Donde l’acuto rimpianto per le battaglie per il garantismo erga omnes che Pannella condusse negli anni Novanta, e come ci mancano quegli assalti all’imbarbarimento della lotta politica condotta sull’onda del circo mediatico giudiziario. E si scopre, dunque, la portata davvero storica delle battaglie di Marco ed Emma e dell’anima politica che le strutturava, osservandone la durata nel tempo, la loro continua azione nella stessa grigia quotidianità. Perché erano ancorate ad una concezione alta della politica, si iscrivevano prepotentemente in un’agenda che abbisognava assolutamente di una svolta, di una rottura, anche interna alle famiglie della vastissima componente cattolica, ma pur sempre iscritta nell’inconfondibile Dna di una battaglia di contenuti destinata ad incidere sulle esistenze e sulle stesse mode.

Oggi accade l’inverso e nella parabola del Movimento Cinque Stelle e riletta nella vicenda di Casaleggio – che del movimento è stato davvero la magna pars con l’invenzione della mitica democrazia diretta – si racchiude un percorso contraddittorio che dalla primigenia forza bruta distruttiva della politica del “tutti ladri, mandiamoli a casa!” si è progressivamente trasposta su livelli diversi, su piani che abbandonavano gli slogan dell’uno vale uno (Casaleggio docet) per incamminarsi nei sentieri delle consuetudini del fare il sindaco, l’assessore, il responsabile amministrativo e, diciamolo pure, il deputato e il senatore.

L’imposizione ferrea delle lex del network superiore ad ogni altra prescrizione ha finito col denegare il senso della democrazia diretta nella misura davvero ridotta dei partecipanti decisori in Rete di scelte che impallidiscono davanti a qualsiasi primarie. Per non parlare dell’ecatombe di espulsi, anche per le più banali ragioni, comprese quelle delle quali i sopravvissuti se ne fanno un baffo, a cominciare dalla presenza nei talk-show, cioè nella tivù, ritenuta, allora, un ferrovecchio utilizzato dai manipolatori del consenso e, chissà mai, dalla piovra delle multinazionali. Mai una presenza nei talk è stata più intensa e petulante di quella di certi pentastellati, sempre arruffati i maschi, spesso anche machi, e altrettanto scarmigliate le donne. Di costoro era riconosciuta, allora, l’irruenza oppositoria sventolante il cappio, ma oggi è ben visibile la disponibilità al set, sia pure con una sempre superba supponenza di chi ha le soluzioni in tasca, ma con tanto di eleganza, di posa, di trucco, appena accennato per i maschi e una molto ben ritoccata plasmatura del volto per le femmine. La Raggi dalla Gruber è l’esempio più insigne.

Dicono che sia stata la scuola di politica (televisiva) imposta loro da Casaleggio a produrre questa modificazione, ma non si tratta solo di fashion ad uso del telespettatore, di una modellatura superficiale. No, perché questi cambiamenti sono avvenuti contestualmente a quelli delle scelte politiche, con un sorta di adagiarsi day by day al vento che spira, agli umori, alle opportunità, agli appigli per prendere in castagna il nemico, cambiando radicalmente posizione, basta pensare alla vicenda della fecondazione assistita per rendersi conto che, adesso, sono le mode ad imporsi sulle scelte politiche e non viceversa, come ci hanno invece mostrato gli esempi di Marco e di Emma. Ci mancano, quanto ci mancano!

