Due piccoli atenei: da Monte Cassino a un Monte di casino

Università di Cassino e Siena

Università di Cassino e Siena

Cosa volete farne dell’Università di Siena?

Rabbi Jaqov Jizchak. Ritorna ineludibile l’interrogativo: cosa volete farne dell’università di Siena? Una specie di Fachhochschule? E dei settori disciplinari, delle aree scientifiche oramai dissanguati, senza futuro in terra di Siena, nonché di chi ancora ci lavora dentro? Certo è che se spariscono tutti i settori delle scienze astratte e speculative, o li si mantiene solo ad un livello di baccellierato di basso profilo, l’università di Siena non sarà più uno “studium generale” (anche se di fatto non lo è mai stato), bensì un istituto professionale avanzato. Tuttavia, anche per realizzare questo progetto occorrerebbe un rapporto più diretto con l’industria, che oggi non vedo, se non in sporadici casi.

Stefano Feltri (Il Fatto Quotidiano) in una serie di articoli ha lanciato una vera e propria crociata contro gli “studi umanistici”, ossia gli studi “belli, ma inutili” (sic), che a suo dire dovrebbero essere estromessi dall’università pubblica: «I ragazzi più svegli e intraprendenti si sentono sicuri abbastanza da buttarsi su Ingegneria, Matematica, Fisica, Finanza. … fare studi umanistici non conviene, è un lusso che dovrebbe concedersi soltanto chi se lo può permettere.»

Una posizione, secondo me, equivoca e assai confusa: certo se stiamo parlando di diplomi dequalificati in tuttologia, roba terra-terra di livello scolastico, non specializzato, ha ragione, ma se escludiamo questa petitio principii, Feltri non vede che la contrapposizione oggi non è quella fra le scienze astratte e quelle “umanistiche”, che si trovano dalla stessa parte della barricata, accomunate da una cronica assenza di risorse. Senza dire che i rami più astratti della Matematica e della Fisica vengono considerati da chi approva le sue tesi alla stregua di “inutili” speculazioni filosofiche.

Ma si può sapere poi cosa cacchio sono queste materie “umanistiche”? Io non l’ho ancora capito. Molti se ne riempiono la bocca senza essere capaci di definirle. Credono che siano quelle quattro nozioni ottocentesche imparucchiate a scuola e consolidate all’università di massa con un bel 18 politico, e così come non sanno definire cosa siano le discipline “umanistiche”, pare che non sappiano nemmeno precisare cosa siano la Matematica o la Fisica del XXI secolo.

Nota poi che ripartono le abilitazioni! Dove li mettono tutti gli abilitati, vecchi e nuovi? “Fine pena, mai!”, come gli ergastolani. Poi pare che adesso, dopo la Brexit, un sacco di italiani vogliano rientrare in patria: il “rientro dei cervelli”, dopo una gita all’estero. Lo sblocco delle procedure per l’abilitazione nazionale” – dice il CRUI – “ferme ormai da tre anni, rappresenta un’opportunità per i nostri giovani studiosi di vedersi aprire la strada per la carriera accademica”. Naturalmente, una volta conseguita l’abilitazione, poi c’è da aspettare il concorso. Vale la pena di ricordare che oltre ai tre anni di blocco delle abilitazioni, c’è stato un decennio di blocco del turnover e le risorse per assumere nuovi professori sono scarsissime.
Trovo dunque insopportabile la retorica dei “giovani ricercatori” quasi quanto quella del “rientro dei cervelli”.

Dieci anni di blocco del turnover, tre anni di blocco delle abilitazioni… eppure sono sempre “giovani”: “perché è proprio per i gggiovani e con i gggiovani che noi operiamo sulla via della democrazia e del progresso!” (vi ricordate?). Età media di ricercatori, cinquant’anni. Eppure questi qua continuano a parlare de “i giovani”, come se fossero sempre giovani, e come se fossero sempre gli stessi. Il tempo non esiste: “noi fisici – scriveva Einstein – [siamo] convinti che la distinzione tra passato, presente e futuro sia soltanto un’illusione”. Certo “s’invecchia”, ma come dice Majakovskij, la mia anima non ha un capello bianco.

