Prima candidatura ufficiale a rettore dell’Università di Siena

Alessandro Rossi

Alessandro Rossi

Alla comunità di UNISI
Cari studenti, personale tecnico, amministrativo, bibliotecario, colleghi ricercatori e professori dell’Università degli studi di Siena.

Dopo aver formalizzato la mia candidatura a Rettore del nostro Ateneo, invio il mio Curriculum Vitae, biglietto da visita di ogni universitario, nel quale troverete l’attività scientifica e didattica, affiancate dalle responsabilità accademiche e di rappresentanza e per le quali mi definisco con orgoglio un ricercatore e un docente della nostra Università. Riporto inoltre le Linee programmatiche per UNI-SIENA 2016-2022.
Candidandomi mi impegno a coniugare sostenibilità e sviluppo della nostra Università e a tutelare la sua identità storico-culturale-artistica e scientifica.
Ringrazio tutte e tutti per l’attenzione

Alessandro Rossi

Full Professor of Neurologyimage
Dpt of Medical, Surgical and
Neurological Sciences,
University of Siena
Hospital S. Maria “Alle Scotte”
Viale Bracci, 53100 Siena, Italy
Secretariat: +39 0577 585261/233476

Alessandro Rossi: «senza la ricerca “pura” la ricerca applicata si inaridisce»

Altan-ricercaRabbi Jaqov Jizchaq. Scovo su La Repubblica queste tre domande rivolte ai candidati rettore senesi:

1) I tempi del bilancio in rosso di Siena sembrerebbero lontani. Dopo alcuni anni di cautela è arrivato il momento di tornare a investire: quali le priorità?

2) Siena è una città piccola, che ha fatto la sua forza nell’essere a misura di studente. Eppure in dieci anni le iscrizioni sono calate del 62%. Come riconquistare la fiducia dei giovani?

3) Quale sarà la vocazione dell’Università di Siena per il futuro?

Colgo tre brani dalle risposte:

Rossi. «Non è ammissibile distinguere tra sapere e ricerca utili e inutili sulla base del loro “valore di mercato”. Senza la ricerca “pura”, la ricerca applicata si inaridisce. Il necessario rapporto con il mondo del lavoro non può tradursi in una riconversione dell’Università in un’Accademia professionale di massa. L’Università non insegna solo una professione, ma anche un metodo di pensiero.»

Parole sacrosante… non solo perché, come diceva un famoso scienziato, non è possibile giustificare l’attività di nessun vero scienziato/a sulla base dell’ ”utilità” immediata del suo lavoro, quanto forse per il suo opposto: oramai (almeno da Hiroshima in poi) gli intrecci tra scienza pura ed applicata e le ricadute a breve termine sono tali, da rendere tale distinzione, non solo eticamente insostenibile, ma anche teoricamente insensata: simul stabunt vel simul cadent. Peccato che un aspetto del cosiddetto risanamento sia stato proprio la cancellazione, già effettuata o in corso, di tutte le aree delle scienze astratte e speculative. Un processo, temo, oramai irreversibile. Non so se dalle ceneri sorgerà un vendicatore.

Frati. «Innanzitutto la ricerca, con investimenti finanziari e in risorse umane, anche attraverso un programma di sostegno al reclutamento di giovani talenti.»

Sì, ma con quali danari? Date le persistenti condizioni finanziarie dell’ateneo (frettolosamente dichiarato “risanato”) non ti verrà consentito di accedere a quote significative di turnover. E la situazione al riguardo è quella drammatica più volte ribadita.

Petraglia. «Va fatto un salto di qualità per garantire un’offerta formativa competitiva a livello internazionale, potenziando e valorizzando lauree specialistiche, master, dottorati di ricerca e scuole di specializzazione. L’obiettivo è far parte delle prime 100 migliori Università europee.»

Giustissimo… ma il “risanamento”, se non erro, è avvenuto dimezzando il corpo docente e chiudendo decine di corsi di laurea (moltissime magistrali) o accorpandone altri: non ci giurerei sul fatto che ciò che è rimasto in piedi sia il meglio che c’era. Per non dire della strage di dottorati: il programma di riduzione dell’ateneo senese a “teaching university”, cioè sede distaccata produttrice di diplomati triennali, va avanti subdolamente. Sempre Repubblica descrive infatti così la “mission” dei tre atenei toscani: «Pisa sta consolidando la sua tradizione in materie scientifiche (anche grazie alla Scuola Normale e del Sant’Anna) con una forte attenzione alla formazione post laurea e alla ricerca. Siena è una università specializzata nella didattica di primo livello per alcune discipline».

Allora vorrei capire se il nostro agitarsi non sia puramente velleitario, visto che i giochi paiono già fatti politicamente “in alto loco”.

Per le elezioni del nuovo Rettore dell’Ateneo senese si vota il 16, il 22 e il 28 giugno

Felice Petraglia - Alessandro Rossi - Francesco Frati

Felice Petraglia – Alessandro Rossi – Francesco Frati

Il decano del Corpo Accademico, Prof. Paolo Luigi Nardi, ha firmato il Decreto d’indizione delle votazioni e d’istituzione dei seggi elettorali. Al momento, i candidati a rettore sono i Proff. Felice Petraglia, Alessandro Rossi e Francesco Frati. Da ricordare, però, che il termine per la presentazione delle candidature alla carica di rettore scade 17 maggio 2016.