Dario Fo

Dario Fo

Il ricordo di Dario Fo (Da: Il blog di Beppe Grillo, 13 aprile 2016)

Dario Fo. Quando si parla di Gianroberto i giornalisti tendono a classificarlo quasi subito come l’ideologo, il guru, del MoVimento 5 Stelle. È la definizione più banale e ovvia che si possa pensare. Bisogna partire da un fatto importante, la sua cultura. Era un uomo di una conoscenza straordinaria, leggeva tutto quello che riteneva fosse importante sapere, faceva collegamenti molto acuti fra i vari testi e aveva un modo di esprimersi riguardo alle diverse situazioni mai banale e prevedibile. Mi capitava spesso di chiedere se avesse letto dei particolari libri che ritenevo importanti, e non azzeccavo mai un documento che lui non conoscesse già, tanto che un giorno gli ho detto: “Ascolta, fai più presto a dirmi quello che non conosci, così non mi metti più in imbarazzo”.
Spesso diceva che era impreparato a dare un giudizio su certi argomenti, e questo denota una modestia, un’umiltà che è difficile trovare nell’ambiente della politica comune.
Un altro tratto del suo carattere che posso testimoniare è la generosità nel modo di comportarsi, specie di fronte ad alcuni momenti tragici della vita del nostro paese.
Inoltre evitava le dichiarazioni roboanti e preferiva analizzare prima di definire. Quando gli chiedevo notizie sulla sua salute cercava di non dare molto peso al problema, diceva: “Sì, non va tanto bene ma speriamo di migliorare”.
A me, personalmente, manca molto. È un baratro nella mia memoria.
La sua scomparsa è una perdita gigantesca per il Movimento, e non so immaginare quali conseguenze possano verificarsi, ma sono certo che le persone straordinarie che ne fanno parte, specie i giovani dell’ultima generazione, saranno in grado di proseguire sulla giusta via.

Siamo in attesa delle richieste di chiarimenti di sindaco e segretario del Pd al rettore dell’Ateneo senese!

Bruno Valentini - Angelo Riccaboni (Gil Cagnè) - Alessandro Masi

Bruno Valentini – Angelo Riccaboni (Gil Cagnè) – Alessandro Masi

Ascheri: “Black Monday : dove va ora l’Università?” (da: il Cittadino Online, 11 aprile 2016)
Il commento del professore dopo aver ascoltato l’intervista di Daniele Magrini a Giovanni Grasso. “Il sindaco dovrebbe chiedere spiegazioni al Rettore”

Mario Ascheri. Dal “Sole 24 Ore” (11 aprile c.a.), con i suoi dati drammatici sul crollo del reddito reale a Siena (siamo con Crotone e Vibo in fondo alla classifica nazionale) passo ad ascoltare dal blog Il senso della misura l’intervista di Magrini (rubrica di Sabato del 9 u.s.) sull’Università che commento superato lo sgomento iniziale. L’intervista a Giovanni Grasso – fatti i complimenti a Daniele Magrini per l’opportunità concessa di portare alla luce un problema così grave – credo ponga problemi non eludibili.

1) Il sindaco di una città seria e seriamente universitaria come Siena, intanto, dovrebbe essere il primo a dire: il Rettore risponda alle accuse che gli sono state lanciate. Si sa che c’è un processo in corso, ma l’udienza è alle calende greche naturalmente; qui invece c’è una città che io rappresento che vuole sapere: perché gli elementi richiesti da Grasso non sono stati resi noti? Le partite di giro sono state abilmente sfruttate per un attivo inesistente come lui accusa? È possibile un confronto pubblico tra tecnici delle due parti?

2) Siccome il sindaco non farà niente, conoscendolo ormai bene, ahimè, giro le domande all’avv. Alessandro Masi, responsabile PD che sostiene la Giunta Valentini e le ha dato fiducia di un inizio di svolta (anche la buona nomina dell’ottima Vannozzi pare vada però contestualizzata con conclusioni poco edificanti… vedasi ultimo post di Bastardo Senza Gloria)…

Bene, avvocato caro, sia Lei, sentita l’indisponibilità del sindaco, a procedere: sia il Pd di Siena a voler far chiaro, a convocare le parti a pubblico dibattito o a porre ed esigere le risposte anche in separata sede. Un partito sedicente riformatore e comunque responsabile in prima persona della città non può assistere a questo scempio che sembra addirittura doloso della sua Università. Sentire per credere. E Lei è un tecnico iscritto come me all’Albo.

