L’ateneo senese si affossa anche con la disorganizzazione amministrativa programmata dai vertici

Altan_dirigentiUSB PI Università di Siena. Stiamo cercando nelle ultime settimane di mettere in chiaro alcuni aspetti dell’organizzazione di questo Ateneo. Tocca alle segreterie amministrative: si parla del lavoro di 72 colleghe e colleghi, ma anche di un problema più grande la contabilità di questo Ateneo e del programma che la gestisce. Vogliamo proprio partire da questo ultimo aspetto perché la questione è oltremodo complessa. Il nostro Ateneo ha deciso di fare nel 2013 il passaggio alla contabilità economico patrimoniale con bilancio unico, di utilizzare dal 2013 un nuovo programma di contabilità e di riorganizzare le strutture dipartimentali dell’Ateneo.

Attuare una trasformazione così radicale in un Ateneo normale è azzardato, farlo da noi è follia a nostro modo di vedere. Non lo scriviamo perché reputiamo che non vi siano le professionalità ma perché presuppone una organizzazione svizzera nella gestione delle fasi, che noi non abbiamo. Si può essere bravi, svegli e competenti, ma se si aumenta il carico di lavoro, e lo si trasforma per giunta in disorganizzato carico di lavoro, tutto questo vanifica le competenze e serve solo ad aumentare lo stress. Proviamo a fregarcene dello stress e cerchiamo di focalizzarci sui “benefici” di tutto questo cambiamento.

Il passaggio alla contabilità economico-patrimoniale fatto in un solo anno e prima del 2014 ci ha permesso di avere un premio da parte del Ministero di poco più di 100.000 euro! A fronte però di un lavoro allucinante di migrazione manuale di tutti i dati contabili dell’anno 2012 dei vecchi dipartimenti, degli impegni assunti e da rendicontare quest’anno e di viaggi infiniti dai dipartimenti alla ragioneria per inserire i dati (è normale, ci domandiamo, che tutte le spese di viaggio con i mezzi pubblici siano a carico dei dipendenti che si spostano per motivi di servizio?). Infatti solo da lì si sono potuti caricare i dati avendo un bilancio unico. I 100.000 euro non sono serviti a niente nemmeno ce li hanno dati in medicine per lo stress!

L’acquisto del software dal Cineca, cioè di U-GOV ci è costato molto, è uno strumento versatile, che ragiona in modo trasversale, che è tarato sul mondo degli Atenei, ma noi abbiamo acquistato la versione base! Sarebbe troppo lungo spiegare come funziona, nello scrivere questo comunicato abbiamo letto i vari manuali e oltre ad esserci spaventati, ma non è la nostra materia, abbiamo capito che non si può riassumere un enciclopedia in una pagina. Ogni volta che i nostri colleghi con competenza chiedono se si può utilizzare per fare un dato procedimento viene risposto: “si ma voi avete il pacchetto base, questo modulo va acquistato separatamente.”

La riorganizzazione delle segreterie in funzione dei nuovi dipartimenti, adempimento obbligatorio, è stato fatto senza una reale valutazione dei carichi di lavoro delle singole strutture, attraverso una aggregazione di colleghe e colleghi con diverse professionalità che nel momento in cui hanno iniziato a lavorare insieme, a conoscersi, si sono visti scaraventare addosso l’immaginabile. Sì, perché U-GOV gestisce tutto dalla contabilità, alle risorse umane, alla didattica intesa come contratti, costi, ecc., e quindi tutto ciò che insiste sui dipartimenti è stato gettato nel tritacarne delle segreterie amministrative, dove però ad essere tritati sono i colleghi e non i dati contabili, ecc.. Facciamo l’esempio del software Titolus per il protocollo: tutta la posta in entrata (didattica e amministrazione) deve essere protocollata dalla segreteria.

Ciliegina sulla torta è la cassa economale prevista per ogni dipartimento nel regolamento delle strutture scientifiche, al momento è unica e gestita centralmente. Così quando un professore oppure la segreteria ha bisogno di soldi per pagamenti pronta cassa si deve andare al Rettorato. Arriva un corriere che devi pagare al momento del ritiro e tocca dirgli: “aspetti arrivo in centro prendo i soldi e torno”, o dobbiamo anticiparli!?!

Non è stata fatta poi una valutazione della funzionalità di certe scelte di ricollocazione dei procedimenti, basta fare un esempio: master universitari. I master sono materia complessa, fondamentale per un Ateneo come il nostro che vuole differenziare l’offerta oltre i moduli classici di formazione e studio. Uno penserebbe che tutti gli attori della gestione degli stessi si fossero incontrati per mettere a punto una nuova procedura di gestione, e invece no, c’è chi ha deciso senza conoscere la materia, senza parlare con chi se ne occupava e in parte continua a farlo e con chi se ne deve occupare per intero da oggi, cioè le segreterie amministrative. Risultato? Confusione più totale, evidenziata dai segretari, ma che non trova soluzione. Alcuni vedono i suggerimenti come giudizi e si offendono irrigidendosi, non capendo che si sta cercando di lavorare bene. Ognuno pensa di essere il più sfortunato della terra, ma noi non stiamo stilando una classifica stiamo evidenziando la necessità di parlare e confrontarsi per trovare le soluzioni.