Epilogo: possiamo anche trastullarci con queste asperrime lotte fra totani per il primato fra i piccoli atenei con Monte Cassino, ma in fondo mi viene da pensare che l’unica differenza tra noi e loro è una “s” di meno: perché di casino qui ne abbiamo veramente un monte.

E c’è chi firma un contratto post-pensione in punto di morte per tenere attivato il corso

Il dott. Faust e Mefistofele, disegno di Tony Johannot

Il dott. Faust e Mefistofele, disegno di Tony Johannot

Mary. Noi abbiamo avuto il caso di un docente che ha dovuto firmare un contratto post-pensione in punto di morte perché il suo insegnamento risultasse assegnato e il corso non si spegnesse. Altro non aggiungo.

Rabbi Jaqov Jizchaq. …è una storia molto faustiana. Il prossimo passo sarà un patto col diavolo.

Mario Marcantonio. L’incredibile episodio riportato da Mary – la firma del contratto in punto di morte per tenere attivato il corso – si riferisce all’ateneo senese?

Rabbi Jaqov Jizchaq. …Faustus stipula un patto con Mefistofele: avrà garantita la continuità del suo insegnamento ed i servizi del servo di Lucifero grazie ad un assegno di ricerca, per ventiquattro anni, dopo i quali Lucifero avrà la sua anima, ma concederà un posto di ricercatore di tipo B.

Mary. Preciso che quanto detto è verissimo, non è successo a Siena ma la situazione è del tutto simile: crollo del numero di docenti e di matricole, pochi punti organico mangiati a grandi bocconi dai soliti noti (Ingegneria, Medicina). Posso ancora citare il caso di una collega eccellente che ‘è scaduta’ e ora sta a cinquant’anni in mezzo alla strada perché il suo 0.50 serve a mandare avanti due tirapiedi di altro settore che diventeranno associati. Avanti così…

Rabbi Jaqov Jizchaq. Cara Mary, allora a Siena siamo messi anche peggio, giacché, da quello che si sente dire in giro, a seguito dei pensionamenti si sono aperte delle voragini persino in settori chiave della medicina e dell’ingegneria. Figuriamoci il resto, i settori più deboli… ma tutto va bene, madama la Marchesa, è vietato dire: “Houston, abbiamo un problema”. In riferimento alla tua considerazione, se può essere d’aiuto alla discussione, leggo su un quotidiano che “nella maggior parte dei Paesi Europei le facoltà di Medicina rappresentano scuole separate e distinte dal resto dell’Università. In Italia il condizionamento e il peso delle facoltà di Medicina sulla vita della Sanità, e delle Università, è diventato insostenibile”.
Non si può dire se questa separazione sia una scelta giusta, né conosco le ragioni di questa difformità italiana rispetto agli altri paesi e mi rimetto al giudizio di chi ne capisce di più. Mi piacerebbe sentire delle opinioni al riguardo. Certo è che quando c’è da litigarsi un tozzo di pane, agli altri rimane assai pochino.

Il risveglio di Forza Italia sull’Università e la sanità senesi e il sonno profondo delle altre opposizioni

Altan-SvegliatiCoordinamento comunale di Forza Italia. Abbiamo letto l’accordo fra la Regione Toscana, l’Azienda ospedaliera universitaria senese e l’Università degli studi di Siena e ci siamo posti delle domande sull’utilità della soluzione trovata. Nell’accordo si legge che «gli spazi del polo didattico ospitati all’interno dei blocchi assistenziali del policlinico risultano poco funzionali alle esigenze universitarie mentre risulterebbero adeguati (poiché direttamente collegati al resto della struttura ospedaliera) a risolvere esigenze di reperimento di spazi ulteriori per i servizi dell’Azienda ospedaliera universitaria». Ora l’assessore alla sanità regionale, Stefania Saccardi, deve dirci se tale accordo risponde a logiche di economicità, se all’interno delle Scotte non fosse stato possibile trovare, vista anche la riduzione delle attività assistenziali, altre soluzioni che avrebbero permesso di non fare nuove edificazioni. Ammesso e non concesso che si debbano fare, cosa di cui dubitiamo fermamente, tali costruzioni andrebbero a soddisfare vecchie richieste di ex rettori che non rispondono più alla situazione attuale. Così come dovrebbe dirci, sempre l’assessore regionale, se tali interventi, stimati in diversi milioni di euro, rispondono alla logica dell’impiego di risorse sanitarie unicamente nei servizi sanitari al fine di potenziarli e migliorarne la qualità. Ci nasce il sospetto, vista la situazione delle Scotte e dell’Università, che l’accordo non abbia altro fine che quello di un ulteriore finanziamento all’ateneo senese.