3) Indipendentemente da Valentini e Masi, l’intervista pone un problema serio ai tre candidati al Rettorato.

L’università con i suoi docenti, lo sanno anche i sassi, non ha brillato durante la grande crisi di Siena, e si capisce: era essa stessa immersa fino al collo in… difficoltà, chiamiamole così. Ma ora come possono i Magnifici Tre non tener conto delle dichiarazioni di Grasso? Siano loro stessi a promuovere la chiarezza, non Vi pare? Se io fossi un elettore lo pretenderei con forza, altrimenti non ti voto e non vado neppure a votare: Candidato bello, mi dici che ne pensi di questo inghippo serio?

Il rettore dell’Università di Siena: il Gil Cagnè dei bilanci.

Riccagne«Io sono arrivato a fare il rettore da patologo e il mio successore è un ecologista. Cosa volete che ne sappiamo noi di conti?», dichiarava Piero Tosi nel novembre 2011. Si riferiva alle accuse della Procura della Repubblica (riportate in seguito in modo dettagliato nel corso del processo sul dissesto economico-finanziario dell’università) che dimostrava come il “grande timoniere” Tosi ritoccasse i bilanci, aggiungendo per più anni consecutivi l’importo (circa quattro milioni di euro) della vendita della casa dello studente o inserendo tra le entrate otto milioni di euro di un inesistente finanziamento ministeriale. Analogamente, cosa potrebbe dichiarare oggi Angelo Riccaboni a chi gli fa notare che il Bilancio unico dell’esercizio 2013 dell’Università di Siena non s’è chiuso, come lui dice, con un avanzo di competenza di 6,91 milioni d’euro ma con un disavanzo di competenza di 3,55 milioni d’euro? Anche in questo caso, Riccaboni ha imbellettato il bilancio 2013 (il terzo rettore; «non c’è due senza tre»?) inserendo le partite di giro e le entrate per conto terzi in una colonna impropria che gli consentisse di ottenere un avanzo di competenza. Beh, potrebbe sempre dire che lui, pur essendo un docente di economia aziendale, in realtà, è un esperto visagista.

Pubblicato anche da:
– Bastardo Senza Gloria (11 aprile 2016) con il titolo: «I conti dell’Università: un po’ di storia a cura di Giovanni Grasso».
– il Cittadino Online (11 aprile 2016) con il titolo: «Bilanci imbellettati dell’Ateneo: Grasso non molla».
Il Santo Notizie di Siena (12 aprile 2016) con il titolo: «Qualcuno dovrà rispondere al Professor Giovanni Grasso!!!».

Proprio per l’impossibilità di fronteggiare i pensionamenti, a Siena non solo la ricerca ma la stessa didattica è in crisi nera

OmbraRabbi Jaqov Jizchaq. (…) meno nobile della citazione di Michelstaedter; meno icastico dell’eloquio del conte Mascetti, il mio discorso insiste pedantemente sul punto:

1) «La prima missione dell’università è la didattica, ma sembra proprio che ce ne siamo dimenticati. L’affastellarsi incoerente di leggi, di provvedimenti, di regole e prescrizioni di ogni tipo la stanno infatti relegando in un angolo, rendendola sempre meno centrale ed efficace e sempre più difficile da decifrare, aggiornare e innovare.» (A. Stella)

Scusate se commento il brano citando nuovamente Galli della Loggia, ma i suoi due interventi recenti sul Corriere della Sera intorno a quest’argomento mi pare che centrino perfettamente il problema. Soggiungo che in questa problematica, Siena è immersa fino al collo anche per un surplus di disgrazie locali, e non odo risposte o proposte, né dall’attuale rettore, né dai candidati futuri rettori. Non si dice Sì-Sì o No-No, ma al massimo qualche ecumenico ed elettoralistico “ma anche“. Per quanto la sopravvivenza dell’ateneo investa il destino della città (della cui economia l’università rappresenta una gamba), tacciono i media e il mondo politico, tranne che per dar luogo, di tanto in tanto, a polemiche sterili o autoincensamenti inopportuni. Ma in definitiva il partito prevalente è quello dei fatalisti.