Benefici da tutto questo cambiamento non ve ne sono stati, ma solo rischio di ulcere e gastriti. La Direttrice Amministrativa può liquidare come un nulla la ventilata minaccia di dimissioni di tutti i 15 segretari amministrativi di qualche settimana fa, ma sa bene che questa non deriva da una mancanza di voglia di lavorare, ma dalla mancanza di voglia di lavorare in questo modo. In certi consessi può sminuire il senso di una tale azione, ma in privato è meglio che rifletta, e bene. La DA non ha parlato poi con i collaboratori delle segreterie e ha fatto bene perché forse, per una volta, non avrebbe potuto utilizzare i suoi modi rudi ed intimidatori, ma si sarebbe trovata di fronte 57 persone imbufalite. Le decisioni assunte a livello centrale si ripercuotono nei dipartimenti e poi sono le segreterie amministrative a dover “dialogare” con i docenti. I docenti devono capire che coloro con cui si rapportano stanno cercando di capire anch’essi perché vengono assunte certe decisioni.

O l’azione di semplificazione è coordinata fra tutti oppure si cola a picco: ma forse è quello che si vuole ottenere. Le segreterie amministrative non hanno saputo lavorare! Spiegazione utile a livello centrale, ovvia per le ditte esterne, e semplice per i docenti. Troppo comoda e falsa!

Giornata di sciopero dei bloggers senesi

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Abbiamo assistito negli ultimi mesi ad attacchi e speculazioni vergognose al solo fine di delegittimare l’opera di libera informazione dei bloggers. Non si è esitato a cercare di strumentalizzare eventi tragici che meritavano e meritano rispetto, pur di conservare le proprie posizioni di potere ed il ruolo di unici divulgatori dell’accomodante verità divulgata dal Potere.

La Magistratura ha fatto un lavoro encomiabile, ma, da parte di una certa stampa sia nazionale che locale, si tende a minimizzarne i risultati per attutire l’impatto politico e sociale della verità sul modo con cui è stata gestita la città tutta, e la sua primaria fonte di reddito (Mps) in particolare.

Il tentativo d’intimidazione si è volto anche ad utilizzare gli strumenti legali: l’azione penale è obbligatoria, ma non si può fare a meno di distinguere fra ipotesi di reato ed ipotesi di reato, fra cause ed effetti, fra miliardi di euro volatilizzati e presunti reati d’opinione.

La cattiva coscienza di molti e la responsabilità di un’intera classe dirigente (politica e finanziaria), unita alla quasi totale assenza d’informazione, ha permesso di nascondere per anni i comportamenti che hanno inquinato la società senese.

Se a Siena, piaccia o meno la cosa, si è avuto modo di conoscere fatti e circostanze di grande importanza per la comunità senese tutta, ciò si deve anche – e soprattutto – al lavoro dei bloggers.

Oggi si tenta l’ennesima grande mistificazione cercando di stravolgere la realtà e trasformando i colpevoli in vittime.

Per questo motivo oggi, 28 giugno, è indetta un’astensione per una giornata di tutti i bloggers che hanno criticato il Potere, a tutela della libertà e della verità dell’informazione.

Raffaele Ascheri (Eretico di Siena)

Federico Muzzi (Il Santo Notizie di Siena)

Carlo Regina (Bastardo senza gloria)

Giovanni Grasso (Il senso della misura)

Chiunque voglia aggiungere la sua firma, è ben accetto

Gioiosamente l’ateneo senese cola a picco in un ozioso temporeggiare dei vertici

AltanfuturoRabbi Jaqov Jizchaq. Carpe diem. Il Magnifico ci informa che per l’A.A. 2013/2014, tutti i corsi di studio del nostro Ateneo (quelli rimasti dopo il dimezzamento) (Corsi totali: 63; lauree triennali: 30; lauree magistrali: 28; lauree magistrali a ciclo unico: 5. Ndr) risultano accreditati. Exultate, jubilate e soprattutto non chiedetevi cosa accadrà domani: tanto negli ultimi anni sono state approvate da una burocrazia ministeriale ottusamente complice dell’assassinio del sistema universitario, a livello di riordino dei corsi di studio, le peggiori porcate, con l’effetto di aver perso il 25% degli studenti in capo a un quinquennio. Ma negli anni successivi che succederà? Per il rudimentale computo dei requisiti minimi di docenza e la riduzione del corpo docente a un numero compreso tra i 500 e i 600 membri (cioè un quasi dimezzamento rispetto al 2008), di corsi 3+2 ne si potranno fare una ventina al massimo, come se aver perso due terzi dell’offerta formativa e quasi tutti i dottorati fosse la cosa più naturale e addirittura auspicabile del mondo. Ma si può andare avanti così, rattoppando, senza interrogarsi a fondo sul destino dell’ateneo, non dico per l’eternità, ma da qui a dieci anni?