Dateelezioni

Proprio per l’impossibilità di fronteggiare i pensionamenti, a Siena non solo la ricerca ma la stessa didattica è in crisi nera

OmbraRabbi Jaqov Jizchaq. (…) meno nobile della citazione di Michelstaedter; meno icastico dell’eloquio del conte Mascetti, il mio discorso insiste pedantemente sul punto:

1) «La prima missione dell’università è la didattica, ma sembra proprio che ce ne siamo dimenticati. L’affastellarsi incoerente di leggi, di provvedimenti, di regole e prescrizioni di ogni tipo la stanno infatti relegando in un angolo, rendendola sempre meno centrale ed efficace e sempre più difficile da decifrare, aggiornare e innovare.» (A. Stella)

Scusate se commento il brano citando nuovamente Galli della Loggia, ma i suoi due interventi recenti sul Corriere della Sera intorno a quest’argomento mi pare che centrino perfettamente il problema. Soggiungo che in questa problematica, Siena è immersa fino al collo anche per un surplus di disgrazie locali, e non odo risposte o proposte, né dall’attuale rettore, né dai candidati futuri rettori. Non si dice Sì-Sì o No-No, ma al massimo qualche ecumenico ed elettoralistico “ma anche“. Per quanto la sopravvivenza dell’ateneo investa il destino della città (della cui economia l’università rappresenta una gamba), tacciono i media e il mondo politico, tranne che per dar luogo, di tanto in tanto, a polemiche sterili o autoincensamenti inopportuni. Ma in definitiva il partito prevalente è quello dei fatalisti.

Il Rettore dice che nonostante la fuoriuscita di circa 500 docenti (uno su due) il rapporto docenti/studenti a Siena è ancora alto. Che dire? Tra breve avremo un terzo del corpo docente di Pisa o di Firenze. Se non ti è bastato di tramortirli, allora ammazzali e buonanotte! Un cupio dissolvi. Certo è che se continui a perdere studenti a migliaia e a chiudere corsi di laurea a decine, i docenti saranno sempre “troppi”: al limite, puoi fare a meno di tutti i docenti, semplicemente chiudendo l’università e dandoti finalmente all’agricoltura (già tremano gli ortaggi). Non so che cosa ne farai dei 1000 amministrativi (il doppio all’incirca dei docenti), ma se fossi il sindacato mi preoccuperei fortemente, anziché assecondarli, udendo certi discorsi intorno ad un ateneo ulteriormente ridimensionato. Gli anni passati sono stati caratterizzati da uno sfruttamento nero di giovani docenti, spesso poi non stabilizzati (di quelli capitati in questo decennio, nessuno lo è stato), dichiarati anzi oramai “vecchi” e dimenticati al grido ipocrita di “largo ai giovani!”, cioè a truppe fresche pronte per essere a loro volta immolate. Una generazione polverizzata. In questo gerontocomio dove i “giovani” sono “quarantini” o “cinquantini” (per dirla alla Montalbano) non entra di ruolo un cane da dieci anni: come si fa a dire che i docenti sono ancora troppi?

2) A proposito della strisciante trasformazione di molti atenei di media dimensione (specie meridionali) in “teaching universities”, onde favorire “pochi hub” della ricerca, dapprima il professor Galli della Loggia si chiede: «paradossalmente ciò sta avvenendo senza che nessuno lo abbia discusso veramente. Senza che nessuno abbia discusso la questione cruciale. Vale a dire: che cosa si deve fare del sistema universitario italiano? Come deve essere? Puntare su poche sedi già oggi in buona posizione per cercare di farne dei veri centri di eccellenza di livello europeo può essere giusto, ma che fare allora delle altre e quali caratteristiche queste debbono avere?».

L’Anvur si fa arbitro di distinguere fra teaching e researching universities: «ad alcune si potrà dire: tu fai solo il corso di laurea triennale. E qualche sede dovrà essere chiusa».

Nel mio piccolo mi chiedo se non vi sia un circolo vizioso nel praticare una politica che premia grossi atenei principalmente in base all’ammontare dei prodotti della ricerca, destinando con ciò per sempre molte sedi minori ad “università d’insegnamento”, cioè sedi distaccate di grossi atenei, sol perché, appunto, inevitabilmente, sfornano meno “prodotti”. Difatti non è chiaro come possa competere in assoluto, anche sul piano della mera quantità, e dunque trovare risorse sufficienti per emanciparsi e crescere, un ateneo come Siena che, pur avendo ricevuto in passato buone valutazioni, si avvia a perdere metà degli addetti alla ricerca e ad avere mille ricercatori in meno rispetto a Pisa o a Firenze. Diconsi mille, che se anche ciascuno sforna un articolo all’anno, sono nel quadriennio della VQR quattromila “prodotti” sfornati da ciascuno dei nostri ingombranti vicini da aggiungere al paniere.

È evidente che il contentino per essere stati, nonostante tutto, bravini, nei settori non ancora spazzati via dalla crisi, è di per sé insufficiente per ribaltare la sorte: non c’è partita, e mi domando quanto tempo passerà prima che il piccolo satellite venga definitivamente risucchiato dalla forza d’attrazione dei grandi pianeti a lui vicini. Più che una valutazione, questa distinzione fra sommersi e salvati sembra dunque essere una decisione presa a priori, una sorta di predestinazione calvinista parto di menti imperscrutabili e onnipotenti, e l’appello ai risultati della VQR, appare dunque soltanto un espediente retorico. Siena, nonostante le soddisfacenti performances nella ricerca, in questa cornice, pare destinata a diventare qualcosa che nell’idioma italico, accantonando per un attimo gli anglicismi, non so tradurre se non come “sede distaccata”. Ma può esistere un ateneo per metà “teaching” e per metà “researching” dove la prima metà costituirebbe un’insopportabile zavorra per la seconda metà? E i settori votati alla ricerca ripiegano definitivamente sull’insegnamento sol perché vanno in pensione i docenti? Sarebbe questa la misura dell’eccellenza?