Il Rettore dice che nonostante la fuoriuscita di circa 500 docenti (uno su due) il rapporto docenti/studenti a Siena è ancora alto. Che dire? Tra breve avremo un terzo del corpo docente di Pisa o di Firenze. Se non ti è bastato di tramortirli, allora ammazzali e buonanotte! Un cupio dissolvi. Certo è che se continui a perdere studenti a migliaia e a chiudere corsi di laurea a decine, i docenti saranno sempre “troppi”: al limite, puoi fare a meno di tutti i docenti, semplicemente chiudendo l’università e dandoti finalmente all’agricoltura (già tremano gli ortaggi). Non so che cosa ne farai dei 1000 amministrativi (il doppio all’incirca dei docenti), ma se fossi il sindacato mi preoccuperei fortemente, anziché assecondarli, udendo certi discorsi intorno ad un ateneo ulteriormente ridimensionato. Gli anni passati sono stati caratterizzati da uno sfruttamento nero di giovani docenti, spesso poi non stabilizzati (di quelli capitati in questo decennio, nessuno lo è stato), dichiarati anzi oramai “vecchi” e dimenticati al grido ipocrita di “largo ai giovani!”, cioè a truppe fresche pronte per essere a loro volta immolate. Una generazione polverizzata. In questo gerontocomio dove i “giovani” sono “quarantini” o “cinquantini” (per dirla alla Montalbano) non entra di ruolo un cane da dieci anni: come si fa a dire che i docenti sono ancora troppi?

2) A proposito della strisciante trasformazione di molti atenei di media dimensione (specie meridionali) in “teaching universities”, onde favorire “pochi hub” della ricerca, dapprima il professor Galli della Loggia si chiede: «paradossalmente ciò sta avvenendo senza che nessuno lo abbia discusso veramente. Senza che nessuno abbia discusso la questione cruciale. Vale a dire: che cosa si deve fare del sistema universitario italiano? Come deve essere? Puntare su poche sedi già oggi in buona posizione per cercare di farne dei veri centri di eccellenza di livello europeo può essere giusto, ma che fare allora delle altre e quali caratteristiche queste debbono avere?».

L’Anvur si fa arbitro di distinguere fra teaching e researching universities: «ad alcune si potrà dire: tu fai solo il corso di laurea triennale. E qualche sede dovrà essere chiusa».

Nel mio piccolo mi chiedo se non vi sia un circolo vizioso nel praticare una politica che premia grossi atenei principalmente in base all’ammontare dei prodotti della ricerca, destinando con ciò per sempre molte sedi minori ad “università d’insegnamento”, cioè sedi distaccate di grossi atenei, sol perché, appunto, inevitabilmente, sfornano meno “prodotti”. Difatti non è chiaro come possa competere in assoluto, anche sul piano della mera quantità, e dunque trovare risorse sufficienti per emanciparsi e crescere, un ateneo come Siena che, pur avendo ricevuto in passato buone valutazioni, si avvia a perdere metà degli addetti alla ricerca e ad avere mille ricercatori in meno rispetto a Pisa o a Firenze. Diconsi mille, che se anche ciascuno sforna un articolo all’anno, sono nel quadriennio della VQR quattromila “prodotti” sfornati da ciascuno dei nostri ingombranti vicini da aggiungere al paniere.