Il gioco delle tre carte. Leggo dal sito ROARS che quanto toccherebbe a Siena (il condizionale è d’obbligo) secondo il piano straordinario per il reclutamento di professori associati (decreto interm. 28 dicembre 2012 -GU n. 27 del 1-2-2013) sono 14 unità stipendiali. Le tabelle allegate riportano le assegnazioni di punti organico ai singoli atenei: ma, riferiscono persone più informate di me, a Siena le 14 unità stipendiali esistono, misteriosamente, soltanto in teoria e che di fatto non chiameranno nessuno: che vuol dire? È il gioco delle tre carte? Qualche esegeta esperto sa essere più esplicito al riguardo? Ma quand’anche in capo a un paio d’anni si riuscisse ad elargire due o tre posti a dipartimento (a fronte di cinquecento uscite di ruolo nei prossimi anni), per lo più a persone già a libro paga dell’ateneo, che dunque in gran parte sono già conteggiate nei requisiti minimi, cambierebbe qualcosa in ordine ai conti della serva che abbiamo tentato di eseguire nei precedenti post?

Ora pro nobis. Certo non nego la rilevanza delle vicende del santo Patrono, del e della concorsopoli (unici eventi che paiono appassionare i lettori, mentre la barca cola gioiosamente a picco), ma in generale, possibile che non si riesca a impostare un discorso che vada al di là del proprio “particulare” e la punta del proprio naso? Cosa resterà di questo ateneo al traguardo del 2020, quali settori, quali corsi? Quanti esterni riusciranno ad essere stabilizzati? Qual è la prospettiva per quell’oltre metà del corpo docente che al 2020 sarà costituito da tre centinaia di ricercatori di ruolo, al di là di quell’infima parte che (forse) ascenderà al rango di associato? Che “ricerca” faranno coloro che lavorano in settori che con la riduzione ad un terzo dell’offerta formativa verranno semplicemente smantellati (sicché oltretutto nessuno li chiamerà di certo)? Che ci stanno a fare a Siena? Non credo si possano tenere ostaggio centinaia di persone o tacere ancora a lungo sulla loro sorte.

Risanamento. Mi pare evidente la sproporzione fra le uscite di ruolo e le possibili assunzioni; il che vuol dire che niente potrà essere ripristinato come era prima; quindi, o con la collaborazione del ministro e della regione si mette in piedi un piano di mobilità, l’eventuale federazione e razionalizzazione dei corsi di laurea e dei settori scientifici a livello regionale, di modo da offrire almeno uno sbocco, una finalizzazione, una prospettiva, strutture solide (anziché membra sparse, brandelli di corsi di laurea sparpagliati qua e là come di un corpo dilaniato) che possano costituire un riferimento per i singoli settori e che abbiano le gambe per crescere e l’attrattiva per competere sul piano nazionale ed internazionale, oppure non si capisce bene cosa si intenda per risanamento e rilancio dell’università, se non un ozioso temporeggiare.

Polli. Ma su questo mi pare che regni la più perfetta omertà. Sibili di corridoio, mezze parole… “si canta la mezza messa”, direbbe il commissario Montalbano. Evidentemente il pollo di Bertrand Russell dal profondo della pentola continua a fare proseliti.

Nulla dies sine linea

Ateneo di Siena: tutti a guardarsi la pagliuzza nell’occhio

Altan-pagliuzza

Volete Gesù o Barabba? Barabba

RSU d’Ateneo. La questione è stata sollevata per la prima volta nel mese di aprile anno corrente durante una seduta d’informazione sindacale alla presenza di tutti i rappresentanti delle lavoratrici e dei lavoratori dell’Università degli Studi di Siena. Il 21 maggio, poi, l’Amministrazione comunica con circolare a tutto il personale, la decisione di sostituire la fruizione della festività del Santo Patrono con il Palio della Madonna di Provenzano. La RSU di fronte a tale comunicazione il 28 maggio in sede di contrattazione sindacale ha posto il problema della valutazione dell’impatto che una chiusura il 2 luglio avrebbe avuto su molte strutture che, per obblighi istituzionali, dovevano restare comunque aperte. Di conseguenza la RSU propose di fronte a tutte le sigle, in ambito di discussione aperta tra la parte pubblica e la parte sindacale, di sostituire la festività del Santo Patrono con il Palio dell’Assunta, facendo recuperare ai colleghi un giorno di ferie all’interno della chiusura obbligatoria nel mese di agosto. Di seguito alla proposta della RSU nessuna sigla sindacale si oppose e la parte pubblica accolse la proposta seduta stante. La RSU alla fine della seduta d’informazione sindacale del 7 giugno ha poi chiesto all’Amministrazione il motivo del mancato invio della rettifica. E nemmeno in questa sede alcuna OO.SS. proferì verbo.