«Siena è tra gli atenei più indebitati d’Italia e rischia di non poter sopravvivere». Parola di Trequattrini, prorettore vicario di Cassino

Piero Tosi - Silvano Focardi - Angelo Riccaboni

Piero Tosi – Silvano Focardi – Angelo Riccaboni

Raffaele Trequattrini

Raffaele Trequattrini

Dopo la pubblicazione del “Decreto relativo al turnover 2016 nelle Università”, il Sole 24 Ore (9 agosto 2016) ha scritto: «Le possibilità di assunzioni dipendono dallo stato di salute del bilancio. In crisi Siena, Cassino, la II università di Napoli e Reggio Calabria». A commento dell’articolo del Sole 24 Ore, il quotidiano del Lazio meridionale, “L’inchiesta” (10 agosto 2016), ha pubblicato un’intervista con il prorettore vicario e delegato del bilancio dell’Università di Cassino, Prof. Raffaele Trequattrini (nomen homen!). Di seguito il passo relativo all’Università di Siena. Non ha nulla da dire il Gil Cagnè dei bilanci, Angelo Riccaboni?

Raffaele Trequattrini (Prorettore vicario e delegato al bilancio dell’Università di Cassino). «Niente di più falso, se posto in questi termini. Siena è tra gli atenei più indebitati d’Italia e rischia di non poter sopravvivere. Noi, invece, abbiamo un indice d’indebitamento pari al 5% quando l’indicatore stabilito non deve superare il 15%. Siamo sani, dunque.»

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Fulvio Mancuso non può fare il vicesindaco? Si scherza? Lui è un professore dell’Università di Siena!

Fulvio Mancuso

Fulvio Mancuso

Ecco perché la carica amministrativa di Manquso è in bilico (Sunto, 8 agosto 2016)

Sunto. A metà aprile il Prefetto Saccone ha inoltrato chiarimenti ai Sindaci di Monteriggioni e Poggibonsi sulla nomina del Vice-Sindaco. Nella comunicazione il Prefetto, concatenando la legge sugli Enti locali, la legge Del Rio ed una circolare del Ministero dell’Interno, ha fatto chiarezza sostenendo che la figura del vicesindaco deve essere un Consigliere Comunale.

Sempre secondo l’interpretazione del Prefetto Saccone, la legge Del Rio deve essere applicata a tutti i Comuni, anche con popolazione superiore a quella di Monteriggioni e Poggibonsi; quindi anche a Siena. Ne deriva che Manquso è in una posizione di bilico perché non essendo un Consigliere Comunale non può esercitare le funzioni di vice-mascotte.

L’argomento è un po’ articolato e necessita, dopo il Palio, di un’approfondita conoscenza della materia. Nel frattempo, perché le opposizioni di Palazzo non si rimboccano le maniche?

«Nulla può cambiare in una città che tace» e «quelli che ce l’hanno fatta (a farla franca)»

Susanna Guarino

Susanna Guarino

Quelli che ce l’hanno fatta (a farla franca) (da: sonosusannaguarino, 22 luglio 2016)

Susanna Guarino. Povera Siena. Per qualche tempo, forse appena qualche attimo, c’ha anche creduto che qualcosa potesse cambiare, che la giustizia potesse chiedere conto ai protagonisti del groviglio, che i senesi potessero prendere in mano le redini della loro città.