3) Inoltre, in numerosi suoi comparti, proprio per l’impossibilità di fronteggiare le massicce uscite di ruolo, a Siena non solo la ricerca, ma la stessa didattica è in crisi nera: mi pare un autentico circolo vizioso. È curioso come la svalutazione della didattica si accompagni, in modo contraddittorio, col proposito di riduzione di gran parte degli atenei medio-piccoli a “teaching universities“: la didattica intesa perciò come cattiva didattica, in quanto punizione, una didattica dequalificata, frutto di un castigo, da somministrare evidentemente a chi non ha soldi o voglia per migrare verso gli atenei maggiori? Cose ‘e pazz’…. sembra che la didattica non abbia bisogno di risorse e competenze. In un successivo e già citato intervento, Galli della Loggia riassume così il processo che vede la progressiva marginalizzazione di tutti i comparti che, per intenderci, ho chiamato “teoretici” e delle scienze pure (quelli che qui a Siena chiamano “la cultura”): «Detto in breve, dall’insegnamento universitario – e quindi prima o poi anche dall’intero universo di capacità conoscitive e di studio degli italiani – dovrà scomparire innanzi tutto il passato. L’Italia non dovrà più interessarsi di alcun aspetto del mondo che abbiamo alle spalle, dei suoi eventi, delle sue idee, delle sue produzioni artistiche. Ma non solo. Dovrà farla finita anche con una buona parte di quei saperi astratti come la filosofia, la matematica, o con altre scienze esatte non sufficientemente utilizzate dall’apparato produttivo.»

Questo processo, specialmente in ordine a quelli che Galli definisce i “saperi astratti”, è visibilissimo anche a Siena, ateneo che ha sostanzialmente deciso di farne a meno, compattandosi (volente o no, con l’uscita di ruolo di un professore su due) attorno ad alcuni settori di carattere eminentemente applicativo. Anche i cultori improbabili del “piccolo è bello” dovrebbero dire allora, senza infingimenti (“ahhh! A noi ci interessa tanto, ma tanto la cultura!”):

a) quali settori s’intendono portare avanti per un ateneo fatto solo di poche “eccellenze”.

b) una volta presa la decisione, che non discuto, cosa farne di chi, pur non essendo individualmente un idiota, lavora in altri settori rimasti sguarniti e perciò stesso destinati all’abbandono, atteso che tutto ciò con la “meritocrazia” ha poco a che vedere, e che la vita di decine di persone non è nella disponibilità di un Rettore (presente o futuro).

Ricordo che anche in questo blog taluni sostennero illo tempore che la fuoriuscita di circa 500 “vecchi” avrebbe fatto largo finalmente ad altrettanti giovani: non si rendevano conto, tapini, che essa preludeva semplicemente alla soppressione di circa 500 insegnamenti e altrettanti posti di lavoro. Sarà grasso che cola se in futuro ne verranno recuperati il 10% (ma ne dubito). Dieci anni di congelamento di turnover e carriere hanno fatto fuori buona parte di quella generazione che avrebbe dovuto costituire il ricambio dei “vecchi”. C’è da esserne fieri.

Sarei contento se i candidati rettori mi spiegassero dove sbaglio.

Elezioni del rettore: quando il rigore è solo meteorologico conduce a una glaciazione pleistocenica delle coscienze e dei cervelli

Felice Petraglia - Alessandro Rossi - Francesco Frati

Felice Petraglia – Alessandro Rossi – Francesco Frati

Partita in anticipo, la corsa per il rettorato prosegue sottotraccia e in silenzio, non considerando le brevi interviste di un giornale locale ai tre candidati e il ritratto dell’Eretico di Siena a uno dei papabili. Tuttavia, non mancano le mistificazioni di docenti e gruppi (interni ed esterni all’Ateneo) che, nel segno della continuità con la gestione attuale o di un’inesistente discontinuità, cercano di chiudere, in modo definitivo e con il candidato giusto, il capitolo delle responsabilità del default economico-finanziario e istituzionale dell’Università di Siena, ormai avviate alla prescrizione.

Iniziò sei anni fa Riccaboni, eletto con l’aiuto di Tosi, cui deve tutto: la presidenza del Nucleo di valutazione d’Ateneo, il Cresco, la presidenza di Facoltà, l’incarico di prorettore ad Arezzo. E difatti, negli stessi giorni del suo insediamento a rettore, Riccaboni ricevette una telefonata da Tosi (10 novembre 2010): «Non incontriamoci al Rettorato! È meglio vederci al solito posto!» E così nella squadra di Riccaboni si ritrovarono gran parte dei tosiani. E Francesco Frati, per quasi sei anni prorettore vicario, è oggi candidato a rettore nel segno della piena continuità con il mandato di Riccaboni e con il sostegno di una parte dei fedelissimi di Tosi. Perciò tosiano anche Frati, per affiliazione simbolica. L’altro candidato, Felice Petraglia (che intende aprire un dialogo «trasversale e senza rotture con il passato con tutte le componenti dell’ateneo»), è tosiano d’acciaio da sempre ed è sostenuto dal gruppo più numeroso dei seguaci di Tosi. Quindi Frati e Petraglia, due volti della stessa medaglia e seguaci del grande timoniere Tosi. C’è però, il terzo candidato, Alessandro Rossi, che alla domanda (continuità o discontinuità?) così risponde: «l’oggi nasce sul passato, ma per avere futuro occorre la svolta.» Sì! Va bene! È tosiano anche lui? Rispondiamo con i fatti. Ha deposto in aula contro Tosi nel corso di un processo; si può considerare tosiano?