Quindi la RSU è unica e sola responsabile di questo abominevole, aberrante, inqualificabile, insormontabile bordello/abominio. Nell’assumerci quindi la piena e totale responsabilità, non comprendiamo come mai l’Amministrazione abbia impiegato circa 20 giorni ad inviare la rettifica, né riusciamo a comprendere come mai nessuno di coloro che oggi richiamano i problemi sulla viabilità e sulla sicurezza sociale abbia, oltre che nelle due sedute, in questo lasso di tempo, ritenuto opportuno intervenire. Siamo certi che la posizione della RSU non sia assolutamente lesiva delle tradizioni cittadine ma che sia stata strumentalizzata da alcuni per motivi che noi vogliamo continuare ad ignorare perché distanti dal nostro modo di fare sindacato.

Suggeriamo a tutti i responsabili di struttura una possibile via d’uscita (non dalle porte della Città). Ai sensi del Protocollo sull’orario di lavoro, art. 1 comma 3, art. 2 comma 12, art. 3 comma 6, i responsabili possono variare l’orario di servizio delle loro strutture, limitandolo alla sola mattina. Di sicuro la presentazione di molte richieste in tal senso potrebbe convincere l’Amministrazione a estendere una tale scelta a tutto l’Ateneo. Il nostro suggerimento vale ancora di più dopo la nota del Rettore che ingarbuglia ancora di più la situazione, visto che alcuni potranno uscire alle ore 14 senza utilizzare un giorno di ferie e chi invece lavora ad Arezzo e Grosseto, o deve restare al lavoro a San Miniato e alle Scotte per motivi istituzionali, resta fregato, ed è costretto a prendere ferie. Chi decide poi quali strutture possono limitare l’orario e quali no tenendo conto anche della sicurezza? Complimenti a tutti! Vorremmo sapere se, ora, dopo quanto scritto dal Rettore le sigle sindacali che hanno raccolto i lai di alcuni colleghi si sentono soddisfatte della soluzione. Alla fine è stata tutelata la tradizione o i problemi  logistici di qualcuno?

Nel concludere ci piace notare che in cinque anni di crisi per la prima volta abbiamo sentito alzarsi il “bollore” della partecipazione, così come mai era successo. Forse questa RSU ha dimostrato di capire più la città e la sua vita che non i propri colleghi. Alcuni l’hanno capito, altri fregiandosi di una senesità dubbia hanno fatto peggio.

Silenzio di tomba sull’università di Siena e sui fragili equilibri di bilancio

Altan nausea vomitoRabbi Jaqov Jizchaq. La notizia degli arresti domiciliari per Miccolis è passata sotto silenzio ed era sfuggita anche al sottoscritto: ma non era venuto a Siena con l’allure di una specie di “commissario Basettoni”? Annamo bbbene, annamo proprio bbbbene, direbbe la sora Lella. Certo non si sa più da che parte girarsi. Del resto, dal silenzio di tomba che nel dibattito pubblico circonda tutta la questione universitaria, nonostante la sua persistente drammaticità, desumo che il modo col quale a queste latitudini si affrontano certi problemi è tacendone, sperando sempre “che io, comunque, me la cavo” grazie allo stellone o all’intercessione dello zio vescovo. Si procede in ordine sparso e pare non sia a tutti chiaro che coltivando il proprio particulare entro le angustie corporative non si va da nessuna parte. Il silenzio è interrotto qua e là da sparate demagogiche o annunci trionfalistici, entrambi esecrabili: uno spettacolo intollerabile, in quella che dovrebbe costituire la palestra della dialettica e la culla del pensiero critico. Laddove un tempo si sciorinavano devozionalmente capitoli dei “Grundrisse” di Carlo Marx con scioltezza, come fossero cinque poste di rosario, ora regnano il conformismo e la rassegnazione (forse era già in nuce allora). Non fosse mai che, interrompendo per un attimo la taciturna contemplazione del proprio ombelico ci si avventurasse in analisi di respiro meno corto, “oltre “, ma intimamente legate alle pur essenziali problematiche di quegli “equilibri di bilancio” che paiono equilibrati come la famosa casa di Swift, costruita così perfettamente secondo tutte le leggi dell’equilibrio, che cadde non appena vi si posò un fringuello.