È evidente che il contentino per essere stati, nonostante tutto, bravini, nei settori non ancora spazzati via dalla crisi, è di per sé insufficiente per ribaltare la sorte: non c’è partita, e mi domando quanto tempo passerà prima che il piccolo satellite venga definitivamente risucchiato dalla forza d’attrazione dei grandi pianeti a lui vicini. Più che una valutazione, questa distinzione fra sommersi e salvati sembra dunque essere una decisione presa a priori, una sorta di predestinazione calvinista parto di menti imperscrutabili e onnipotenti, e l’appello ai risultati della VQR, appare dunque soltanto un espediente retorico. Siena, nonostante le soddisfacenti performances nella ricerca, in questa cornice, pare destinata a diventare qualcosa che nell’idioma italico, accantonando per un attimo gli anglicismi, non so tradurre se non come “sede distaccata”. Ma può esistere un ateneo per metà “teaching” e per metà “researching” dove la prima metà costituirebbe un’insopportabile zavorra per la seconda metà? E i settori votati alla ricerca ripiegano definitivamente sull’insegnamento sol perché vanno in pensione i docenti? Sarebbe questa la misura dell’eccellenza?

3) Inoltre, in numerosi suoi comparti, proprio per l’impossibilità di fronteggiare le massicce uscite di ruolo, a Siena non solo la ricerca, ma la stessa didattica è in crisi nera: mi pare un autentico circolo vizioso. È curioso come la svalutazione della didattica si accompagni, in modo contraddittorio, col proposito di riduzione di gran parte degli atenei medio-piccoli a “teaching universities“: la didattica intesa perciò come cattiva didattica, in quanto punizione, una didattica dequalificata, frutto di un castigo, da somministrare evidentemente a chi non ha soldi o voglia per migrare verso gli atenei maggiori? Cose ‘e pazz’…. sembra che la didattica non abbia bisogno di risorse e competenze. In un successivo e già citato intervento, Galli della Loggia riassume così il processo che vede la progressiva marginalizzazione di tutti i comparti che, per intenderci, ho chiamato “teoretici” e delle scienze pure (quelli che qui a Siena chiamano “la cultura”): «Detto in breve, dall’insegnamento universitario – e quindi prima o poi anche dall’intero universo di capacità conoscitive e di studio degli italiani – dovrà scomparire innanzi tutto il passato. L’Italia non dovrà più interessarsi di alcun aspetto del mondo che abbiamo alle spalle, dei suoi eventi, delle sue idee, delle sue produzioni artistiche. Ma non solo. Dovrà farla finita anche con una buona parte di quei saperi astratti come la filosofia, la matematica, o con altre scienze esatte non sufficientemente utilizzate dall’apparato produttivo.»

Questo processo, specialmente in ordine a quelli che Galli definisce i “saperi astratti”, è visibilissimo anche a Siena, ateneo che ha sostanzialmente deciso di farne a meno, compattandosi (volente o no, con l’uscita di ruolo di un professore su due) attorno ad alcuni settori di carattere eminentemente applicativo. Anche i cultori improbabili del “piccolo è bello” dovrebbero dire allora, senza infingimenti (“ahhh! A noi ci interessa tanto, ma tanto la cultura!”):

a) quali settori s’intendono portare avanti per un ateneo fatto solo di poche “eccellenze”.

b) una volta presa la decisione, che non discuto, cosa farne di chi, pur non essendo individualmente un idiota, lavora in altri settori rimasti sguarniti e perciò stesso destinati all’abbandono, atteso che tutto ciò con la “meritocrazia” ha poco a che vedere, e che la vita di decine di persone non è nella disponibilità di un Rettore (presente o futuro).

Ricordo che anche in questo blog taluni sostennero illo tempore che la fuoriuscita di circa 500 “vecchi” avrebbe fatto largo finalmente ad altrettanti giovani: non si rendevano conto, tapini, che essa preludeva semplicemente alla soppressione di circa 500 insegnamenti e altrettanti posti di lavoro. Sarà grasso che cola se in futuro ne verranno recuperati il 10% (ma ne dubito). Dieci anni di congelamento di turnover e carriere hanno fatto fuori buona parte di quella generazione che avrebbe dovuto costituire il ricambio dei “vecchi”. C’è da esserne fieri.