Ripeto sempre che la crisi dell’Università di Siena, cominciata nella seconda metà degli anni ’80, è stata ed è, prima di tutto, crisi culturale e morale. Ebbene, sfogliando le newsletter dell’ateneo, si scopre che il 19 ottobre 1998, Alessandro Rossi (a quel tempo professore associato) aveva già colto questi elementi. Infatti, scriveva: «L’Università è quindi oggi chiamata a riedificare un proprio ethos dal quale recuperare la propria identità e il proprio ruolo trainante nei confronti della società civile e con essi recuperare il senso d’identificazione che il cittadino deve avere nei confronti di quest’istituzione. (…) È improbabile un suo riscatto culturale e scientifico senza un’adeguata premessa etica. L’Università edificata su terreni rivelatisi instabili (l’ingresso in Europa sta accentuando il rischio sismico), non potrà sostenersi aggiungendo pur robusti contrafforti (leggi riforme) se parallelamente non sono abbattute quelle parti sorrette dalle precarie trabeazioni dell’etica dell’arbitrio. Quest’ultima trova ancora oggi uno dei propri sostegni nell’irrisolto conflitto di matrice novecentesca tra persuasione e retorica. La mancanza di una reale persuasione (in primo luogo del corpo docente) sulla funzione culturale e morale trainante dell’Università all’interno della società lascia, infatti, ampi spazi alla retorica e quindi al mito riformista. (…) Più in generale, nessun’ingegneria normativa di per sé potrà risolvere problemi che sono in primo luogo di natura morale e culturale. Ciò non significa che la strada delle riforme non debba essere percorsa, a condizione però che a esse si chieda solo ciò che possono offrire: un’architettura organizzativa con espliciti confini dei comportamenti legittimi. Esiste attualmente una distanza, non solo dialettica, tra etica e legittimità, tra “il sé” e “l’io”, che deve essere colmata per evitare il rischio che il generale e purtroppo spesso generico appello al rigore assuma solo un significato meteorologico sino a condurre ad una glaciazione pleistocenica delle coscienze e dei cervelli.»

Pubblicato anche da: Il Cittadino online (6 aprile 2016) con il titolo «Elezioni del Rettore: in cerca di rigore. E di un risveglio delle coscienze. (Giovanni Grasso passa in rassegna i candidati al ruolo. Tra continuità e discontinuità)».

Sulla trasparenza Riccaboni è arrivato prima di Renzi. Che ne pensano i candidati a Rettore dell’Ateneo senese?

10 dicembre 2010: «Dalle vicende dell’università di Siena emerge la mancanza di trasparenza assurta ad ordine di governo»

17 febbraio 2011: Università di Siena: «preconsigli» di Amministrazione, un ritorno al passato

11 maggio 2011: Una lezione di democrazia a chi ostacola la trasparenza nell’università di Siena

8 giugno 2011: Davvero qualcuno pensa di usare un “Madoff italiano” per risanare l’università di Siena?

27 luglio 2011: Le sorti dell’Università di Siena nelle mani di un Madoff senese?

11 novembre 2011: Università di Siena: dissesto economico, sequestro di beni e inaugurazione dell’anno accademico

20 novembre 2011: Per la comunità accademica Riccaboni non è più il rettore dell’Università di Siena

27 agosto 2012: La casa dei misteri: Palazzo Bandini Piccolomini a Siena

30 agosto 2012: Ateneo senese: la trasparenza invisibile

11 febbraio 2013: È necessaria l’interdizione di Riccaboni dalla carica di rettore dell’Università di Siena

11 marzo 2014: «Lascia perdere, all’università di Siena si è sempre fatto così!»

25 ottobre 2014: È in arrivo il Direttore Generale dell’Università di Siena

Le prime domande ai candidati a Rettore dell’Università di Siena

StemmaUnisiRabbi Jaqov Jizchaq. Finalmente sono uscite alcune candidature a rettore, condite naturalmente di un sovrappiù di retorica come si confà ai manifesti elettoralistici. Adesso, non è per fare il bastian contrario, ma l’università (anche se non lo è più da tempo) dovrebbe essere un luogo dove si discute, e dunque spero di non essere considerato menogramo e disfattista se interpongo qualche nota grave nel coretto dei sovracuti.

Resto intanto in attesa di sapere come il candidato prof. Petraglia intenda realizzare il suo proposito di «Creare innovazione [che] permetterà di cogliere e sfruttare le opportunità locali ed internazionali», così come, alla luce dei freddi dati numerici più volte esibiti in questo blog, attendo chiarimenti da parte del candidato prof. Rossi riguardo al vasto programma di «liberare le energie presenti nel nostro Ateneo, investire con generosità su chi merita… valorizzare le differenze in ogni ambito, rifuggendo dalla tentazione dell’uniformità». Ma come si sa, in politica il programma vero, con la medicina amara, si squaderna solo dopo l’elezione. Prima dell’elezione, meno tasse, più pane e prosciutti per tutti!