Per risanare i conti si affossa definitivamente l’università di Siena

Enzo Tortora

Con l’incipit di Rabbi il pensiero corre al 20 febbraio 1987, quando Enzo Tortora (scomparso 25 anni fa), con il ritorno a Portobello, esordì: «dunque, dove eravamo rimasti?».

Rabbi Jaqov Jizchaq. Dove eravamo rimasti? Ho lamentato che il tema della crisi di quella che verosimilmente è la seconda fonte di reddito senese sia rimasta sullo sfondo della campagna preelettorale; posso lamentare adesso che il tema è totalmente scomparso dalla polemica post elettorale, tutta (comprensibilmente) incentrata sullo statuto del MPS e sul famoso “4%”. Siccome il mondo è press’a poco quello della settimana scorsa, propongo questo riassunto delle precedenti puntate, un elenco di meri dati di fatto, come promemoria per gli smemorati e canovaccio per eventuali future discussioni “ad alto livello”, attendendo smentite (“se sbaglio mi corigerete”).

1Una risorsa per la città: in modo assai parco si stima in 24.333 euro il costo medio di cinque anni di università, comprensivo di 4.333 euro di tasse, che comunque finanziano l’università stessa (il resto sono casa, vitto, libri, materiali didattici ecc.). A parte che oramai parlare di “diritto allo studio” appare vieppiù eufemistico, Siena dal 2008 ha perso 7000 studenti, che vuol dire dunque, seondo questa stima, 170.331.000 euro in meno che sono piovuti sulla città. Nessuno se ne è lamentato. E il trend non si è arrestato, anzi, continua peggiore che mai. Gli studenti: perdita secca del 25% dal 2008; peggior dato della regione quest’anno (-17%, contro il -4,4% di Pisa). Ovvio che se l’offerta didattica è scadente, gli studenti se ne vanno altrove. Molti corsi sono morti, ma altri fanno finta di essere vivi. Se il dato di una spesa media degli studenti di 4867 euro all’anno è corretto (e a dire il vero mi paiono pochi, perché 400 euro al mese costa il solo posto letto: forse il dato è ponderato tenendo conto di coloro che usufruiscono della casa dello studente, che comunque sono una minoranza), quelli che rimangono, circa 15.600, riversano sulla città annualmente 75.918.960 euro. Più 1000 stipendi di amministrativi, quasi tutti residenti in loco, e di una parte considerevole degli 811 docenti. Siccome non mi pare che simili argomenti siano echeggiati nella campagna elettorale, evidentemente nella situazione florida in cui versa l’economia cittadina questi soldi fanno schifo.

2. “Indove coje coje“. Insistere sul fatto che l’estromissione a casaccio, cioè a dire senza un preciso piano, ma solo per via dell’età anagrafica, del 50% del corpo docente (in modo da ritrovarsi con due amministrativi per ogni docente) di per sé assicuri “il risanamento” è una posizione altamente sconclusionata, anzitutto perché non stiamo parlando di personale generico ed intercambiabile. Il pensionamento di metà del corpo docente a turn over bloccato “indove coje coje”, come scriveva il Belli canzonando l’infallibilità del Papa, e finisce per dissestare settori sani e preservare la fuffa. Quando si affrontano certi discorsi, occorrerebbe partire anzitutto dai non aggirabili “requisiti minimi di docenza”, dei quali molti commentatori e docenti (!) ignorano allegramente l’esistenza: 12+8 docenti per corso non riciclabili quanto ad afferenza, e per il calcolo dei quali contano associati, ordinari e ricercatori affidatari di corsi: fino a una settimana fa, il sito MIUR di docenti a Siena ne annoverava in tutto 811; da un paio di giorni ne conta misteriosamente 818; non so dare spiegazioni della piccola variazione del dato, forse dipenderà da ragioni metereologiche, anche se ho direttamente constatato nel sito la scomparsa di un’ altra nutrita pattuglia datasi alla fuga. E bisogna mettere in conto che la tendenza alla fuga continuerà, visto che qui è tutto bloccato e per chi resta le soddisfazioni, morali e professionali, saranno piuttosto magre.

3Condizione necessaria, non sufficiente. Sistemare i conti è pertanto condizione necessaria, ma è discutibile che di per sé sia anche sufficiente per salvare l’ateneo, specie se attuata con queste metodiche, cioè continuando lo smantellamento insegnamenti, chiudendo altri corsi, cioè perdendo ancora studenti, senza mettere in campo opportune contromisure del tipo di quelle già ampiamente segnalate; in tal caso è probabile che valga semmai l’esatto contrario, giacché se non produci e non vendi, sicuramente spendi sì poco, ma guadagni ancora meno! Il persistere di una mentalità “parastatale”, cioè la persuasione diffusa che tanto il becchime arriverà comunque, anche quando il pollaio è in fiamme, si rivelerà presto un’illusione che la realtà si incaricherà di confutare alla stessa maniera in cui fu confutato il pollo induttivista di Russell, andato a far compagnia nel tegame a certi altri polli trilussiani della “statistica” fallimentare.