Sarei contento se i candidati rettori mi spiegassero dove sbaglio.

Elezioni del rettore: quando il rigore è solo meteorologico conduce a una glaciazione pleistocenica delle coscienze e dei cervelli

Felice Petraglia - Alessandro Rossi - Francesco Frati

Felice Petraglia – Alessandro Rossi – Francesco Frati

Partita in anticipo, la corsa per il rettorato prosegue sottotraccia e in silenzio, non considerando le brevi interviste di un giornale locale ai tre candidati e il ritratto dell’Eretico di Siena a uno dei papabili. Tuttavia, non mancano le mistificazioni di docenti e gruppi (interni ed esterni all’Ateneo) che, nel segno della continuità con la gestione attuale o di un’inesistente discontinuità, cercano di chiudere, in modo definitivo e con il candidato giusto, il capitolo delle responsabilità del default economico-finanziario e istituzionale dell’Università di Siena, ormai avviate alla prescrizione.

Iniziò sei anni fa Riccaboni, eletto con l’aiuto di Tosi, cui deve tutto: la presidenza del Nucleo di valutazione d’Ateneo, il Cresco, la presidenza di Facoltà, l’incarico di prorettore ad Arezzo. E difatti, negli stessi giorni del suo insediamento a rettore, Riccaboni ricevette una telefonata da Tosi (10 novembre 2010): «Non incontriamoci al Rettorato! È meglio vederci al solito posto!» E così nella squadra di Riccaboni si ritrovarono gran parte dei tosiani. E Francesco Frati, per quasi sei anni prorettore vicario, è oggi candidato a rettore nel segno della piena continuità con il mandato di Riccaboni e con il sostegno di una parte dei fedelissimi di Tosi. Perciò tosiano anche Frati, per affiliazione simbolica. L’altro candidato, Felice Petraglia (che intende aprire un dialogo «trasversale e senza rotture con il passato con tutte le componenti dell’ateneo»), è tosiano d’acciaio da sempre ed è sostenuto dal gruppo più numeroso dei seguaci di Tosi. Quindi Frati e Petraglia, due volti della stessa medaglia e seguaci del grande timoniere Tosi. C’è però, il terzo candidato, Alessandro Rossi, che alla domanda (continuità o discontinuità?) così risponde: «l’oggi nasce sul passato, ma per avere futuro occorre la svolta.» Sì! Va bene! È tosiano anche lui? Rispondiamo con i fatti. Ha deposto in aula contro Tosi nel corso di un processo; si può considerare tosiano?

Ripeto sempre che la crisi dell’Università di Siena, cominciata nella seconda metà degli anni ’80, è stata ed è, prima di tutto, crisi culturale e morale. Ebbene, sfogliando le newsletter dell’ateneo, si scopre che il 19 ottobre 1998, Alessandro Rossi (a quel tempo professore associato) aveva già colto questi elementi. Infatti, scriveva: «L’Università è quindi oggi chiamata a riedificare un proprio ethos dal quale recuperare la propria identità e il proprio ruolo trainante nei confronti della società civile e con essi recuperare il senso d’identificazione che il cittadino deve avere nei confronti di quest’istituzione. (…) È improbabile un suo riscatto culturale e scientifico senza un’adeguata premessa etica. L’Università edificata su terreni rivelatisi instabili (l’ingresso in Europa sta accentuando il rischio sismico), non potrà sostenersi aggiungendo pur robusti contrafforti (leggi riforme) se parallelamente non sono abbattute quelle parti sorrette dalle precarie trabeazioni dell’etica dell’arbitrio. Quest’ultima trova ancora oggi uno dei propri sostegni nell’irrisolto conflitto di matrice novecentesca tra persuasione e retorica. La mancanza di una reale persuasione (in primo luogo del corpo docente) sulla funzione culturale e morale trainante dell’Università all’interno della società lascia, infatti, ampi spazi alla retorica e quindi al mito riformista. (…) Più in generale, nessun’ingegneria normativa di per sé potrà risolvere problemi che sono in primo luogo di natura morale e culturale. Ciò non significa che la strada delle riforme non debba essere percorsa, a condizione però che a esse si chieda solo ciò che possono offrire: un’architettura organizzativa con espliciti confini dei comportamenti legittimi. Esiste attualmente una distanza, non solo dialettica, tra etica e legittimità, tra “il sé” e “l’io”, che deve essere colmata per evitare il rischio che il generale e purtroppo spesso generico appello al rigore assuma solo un significato meteorologico sino a condurre ad una glaciazione pleistocenica delle coscienze e dei cervelli.»