L’autocandidatura più articolata, ça va sans dire, è quella del prof. Frati. Sostiene il candidato, con soverchio ottimismo, che «possiamo legittimamente ritenere concluso il percorso di risanamento». Sostiene altresì, con notevole esagerazione, che l’università di Siena «ha mantenuto intatta la propria attrattività nei confronti degli studenti». Ma com’è possibile, se il risanamento è avvenuto mandando in pensione il 50% dei docenti (circa 480-500), bloccando il turnover per dieci anni (in pratica, Unisi è un gerontocomio) e chiudendo la metà dei corsi? Voglio dire, è vero che l’uomo della strada (non ancora travolto dal tram) gode quando legge che hanno fatto fuori un po’ di culturame, ma sono andati via metà dei giocatori e tu hai certo risparmiato, non pagando più i relativi stipendi (così sono capaci tutti, non solo i bocconiani!): però non hai più una squadra, o ce l’hai pesantemente ridimensionata, e con essa devi affrontare il campionato. Dunque, non credo si possa affermare con nonchalance che le strutture sono rimaste intatte.

A meno di non dichiarare a posteriori inutile ciò che non si è riusciti a salvaguardare, sarebbe più corretto riconoscere che l’offerta si è di molto contratta e concentrata su alcuni settori. E allora attendono risposta varie “unanswered questions” su cui ha battuto ripetutamente questo blog. In primo luogo, la sorte di quelle aree scientifiche di base pesantemente colpite dai pensionamenti e il destino di chi ancora ci sta dentro (vedi la metafora di Simeone lo Stilita); in secondo luogo, e di conseguenza, il rapporto con gli altri atenei toscani, che si avviano ad avere una massa considerevole, rispetto a Siena, con almeno il triplo di docenti e di studenti. Non credo sia riproponibile la teoria del “piccolo è bello”. Correva, infatti, l’anno 1687, quando Sir Isaac Newton si rese conto che il Sole, dotato di una massa molto grande, costringe i pianeti a ruotargli intorno (o per dirla altrimenti col Manzoni, «Il nostro Abbondio … s’era dunque accorto… d’essere, in quella società come un vaso di terracotta, costretto a viaggiare in compagnia di molti vasi di ferro»).

Sostiene il candidato che «i Dipartimenti devono diventare sempre più il fulcro delle attività di formazione, ricerca e trasferimento tecnologico»; visto che lo dice la legge, per forza dovrà essere così: ma quanti degli attuali dipartimenti sono sostenibili nel tempo? Qual è stato il guadagno dello scioglimento delle Facoltà a favore di dipartimenti dai nomi talvolta incomprensibili? Ne ha guadagnato la ricerca? E la didattica (anche se oramai non conta più nulla)? Scommetterei una cifra che da qui a poco torneremo a un assetto simile alle vecchie Facoltà. Nel frattempo si saranno cancellate aree scientifiche e distrutte le vite di molti “giovani” in irriferibili faide.

Mi rendo conto che su alcune di queste questioni la risposta sarà “ignoramus et ignorabimus”, e che il destino dell’università pubblica è forse da considerarsi uno dei grandi enigmi dell’universo. Su tutto aleggia inoltre un problema di fondo di questa città (e non solo) ed è la mancanza di una forte coesione: la politica è così poco autorevole e decaduta, che molta opinione pubblica guarda oramai alle formazioni politiche e ai loro programmi con diffidenza e con rassegnato disincanto. È pertanto difficile realizzare una qualche unità d’intenti capace di sostenere sforzi erculei come quello necessario per risollevarsi dai vari recenti cataclismi.

«Là dove fanno il deserto gli danno il nome di pace Tacito

I primi tre candidati alla guida dell’Ateneo senese

Felice Petraglia - Alessandro Rossi - Francesco Frati

Felice Petraglia – Alessandro Rossi – Francesco Frati

Carissimi,
vorrei informare tutti voi che intendo candidarmi alla carica di Rettore della nostra Università.
L’Ateneo di Siena vanta una tradizione ed un’identità che tutti noi abbiamo il dovere di difendere, mantenendo come riferimento fondamentale il primato e l’autonomia della cultura e della scienza. Dobbiamo collaborare affinché la nostra Università rappresenti un sicuro riferimento per il futuro dei giovani, perché possano essere il motore del rilancio culturale ed economico. Creare innovazione permetterà di cogliere e sfruttare le opportunità locali ed internazionali.
Per costruire
un piano strategico puntuale e non generico, che individui l’agenda dei prossimi sei anni, sono a chiedere la concreta collaborazione a docenti, personale tecnico e amministrativo e studenti.

Vi saluto caramente, con l’auspicio di incontri costruttivi e confronti sereni
Felice Petraglia

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Al Personale Docente dell’Università di Siena
Al Personale Tecnico e Amministrativo dell’Università di Siena
Agli Studenti dell’Università di Siena

Carissime e Carissimi,
ho deciso di candidarmi a Rettore della nostra Università. Responsabilità e chiarezza dei ruoli, rispetto per le autonomie, collegialità degli Organi, programmazione, trasparenza e pari opportunità sono le parole chiave dell’azione di governo. È necessario restituire tempo ai docenti per svolgere attività di didattica e ricerca di qualità, liberare le energie presenti nel nostro Ateneo, investire con generosità su chi merita. Dobbiamo non solo riconoscere, ma valorizzare le differenze in ogni ambito, rifuggendo dalla tentazione dell’uniformità. Tutto ciò sarà possibile solo con un ampio coinvolgimento di tutta la nostra comunità di studenti, ricercatori, docenti e personale tecnico e amministrativo in un clima positivo accomunati da uno spirito solidale e senso di appartenenza.