4. “Fermare il declino“. Dal 2008 il numero di corsi è già dimezzato, passando da una sessantina (parlo di 3+2) ad una trentacinquina. Di più, con 811 (oppure 818) docenti, dovendo tener conto della sostenibilità da qui a qualche anno ed in costante, certa e prevista emorragia di personale docente e la disomogenea distribuzione del restante, non se ne fanno, in forza delle norme più volte richiamate. Per il calcolo dei requisiti minimi e la copertura degli insegnamenti sono inoltre fondamentali i ricercatori, che ad oggi sono 355 su 811 docenti; cioè a dire, se fosse vero che non insegnano affatto, se non “quando il professore non viene”, come sosteneva convinta una certa signora, per il conteggio dei requisiti minimi di docenza si dovrebbe far conto al massimo su 456 docenti. Che diviso 20 fa 22,8. Cioè a dire, al massimo, se per un caso fortuito ed altamente improbabile rimanessero coperti tutti i settori che la legge prescrive per l’accreditamento dei corsi, ma se al contempo i ricercatori non fossero affidatari di insegnamenti, già oggi cadrebbero un’altra decina di corsi di laurea, oltre alla trentina già cancellati dal 2008 ai nostri giorni (intendo ciclo completo 3+2) riducendosi in tutto a 22. Orbene, nel 2020 i docenti saranno complessivamente una cifra compresa fra i 500 e i 600, di cui verosimilmente oltre la metà ricercatori; se per un’ipotesi di scuola venisse meno il contributo di questi ultimi alla didattica, si potrebbe a quella data far conto su 250 – 300 docenti in tutto, cioè, in forza dei maledetti requisiti più volta stigmatizzati, si dovrebbe ridurre l’ateneo senese a una… decina di corsi di laurea.

5Invecchiare restando giovani (nell’animo). Il fatto che da qui ad allora una parte infinitesima di costoro ascenderà al rango di associato non cambia la sostanza del discorso: della gran massa di questa gente, la maggioranza dei sopravvissuti dopo il cataclisma, con stipendio e carriera bloccati da anni, il cinismo di non riconoscere nemmeno i cosiddetti assegni di ricerca nella ricostruzione di carriera (caso pressoché unico in Italia), gente indispensabile nei giorni pari e inutile nei giorni dispari, in una fase che vede soltanto lo smantellamento di strutture didattiche e della ricerca, che ne volete fare? La ministra Carrozza ha promesso un sacco di cose: “ripristino dei 300 milioni di euro sul FFO a partire dal 2013, budget pluriennale, rifinanziamento del piano associati, sblocco del turnover, istituzione di un piano straordinario nazionale reclutamento ricercatori ex art 24, premialità, valutazione, accountability, ANVUR, abilitazione scientifica nazionale ecc.”, ma anche se il libro dei sogni si avverasse, almeno in parte, non credo che Siena ne beneficierebbe, se non in maniera impercettibile.

6L’attuazione della riforma. Ribadisco che molti settori sono a rischio anche negli atenei vicini: trattandosi di università statali site ad un tiro di sputo l’una dall’altra, non varrebbe la pena di federare questi settori e corsi di studio, come esorta a fare l’art. 3 della riforma, allo scopo di salvare il salvabile (competenze, tradizioni scientifiche presenti sul territorio, studenti, prospettive per i più giovani) fornendo la necessaria “massa critica” richiesta dal buon senso, ancor prima che dalle leggi e giustificando gli stipendi di personale oramai posto “in esubero”, con la cancellazione dei SSD, corsi di laurea e strutture scientifiche ove operavano senza tante quisquilie “meritocratiche”?
Ma quando la riforma già esortava e favoriva (dal punto di vista dei requisiti minimi) le federazioni tra atenei dello stesso territorio per trovare i numeri richiesti dalla legge rafforzare le strutture, qui, nel Medioevo, la notevole lungimiranza delle Loro Signorie si è concentrata soprattutto nel garantire ai vari signorotti i loro feudi, i doppioni sgangherati, le sedi distaccate, con pochi docenti e punti studenti. Veramente notevole.

Il monito di Bertrand Russell nelle elezioni del sindaco di Siena

RussellTacchinoSiena

Rabbi Jaqov Jizchaq. Vabbè che si elegge il sindaco e non il rettore, ma visto il rilievo che l’università ha per la città e le condizioni in cui versa l’ateneo ci si aspettava un tantino di più. Invece solo fievoli vagiti, peraltro solo da parte di alcuni (Neri ha detto qualcosa, Valentini è stato di una raccapricciante vaghezza: perché? Eppure anche lui ha uno staff pieno di “professurun”).