Pubblicato anche da: Il Cittadino online (6 aprile 2016) con il titolo «Elezioni del Rettore: in cerca di rigore. E di un risveglio delle coscienze. (Giovanni Grasso passa in rassegna i candidati al ruolo. Tra continuità e discontinuità)».

«Renzi: il disneyficatore che banalizza tutto ciò che tocca riducendolo a evento mediatico privo di contenuti»

La statua di John Harvard

La statua di John Harvard

Perché stamattina non andrò ad ascoltare Renzi a Harvard (da: La Voce di New York, 31 marzo 2016)

Francesco Erspamer

Francesco Erspamer

Francesco Erspamer. Questa mattina Matteo Renzi parlerà a Harvard. Penso che abbia voluto venirci, oltre che per promuovere se stesso, per promuovere in Italia la sua riforma dell’università. Il premier italiano lo disse chiaramente, alcuni mesi fa: bisogna imitare il modello americano. E ora è venuto per far vedere ai suoi connazionali ed elettori che lui quel modello lo conosce. Harvard è la più prestigiosa università del mondo e questo gli basta: non si domanda con quali criteri e scopi siano stilate le classifiche di eccellenza o quali siano le condizioni e implicazioni di una simile preminenza (per esempio che Harvard sia una corporation con un capitale di più di 36 miliardi di dollari che ammette lo 0,04% degli studenti che ogni anno vanno al college) o tanto meno quale sia il livello delle altre 4139 università americane: no, lui tornerà tutto contento in patria e proclamerà che l’università italiana, la più antica del mondo, deve diventare come quella americana, convinto che se lo diventasse non sarebbe una scopiazzatura fuori contesto e fuori tempo (l’America sta cominciando a guardare all’Europa per rimediare ai disastrosi scompensi del suo sistema educativo) ma una sua grande innovazione. Un po’ come se gli riuscisse di aprire uno Starbucks in Piazza della Signoria a Firenze; o ancor meglio in Piazza della Repubblica a Rignano sull’Arno.

renziharvard-713x910Ma non è per questo che stamattina non andrò a sentirlo. E neppure per via del mio radicale dissenso con il suo progetto di reaganizzare l’Italia (e per di più in ritardo, quando gli altri paesi stanno cercando rimedi): non andrò a sentirlo perché è venuto a Harvard con lo stesso spirito con cui sarebbe andato a inaugurare un centro commerciale o ad aprire il nuovo anno alla Borsa di Milano. Tutte cose che un primo ministro deve fare: ma accorgendosi che sono differenti e rispettando le loro differenze. Per Renzi invece sono la stessa cosa: occasioni di visibilità, interamente prive di contenuti.