A presto e un caro saluto a tutti
Alessandro Rossi

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Al Personale Docente dell’Università di Siena
Al Personale Tecnico e Amministrativo dell’Università di Siena
Agli Studenti dell’Università di Siena

Cari colleghi e studenti,
rispondendo alle sollecitazioni giunte da molti colleghi, ho deciso di presentare la mia candidatura alla carica di Rettore dell’Università degli Studi di Siena per il mandato 2016-2022.

Presento la mia candidatura avendo alle spalle un lungo e intenso periodo durante il quale l’Ateneo è riuscito a risollevarsi dopo una fase che ne aveva addirittura messo a repentaglio la stessa sopravvivenza. Essere riusciti a evitare il crollo e a riportare l’Ateneo perfettamente in linea con le altre Università italiane, pur mantenendo elevatissimi standard di qualità nella didattica e nella ricerca, e avendo mantenuto intatta la propria attrattività nei confronti degli studenti, deve essere per tutti noi motivo di grande orgoglio. Il successo di questa operazione di risanamento risiede nella grande coesione dell’intera comunità universitaria, nella decisione con la quale gli organi di governo hanno implementato la logica programmatoria e nell’abnegazione di tutto il personale che ha sempre coerentemente perseguito l’obiettivo, anche quando, oggettivamente, il senso di frustrazione e la mancanza di riconoscimenti tangibili per il lavoro svolto quotidianamente avrebbero potuto, comprensibilmente, indebolire gli sforzi.

Adesso siamo di fronte a una fase nuova, nella quale l’Università di Siena ha l’obbligo di continuare a confermarsi nel novero delle migliori università italiane, nella posizione, cioè, che ha sempre occupato durante la sua storia plurisecolare. Per raggiungere l’obiettivo occorreranno investimenti e capacità di fare scelte per il bene comune, sia in termini di risorse umane che finanziarie. Se possiamo legittimamente ritenere concluso il percorso di risanamento, non possiamo non continuare a monitorare con attenzione l’equilibrio del nostro bilancio, in modo da rendere la fase di rilancio sostenibile nel tempo.

Sarà una fase, se possibile, persino più interessante di quella che abbiamo appena trascorso.

Lo scenario che abbiamo davanti ha subìto molti cambiamenti negli ultimi anni, non solo per effetto della Legge 240/2010. È cambiata, in questi anni, anche la percezione pubblica del ruolo dell’Università: da parte delle famiglie, e quindi dei potenziali studenti; da parte dei cittadini; da parte delle istituzioni; da parte del mondo imprenditoriale. A questi cambiamenti, che seguono quelli – importanti e sempre più rapidi – della nostra società, le Università sono chiamate ad adattarsi, per confermare e irrobustire quel ruolo chiave nello sviluppo culturale, sociale e tecnologico di un territorio o di un paese che esse devono ricoprire in una società civile che si rispetti.

Sta alle Università prendersi quel ruolo, perché soltanto le Università possono garantire l’impulso innovativo che viene dalla ricerca e far sì che tale impulso penetri nelle nuove generazioni attraverso le proprie attività di formazione. Più intensi, diffusi e globali sono i fenomeni di trasformazione sociale e culturale, più è necessaria la spinta innovativa che viene da formazione e ricerca scientifica.

Senza che formazione e ricerca occupino un ruolo centrale non può esserci sviluppo per nessuna società.

Purtroppo, la continua contrazione dei finanziamenti alle Università sta minando l’esistenza stessa dell’Università pubblica nel nostro Paese. Se i confronti con gli altri paesi con i quali l’Italia aspira a cimentarsi sul palcoscenico internazionale sono impietosi, sia in termini di numero di ricercatori che in termini di finanziamenti erogati alla ricerca da soggetti pubblici e privati, i ricercatori italiani hanno dimostrato di essere assai competitivi, meritandosi il diritto di pretendere il rispetto della loro dignità professionale e stipendiale e opportunità maggiori e più gratificanti all’interno del sistema pubblico di ricerca e formazione. Lo scarso interesse verso l’Università pubblica da parte di chi dovrebbe, invece, sostenerla e rafforzarla, non solo lede la dignità dei docenti e del personale delle Università, ma rappresenta un miope strumento di revisione di spesa le cui conseguenze negative ricadono sulle capacità produttive del paese e, ciò che è ancora peggiore, sulla crescita delle nuove generazioni.

Nel frattempo, le Università hanno contribuito responsabilmente agli sforzi di risanamento finanziario della pubblica amministrazione, e non sono sfuggite né alla valutazione dei propri risultati (anzi, hanno assecondato collaborativamente tale valutazione), né all’erogazione di risorse – pur vitali – coerentemente con il suo esito. Il fatto che vengano distribuite come “premiali” risorse che fanno parte del minimo indispensabile per la sopravvivenza degli Atenei, però, è un’anomalia tutta italiana.

Sono convinto che l’Università non si debba sottrarre alla valutazione. Ma sono anche convinto che la valutazione debba essere condotta con strumenti più idonei, equi e trasparenti di quelli utilizzati sinora.