L’illusione sottesa a questi silenzi è che comunque le cose continuerano ad andare avanti in un modo o nell’altro, siccome sono sempre andate avanti, in barba alle elementari considerazioni che abbiamo tentato di svolgere in questo blog, basate su dati ufficiali ampiamente verificabili e norme arcinote. Pertanto, nell’augurare buon voto a tutti gli elettori, non rimane che riproporre come monito la triste storia del tacchino (o pollo) induttivista di Bertand Russell:

«Fin dal primo giorno questo tacchino osservò che, nell’allevamento dove era stato portato, gli veniva dato il cibo alle 9 del mattino. E da buon induttivista non fu precipitoso nel trarre conclusioni dalle sue osservazioni e ne eseguì altre in una vasta gamma di circostanze: di mercoledì e di giovedì, nei giorni caldi e nei giorni freddi, sia che piovesse sia che splendesse il sole. Così arricchiva ogni giorno il suo elenco di una proposizione osservativa in condizioni più disparate. Finché la sua coscienza induttivista non fu soddisfatta ed elaborò un’inferenza induttiva come questa: “Mi danno il cibo alle 9 del mattino”. Purtroppo, però, questa concezione si rivelò incontestabilmente falsa alla vigilia di Natale, quando, invece di venir nutrito, fu sgozzato.»

A pochi giorni dal ballottaggio, parole in libertà sull’università di Siena

Eugenio Neri e Bruno Valentini

Eugenio Neri e Bruno Valentini

Eugenio Neri. Prima di tutto pretenderemo che un nostro rappresentante rientri in CdA, perché l’ateneo è un bene della comunità. Certo l’Università va gestita correttamente, con una forte aspirazione all’internazionalizzazione. Da una parte l’Ateneo deve pretendere e offrire qualità: a partire dalle docenze, professionali e scientifiche. Avendo chiaro che se anche il settore è fatto di precariato, chi è ai bassi gradini può ambire a salire. Insomma non ci devono più essere “professoroni” in cattedra, se non lo meritano. Quindi l’internazionalizzazione: il nostro sguardo non sia rivolto alle realtà toscane, ma oltre, all’Inghilterra, America, Cina. Abbiamo molto da imparare da queste realtà. Per quanto riguarda il Comune, penso a uno scambio bidirezionale con l’Università che può dare aggiornamento alla macchina comunale e il Comune applicazione allo studio. Infine vedo una facoltà di Economia bancaria, un tempo fiore all’occhiello, oggi non più attrattiva, se la Banca va via da Siena. Allora lo sbaglio è stato che in passato Fondazione, Banca e Università potevano insieme mettere in piedi una “business school”, una scuola d’alta formazione, nello scenario più adeguato e ricettivo. Sarebbe stato un bell’investimento sul futuro e sul mondo, oltre che su Siena.

Bruno Valentini. L’ateneo senese è stato scelto dall’Onu, insieme a pochi altri al mondo, per una sorta di progetto di ricerca sul rapporto fra sviluppo economico ed ecosostenibilità: questo solo per sottolineare che per didattica e professionalità il nostro ateneo è ancora a buoni livelli. Quello che va migliorato e qui entriamo in azione noi, è l’impatto dello studente sulla città e la sua accoglienza. In periodi di difficoltà economica, i ragazzi scelgono con maggiore attenzione. E noi possiamo rispondere alla domanda pur ridotta (iscrizioni in calo) rafforzando i servizi: penso a un sistema certificato e tutelato per trovare sistemazione, alloggio; a una degna accoglienza dei familiari; a un circuito ricreativo, culturale e anche sportivo che faciliti e renda più piacevole la permanenza degli studenti; e ancora, penso a trasporti dedicati e a spazi da mettere a disposizione quando i dipartimenti sono chiusi. La richiesta più ovvia da parte della comunità è che l’ateneo torni al pareggio, perché solo a questo punto potrà nuovamente intercettare finanziamenti, con risorse ministeriali e regionali necessarie per investire sempre sull’offerta didattica. Scienze bancarie? Non solo Mps ma le banche tutte sono oggi sbocco limitato. Allora bisogna concentrarsi verso nuove professionalità: prepariamo manager esperti in analisi finanziaria, con un profilo internazionale; e poi ci sono le scienze della vita, per cui noi siamo già un distretto d’eccellenza. Diamo un motivo in più a Novartis e ospedale di essere ancora qui.