Giusto qualche attimo, poi i senesi sono tornati ad aspettare che tutto tornasse come prima, immobili e disposti a chinare di nuovo il capo ed omaggiare chi fosse in grado di spargere qualche briciola.

I senesi non sono riusciti a riprendere in mano le redini della loro città, e così tornano a diventare protagonisti coloro che ce l’hanno fatta (ad usarla, abusarla e farla franca).

Nulla può cambiare in una città che tace (da: sonosusannaguarino, 9 luglio 2016)

Susanna Guarino. Nulla può cambiare in una città che tace. E i senesi, per tacere, son diventati dei maestri.

In una città depredata, scesa dalle stelle di pochi anni fa, alle stalle dall’odore nauseabondo, non si uniscono, voce dopo voce, in un coro che faccia massa, ma preferiscono restare nel loro cantuccio ed evitare di esporsi. Non si sa mai….

Questo atteggiamento nulla farà cambiare, eppure lo si persegue anche nelle piccole cose. Tutti cercano sempre che qualcuno parli per loro, che si esponga per loro, senza capire che una voce non fa coro. (…)

(…) Ve lo dico: per cambiare qualcosa, e in questa città ci sarebbe molto da cambiare, non si fa così. Nascondersi fa il gioco di chi voi criticate, ma che vorreste che fossero gli altri a criticare al posto vostro.

Se non si fa coro tutto resterà così. La mafia va avanti da secoli grazie a queste paure, perchè il singolo non si unisce al singolo per fare coro.

Ed allora parlate, urlate, sbraitate se necessario. Il giornalista può darvi voce ma non potrà mai essere il coro delle vostre voci.

Per una lettura integrale clicca qui.

«La percezione che si ha di Siena è quella della terra degli impuniti»

Francesco Ricci

Francesco Ricci

L’innocente Siena (da: Sienanews, 20 luglio 2016)

Francesco Ricci. Certe assoluzioni possono sorprendere, ma non turbare. La storia del nostro Paese è piena di ribaltamenti della sentenza nel passaggio da un grado di giudizio all’altro. D’altra parte, anche certe condanne sono in grado di suscitare stupore nell’opinione pubblica, senza, però, indignarla.

Amministrare la giustizia, amministrarla bene intendo, è cosa maledettamente difficile – tutti ce ne rendiamo conto – complice anche lo squilibrio, di recente lamentato dal presidente del tribunale del Riesame di Reggio Calabria, tra il numero dei giudici e quello dei pm in servizio nelle procure: per ogni toga che conduce inchieste sono solamente due quelle impegnate nel giudizio. E questa è solamente una delle anomalie e delle disfunzioni del nostro sistema giudiziario. In materia di processi, però, la situazione che si è creata a Siena nel corso degli ultimi anni diverge da quella del resto del Paese. Conseguentemente, anche lo stato d’animo, almeno nelle persone oneste, all’indomani di certe sentenze, non è di semplice sorpresa o stupore, bensì è ispirato al turbamento e allo sdegno.

Perché dinanzi a vicende drammatiche (Banca, Università, Fallimento Mens Sana), che hanno messo in ginocchio la città e reso opaca la sua immagine nel resto d’Italia – ritorno da un viaggio in Liguria e posso confermare che la percezione che si ha di Siena è quella della terra degli impuniti – a tutt’oggi nessuno è stato condannato. Delle due l’una: o le indagini della Procura hanno imboccato sin da subito una strada sbagliata o progressivamente hanno smarrito la via giusta, finendo così col perdersi in un vicolo cieco. “Tertium non datur”, a meno che non si voglia credere che un fiume di denaro sia sparito sotto terra, novella Diana, “motu proprio” e che quindi non ci sia nessuno chiamato a rispondere e, soprattutto, a pagare.

Sia chiaro, non si desidera un innocente in galera, non si pretendono forche e cappi a tutti i costi. Ma i conti non tornano, non tornano affatto, non tornano mai, e dove i conti non tornano mai anche una parola bellissima, come “verità”, non significa più niente. C’è stato un tempo nel quale vivere a Siena era motivo di orgoglio.