Internamente, tra i cambiamenti determinati dalla L. 240/10, quello che trovo più significativo è il nuovo ruolo dei Dipartimenti. Al di là di quanto previsto dalla legge, dopo tre anni di comprensibile rodaggio, i Dipartimenti devono diventare sempre più il fulcro delle attività di formazione, ricerca e trasferimento tecnologico. Per farlo, hanno bisogno di autonomia gestionale, attraverso il decentramento amministrativo, e finanziaria, attraverso l’erogazione di risorse coerenti con gli impegni e i risultati raggiunti, accoppiate con l’onere della responsabilità di scelte sempre più cruciali per il proprio futuro e che devono essere monitorate e valutate dagli organi di governo. Solo così, accoppiando autonomia e responsabilità, possiamo liberare le forze migliori per il beneficio dell’intero sistema.

L’ottimo esito delle valutazioni (CIVR e VQR) ha confermato la qualità delle nostre attività di ricerca. Con il riequilibrio economico-finanziario, possiamo ragionevolmente puntare a sostenere sempre più la ricerca con investimenti crescenti, così da mettere i nostri ricercatori nelle condizioni di affermare il proprio valore e di dar seguito a una tradizione di eccellenza consolidata nel tempo e riconosciuta dalle valutazioni.

Grandi passi in avanti sono stati compiuti anche sul fronte dell’internazionalizzazione. Oltre alla naturale componente internazionale delle nostre attività di ricerca, l’Ateneo ha imboccato con decisione la strada dell’internazionalizzazione anche sul versante della didattica, incrementando in pochi anni fino a 13 il numero dei programmi o curricula di Laurea o Laurea Magistrale insegnati interamente in lingua inglese, e aumentando, di conseguenza, la propria attrattività nei confronti degli studenti stranieri. L’internazionalizzazione è un tema in cui credo molto, e sul quale ritengo opportuno impegnarsi. Lo dobbiamo ai nostri studenti, italiani o stranieri, per dar loro la possibilità di misurarsi con il mondo; ma lo facciamo anche per consolidare il prestigio internazionale del nostro Ateneo, che, come ogni università che si rispetti, ha come scenario di riferimento l’intero pianeta.

Dobbiamo guardare con grande attenzione ai nostri studenti. A loro dobbiamo l’entusiasmo e la vitalità che si respirano nelle nostre sedi. Verso di loro ci dobbiamo impegnare affinché essi trovino strumenti didattici e servizi adeguati alle loro esigenze, e in linea con le innovazioni, anche digitali, del nostro tempo. Non dimentichiamoci mai che il periodo degli studi universitari sarà da loro ricordato come un’esperienza cruciale della loro vita. Insieme a loro dobbiamo modellare un Ateneo a misura di studente, che soddisfi le loro esigenze di formazione, di aggiornamento e di reciproca interazione, e li faccia crescere come donne e uomini della società globale.

Se l’Università di Siena ha la fortuna di essere nata e cresciuta in una bellissima città, Siena ha la fortuna di ospitare una delle più prestigiose Università al mondo. L’Università di Siena e la sua città hanno percorso un lungo cammino insieme, condividendo risultati importanti e momenti di difficoltà, rispettandosi e traendo reciproco beneficio dalla simbiosi. Adesso l’Università può rappresentare per la città un formidabile motore di sviluppo: attraverso l’attrattività nei confronti degli studenti e degli studiosi di tutto il mondo, che arricchiscono il nostro tessuto sociale ed economico; attraverso la qualità delle proprie attività di ricerca, che determinano quel fervore culturale respirabile soltanto nelle più vive città universitarie; attraverso il valore dei propri docenti e del proprio personale, profondamente intrecciati con la comunità locale; attraverso l’impulso all’internazionalizzazione, che promuove la nostra città in tutto il mondo.

L’Università di Siena deve aspirare a ricoprire un ruolo guida per lo sviluppo della città.

Ai colleghi e agli studenti dico: siate orgogliosi di essere membri di una comunità ricca e vivace e aiutatela a consolidare il proprio prestigio in Italia e nel mondo.

Tutti insieme possiamo e dobbiamo contribuire a rendere il nostro Ateneo un luogo sempre migliore dove studiare, insegnare e fare ricerca, un luogo sempre più internazionale dove studenti e docenti di culture diverse si confrontano e si arricchiscono vicendevolmente.

Contestualmente alla presentazione della mia candidatura, ho rassegnato al Magnifico Rettore le mie dimissioni dalla carica di Pro Rettore Vicario, in coerenza con i principi di piena trasparenza ed equità.

Con l’occasione, lo ringrazio per la stima e la fiducia che mi ha dimostrato in questi cinque anni di collaborazione, prima come Pro Rettore alla Didattica e poi come Pro  Rettore Vicario. Ho cercato di ricambiare la sua fiducia con l’impegno e la dedizione, potendo contare sempre sul sostegno di tutti i colleghi docenti e del personale tecnico e amministrativo.

Vi allego di seguito una mia breve biografia, rimandandovi al curriculum vitae presente sulla mia pagina web istituzionale per una dettagliata illustrazione della mia attività accademica.

Offrire la mia disponibilità a ricoprire la carica di Rettore dell’Università di Siena è, per me, un atto di rispetto per una Istituzione a cui devo molto. Una Istituzione che mi ha consentito di svolgere un lavoro affascinante; che mi ha consentito di confrontarmi con colleghi e realtà di tutto il mondo; che mi ha consentito di misurarmi con le sfide della ricerca più avanzata; che mi ha consentito di mantenere un contatto quotidiano ed estremamente fertile con le giovani generazioni. Proprio per il rispetto che ho nei confronti di questa Istituzione, metto a Sua disposizione e a disposizione dei colleghi dell’Ateneo il mio tempo, la mia esperienza, la mia competenza, il mio carattere e il mio entusiasmo, con l’auspicio che le mie caratteristiche professionali e personali siano apprezzate dalla comunità universitaria come lo sono state dai colleghi che mi hanno stimolato a manifestare la mia disponibilità. E con l’umiltà di chi si mette a disposizione con spirito di servizio, chiedo sin d’ora a voi tutti, se mi riterrete degno di rappresentare questa Istituzione, di sostenermi e aiutarmi con la forza delle vostre idee.