Solo con il risanamento dei bilanci l’ateneo senese può garantire una formazione di qualità

Eugenio-NeriEugenio Neri. L’Università è uno dei motori propulsivi della città. Le vicende giudiziarie attualmente in corso dimostrano che l’Ateneo è ancora in notevole affanno. Se Siena vuole uscire dalla crisi, l’Università non può prescindere da alcuni punti. Il primo è il risanamento dei bilanci. Solo un Ateneo sano è un Ateneo appetibile per gli studenti, poiché in grado di garantire una formazione di qualità. Un risanamento che, come ho ricordato più volte, non può e non deve avvenire esclusivamente a spese delle categorie più deboli di lavoratori (coop. “Solidarietà”, CEL, e dipendenti che si sono visti negare il salario accessorio). Al contrario, deve considerare anche una razionalizzazione delle sedi decentrate. Il secondo punto è il rilancio della ricerca. Un fine perseguibile soltanto attraverso una parola d’ordine: meritocrazia. Vanno premiati i docenti che contribuiscono in modo fattivo e reale all’accrescimento del sapere, non quelli che si limitano ad assolvere compiti burocratici. In passato l’Ateneo è stato utilizzato come trampolino di lancio di future carriere politiche. E su quest’altare sono state bruciate risorse ingenti, non solo economiche, della nostra università. Anche l’integrazione di livello regionale, nazionale e sovranazionale è un versante su cui lavorare. L’Università, nel suo ruolo di produttore di conoscenza, è naturalmente portata all’interconnessione con gli altri atenei. Un’inclinazione che va incentivata, in modo da consentire la realizzazione di sinergie a livello didattico, formativo ed anche organizzativo. L’Ateneo è una delle ricchezze di Siena, in grado di contribuire all’uscita dalla crisi della città. Un bene troppo prezioso per essere lasciato a sé stesso.

Informare il pubblico sui concorsi truccati non è diffamazione

Augusto Marinelli

Augusto Marinelli

L’ex rettore dell’Università di Firenze, Augusto Marinelli, ha perso due cause civili nel giro di un mese. Il professore di economia agraria dell’ateneo fiorentino si era ritenuto diffamato a mezzo stampa per via di una trentina di articoli pubblicati dal quotidiano La Repubblica, a partire dal luglio 2004 e quasi tutti a firma della giornalista dott.ssa Franca Selvatici. Quegli articoli erano centrati sulla denuncia del professor Quirino Paris, docente all’University of California, presentata a diverse Procure d’Italia riguardo allo svolgimento dei concorsi universitari nel settore scientifico disciplinare Estimo ed Economia Agraria.

Della prima causa civile contro il professor Quirino Paris, e persa da Marinelli, si è già scritto su “Il senso della misura”. La seconda causa fu fatta da Marinelli contro il quotidiano La Repubblica e la dott.ssa Franca Selvatici come firmataria degli articoli ritenuti diffamatori. La competenza era quella del Tribunale Civile di Roma dove La Repubblica mantiene la sua sede legale. Marinelli chiedeva 700.000 euro di risarcimento.

Il giudice di Roma, dott.ssa Anna Mauro, ha concluso che «La critica della Selvatici è, si ritiene, del tutto legittima in quanto espressione, pacata, del diritto di manifestazione del pensiero. (…) Ella, nell’articolo sopra menzionato e poi in tutti gli articoli per cui è causa, si limita a riferire, in modo assolutamente neutro, quanto denunziato dal Paris e non lo fa in modo insinuante o ultroneo, ingigantendo o modificando le gravissime denunzie del professore Paris, ma porta alla conoscenza del pubblico dei lettori, con uno  scritto severo, ma non oltraggioso, denunzie e fatti obiettivi e lo stato delle indagini che hanno preso avvio dalla denunzia. (…) Il diritto–dovere di pubblicazione discende dal rilevantissimo interesse pubblico rivestito dalla vicenda, che si inquadra nell’ambito della più ampia questione – di cui si è interessata molte volte la magistratura penale, la stampa, politici e studiosi – dell’esistenza, negli atenei italiani, di vere e proprie lobby di potere e della gestione nepotistica e clientelare delle cattedre e dei concorsi per ricercatore e borsista. (…)

In conclusione, dunque, per le cose dette risultano rispettati, sia il requisito della verità delle notizie, sia quello dell’interesse pubblico, sia della continenza non risultando travisati i contenuti della denunzia e dei provvedimenti giudiziari che da essa sono scaturiti, né suggerisce nuove o diverse ipotesi accusatorie e apparendo le notazioni critiche della giornalista mutuate dai provvedimenti dell’autorità giudiziaria che comunque ha espressamente stigmatizzato gli aspetti sociali della vicenda nel suo complesso.»

Il professor Marinelli si è visto negare i 700.000 euro richiesti e come soccombente è stato condannato alla rifusione dei compensi processuali liquidati in 8420 euro oltre alle spese generali, IVA e CPA (Cassa Previdenza Avvocati).

Articolo pubblicato anche dail Cittadino Online (29 maggio 2013) con il titolo «Marinelli contro La Repubblica: il giudice è per la libera informazione».