Significativamente, non parlerà alla Kennedy School of Government, dove avrebbe avuto senso per il ruolo istituzionale che ricopre. E neppure a economia, in riconoscimento delle sue riforme liberiste. Parlerà in un museo, all’Harvard Museum. Scelto, immagino, per confermare l’immagine che dell’Italia hanno gli americani: il paese della cultura e della bellezza. Forse chi lo ha invitato ricordava la sua foto insieme a Angela Merkel sotto il David, al meeting di un anno fa alla Galleria dell’Accademia: senza accorgersi (o peggio: senza curarsi) di quanto non autentica fosse quella cornice: ambienti carichi di storia abusati per promuovere politiche globaliste, volte a distruggere proprio quell’identità culturale.

Più che un rottamatore Renzi è in effetti un disneyficatore: che banalizza tutto ciò che tocca riducendolo a evento mediatico, dunque equivalente a qualsiasi altro che attiri l’attenzione dei giornali e dei network televisivi, senza gerarchie, distinzioni, senza valori di riferimento. La sua dimensione è quella della pubblicità e dei reality, in cui si fa finta di essere veri ma facendo in modo di non essere davvero creduti, in cui ci si maschera ma mantenendo una distanza ironica che impedisca equivoci, guardandosi bene dal correre il rischio che possa diventare un’esperienza autentica e dunque cambiare qualcosa. In ciò Renzi è integralmente liberista, impegnato nella sistematica deregulation dei princìpi e specificamente dell’autenticità: contro la quale impiega collaudate tecniche come la cazzata, che toglie di significato (scrisse il filosofo Harry Frankfurt in un celebre saggio) all’opposizione verità-menzogna e realtà-virtualità.

Non so di cosa parlerà a Harvard. Gli annunci del suo intervento non aiutano: “A keynote address”, “un discorso ufficiale”, senza ulteriori specificazioni, a confermare che non è venuto perché avesse qualcosa da dire. C’è venuto per far sapere che c’è stato. Presumo che abbia messo qualcosa insieme all’ultimo momento, cercando su Google qualche aneddoto su Harvard; come fece poco più di un mese fa in un’altra università, quella di Buenos Aires, dove al termine di un discorso confuso e infarcito di perle da Baci Perugina (“Non c’è parola più grande dell’amicizia per descrivere la storia di popoli diversi”: qualcuno mi spieghi cosa significa) citò in spagnolo dei versi di Borges. Solo che non era una poesia di Borges, subito notò El País, bensì un falso che compare su internet quando si inserisca la coppia di parole borges-amicizia.

Qualcuno ricorderà il concetto rinascimentale di sprezzatura, teorizzato nel Cortegiano, uno dei libri italiani che più influenzarono la civiltà europea. Castiglione pretendeva dalla classe dominante, in cambio dei suoi privilegi, capacità e stile senza ostentazione: bisognava sapere tutto e saper fare tutto però come se fosse una cosa naturale. Ma quella era una società fortemente regolamentata. Nell’età della deregulation i vincenti alla Renzi seguono un precetto opposto: ostentazione senza capacità né stile. Per questo stamattina non andrò a Harvard ad ascoltarlo. Perché a differenza di Berlusconi e di tanti altri politici, Renzi non si limita a ignorare la cultura o magari disprezzarla. La cultura può sopravvivere all’ignoranza e al disprezzo. No, Renzi la svuota. Con la sua programmatica trivialità svilisce la ragione e il linguaggio, riduce la comunicazione, ossia la facoltà più propriamente umana e sociale, a rumore. La chiarezza e il rigore costringono a una certa misura di coerenza; le improprietà deresponsabilizzano, rendono tutto indifferente, il vero e il falso, il giusto e l’ingiusto, le qualità e i difetti, i profittatori e le loro vittime. E quando il vuoto diventa uno stile e un programma, la fine della democrazia è pericolosamente prossima.

P.S. È giusto precisare che ad accorgersi della gaffe di Renzi non furono gli argentini e neppure El País bensì Miru e Sten sul canale YouTube “Mia sorella”. Solo dopo la loro segnalazione i giornali di tutto il mondo diedero risalto alla superficialità del premier italiano.