Nelle prossime settimane avremo modo di incontrarci e scambiarci idee nelle forme e nei luoghi che riterrete opportune.

Prof. Francesco Frati

BIOSKETCH – Francesco Frati,
Sono nato a Siena il 19 gennaio 1965.
Attualmente sono professore ordinario nel SSD BIO/05 – Zoologia presso il Dipartimento di Scienze della Vita, avendo conseguito presso l’Università di Siena il Dottorato di Ricerca in Biologia Animale nel 1992 e la Laurea in Scienze Biologiche nel 1988.

Durante la mia formazione sono stato Research fellow presso il Cornell Medical College e Postdoctoral Fellow presso la University of Connecticut, prima di essere assunto come Ricercatore presso l’Università di Siena nel 1994.

Dal 2011 ricopro la carica di ProRettore Vicario, dopo essere stato per un breve periodo ProRettore alla Didattica. In passato ho ricoperto le cariche di Direttore di Dipartimento, Vice-Preside di Facoltà, Coordinatore di Scuola di Dottorato, Presidente di Comitato per la Didattica.

Insegno Evoluzione Biologica nella Laurea in Scienze Biologiche e Biologia Animale nella Laurea Magistrale in Chimica e Tecnologie Farmaceutiche.

Mi occupo di evoluzione molecolare e filogenesi degli insetti, e ho all’attivo oltre 120 pubblicazioni scientifiche. Sono Associate Editor della rivista Molecular Phylogenetics and Evolution e membro dell’Editorial Board delle riviste Pedobiologia e Entomologia.

Sono membro dell’Accademia Nazionale di Entomologia e in passato membro del Consiglio Direttivo dell’Unione Zoologica Italiana.

Contatti: tel.: 0577-234417; mobile: 347-6446574; email: francesco.frati@unisi.it; web: http://www.dsv.unisi.it/it/dipartimento/personale-docente/francesco-frati; skype: francesco_frati; facebook: http://facebook.com/francesco.frati; twitter: @francescofrati

Tra finti risanamenti dell’Ateneo senese comincia il palio del Rettore

Ombra«All’interno della Facoltà di Medicina un confronto serio e costruttivo per trovare la sintesi sul nome» (Corriere di Siena, 2 febbraio 2016)

Anna Coluccia (Docente universitario). Dal Corriere di Siena del 28 u. s. apprendo con sorpresa che nelle elezioni per il futuro Rettore della nostra Università sarebbero in corsa due candidati, contrapposti quasi a singolar tenzone.

Senza entrare ora nel merito dell’attendibilità o meno della notizia, ritengo che essa – nella forma in cui è stata data – rischia di far passare sotto silenzio, e quindi svilire, il dibattito tuttora in corso all’interno del nostro Ateneo e della ex Facoltà di Medicina in particolare. Dispiace soprattutto che le prossime elezioni per il Rettorato vengano presentate come una specie di competizione agonistica tra due “contendenti”. Posso assicurare che fortunatamente non è così: nel nostro Ateneo fervono ancora le discussioni sul futuro dell’Università, si confrontano idee e programmi. Il tutto all’insegna di una progettualità alta, che appassiona ed impegna tutti coloro che hanno a cuore lo Studio senese mentre attraversa una fase molto delicata, e direi cruciale, della sua storia plurisecolare. La situazione dell’Ateneo è infatti più complessa rispetto a quanto emerge dalle Sue fin troppo benevoli osservazioni sull’asserito “risanamento” attuato dall’attuale governance. Per molti aspetti infatti tale situazione è da ritenersi ancora critica. A meno che di non voler considerare in termini positivi, dissennatamente, l’innegabile ridimensionamento cui l’Università di Siena è andata incontro in questi ultimi anni, a molti livelli.

Al di là di questi rilievi, vorrei che il lettore del «Corriere» sapesse, per esempio, che nella ex Facoltà di Medicina è in corso un dibattito serio e costruttivo alla ricerca di una piattaforma comune capace di diventare sintesi per un discorso che affronti con reale efficacia, finalmente, le sfide del presente. Proprio per questo, prima di fare i nomi di chicchessia, noi del Dipartimento di Scienze Mediche Chirurgiche e Neuroscienze, abbiamo scelto la strada della riflessione, affidando a un nostro collega, il professor Alessandro Rossi, l’incarico di perlustrare le differenti progettualità disponibili e di individuare una possibile sintesi tra di esse. Ciò al fine di giungere a una candidatura unitaria, espressione della nostra ex Facoltà ma capace di dialogare con i molteplici saperi presenti nel nostro Ateneo. È una questione di metodo: vorremmo che il nostro candidato fosse frutto di una consapevole partecipazione democratica da parte di tutti e non di una designazione dall’alto (ogni riferimento è, mi creda, meramente casuale…).

Tanto mi premeva precisare, caro Direttore, senza alcuna intenzione polemica, ma in spirito di verità e come contributo a un’informazione più ricca e articolata rispetto alle attuali vicende della nostra Università.