Fummo “eccellenti”, ma senza interventi sulle reali storture non resterà quasi nulla delle glorie passate dell’Università di Siena

Volto_unisiRabbi Jaqov Jizchaq. Leggo su “la Repubblica” di oggi: «È il migliore risultato nazionale nell’indicatore di sintesi della qualità della ricerca in rapporto alle dimensioni», dice il rettore Angelo Riccaboni dicendosi “orgoglioso del risultato” dell’Ateneo senese che ha ottenuto il migliore risultato nella qualità della ricerca rispetto alle dimensioni della struttura, con un differenziale positivo pari a 35,76%.» 

Dunque, se Siena ottiene, o meglio, ottenne dei buoni risultati nel campo della ricerca, probabilmente qualche merito lo avrà quel 44% del corpo docente costituito dai ricercatori di ruolo e la percentuale indefinita di quelli a tempo determinato, o no? Ossia di quella gente che qui a Siena, sostanzialmente, nella quasi totalità dei casi, non ha futuro. L’Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca (ANVUR) ha presentato i risultati della Valutazione della Qualità della Ricerca italiana (VQR) per il settennio 2004-2010, cioè, sostanzialmente (tranne un paio d’anni), il periodo precedente alla crisi che ha investito l’ateneo: ne traiamo la conclusione che ai rinviati a giudizio per il “buho” spetta la medaglia al valor civile anziché la galera? Il risultato viene, infatti, brandito dalle gazzette contro le Cassandre che denunciano lo stato di perdurante crisi in cui versa l’ateneo; al contrario, c’è da chiedersi quanto sia rimasto e quanto rimarrà delle competenze che hanno contribuito alla determinazione di quel risultato, proprio a seguito della crisi: 500 docenti, cioè il 50% del totale, andranno in pensione – essenzialmente non rimpiazzati – entro i prossimi cinque anni, sono scomparsi metà dei corsi di laurea che avevamo nel 2008 (e molti altri scompariranno un po’ a casaccio) e, a partire dallo stesso, anno gli studenti sono calati del 25%.

Si aggiunga la falcidia dei dottorati e le scarsissime prospettive per i meno anziani. In sostanza, visti i cambiamenti radicali intervenuti in questi ultimi anni e le prospettive tutt’altro che rosee del futuro, si può dire al massimo che fummo “eccellenti”, ma non c’è nessuna garanzia che il futuro sarà uguale al passato. Al momento di chiudere e sopprimere, si è “valutato” se si andavano a potare anche dei rami sani, anziché quelli secchi e basta? La domanda è ovviamente retorica. Guardiamo appunto al futuro: cosa resterà da qui a qualche anno di quelle competenze, di quelle “eccellenze” che hanno prodotto questo incoraggiante risultato? Nei post precedenti abbiamo fatto due conticini che non mi pare siano stati smentiti. Se il criterio è quello meccanicistico e incurante della qualità dei “requisiti di docenza” (leggasi “tagli lineari”), se manca il coraggio di porre un argine agli “orticelli”, ai corsi di laurea cinobalanici, per la pompa di questo o quel satrapetto del menga; se non vi è una volontà riformatrice vera di intervenire sulle reali storture, se non vi è la consapevolezza che dalla polverizzazione delle strutture non nasce alcuna ricerca, se dunque si dimentica il concetto stesso di “comunità scientifica”, non resterà quasi nulla. Insomma, stiamo celebrando le glorie passate, ignorando la magra realtà dei fatti presenti e le prospettive future, e che dei passati trionfi nel volgere di pochi anni resterà ben poco.

«Pisa al vertice
 della ricerca in Italia.» By the way, hanno 1800 docenti, a fronte dei meno di 600 che avrà Siena nel 2020; e non c’è l’òmino della strada di una città oramai assuefatta al luogo comune che instancabilmente bercia: “e so’ troppiiiiii!”. Insomma hanno le strutture pressoché integre: come si pensa di competere con i nostri ingombranti vicini di Pisa e Firenze? D’un balzo, pare che un dato positivo relativo a un intervallo iniziato dieci anni fa e conclusosi, essenzialmente, con l’esplosione del “buho” cancelli le magagne del presente. Insomma, crogioliamoci pure nel ricordo dei fasti passati, strombazzando le statistiche buone, nascondendo sotto il tappeto quelle cattive, ma non dimentichiamoci che la realtà presente è sostanzialmente diversa da quella di due lustri fa: non vorrei che un confuso e burocratico efficientismo che a Napoli si direbbe “facimm’ ammuina” inducesse a dimenticare la sostanza delle cose e io non vedo come si possano eludere i ragionamenti svolti nei miei precedenti messaggi (anzi…): se vi sono delle eccellenze nel campo della ricerca, è sensato disperderle?

La cattiva maestra, l’università di Siena, ha avuto un ruolo nella nascita del protofascismo moderno in città?

LuigiDeMossi

I bloggers, il banchierismo e l’autobiografia della Nazione

[…] il fascismo è stato qualcosa di più; è stato l’autobiografia della nazione. Piero Gobetti (da: l’«Elogio della ghigliottina»)

Luigi De Mossi. Nei giorni scorsi è emersa la totale estraneità dei bloggers senesi dalla vicenda Rossi. Per tutti quelli che hanno un minimo di criterio questa non è una notizia è semplicemente la constatazione dell’evidenza.

La prima e più palese forma di pensiero unico durante il fascismo è stato il controllo dei mezzi di comunicazione allora esistenti. L’atteggiamento verso i bloggers ricorda da vicino certe direttive fasciste di orientamento dell’opinione pubblica. Il tentativo di silenziarli è fallito; ed è fallito sul nascere ma ciò è dipeso unicamente dal fatto che il clima cittadino è profondamente cambiato e non certo per merito dei lealisti del potere.

Meglio non domandarsi cosa sarebbe potuto succedere se certe illazioni fossero circolate tre o quattro anni fa, quando il pensiero unico era il verbo e si voleva far credere che tutto andava bene, madama la marchesa.

Vi è un altro aspetto che deve essere sottolineato: l’amicizia, il rispetto, ed il dolore verso una persona o verso una comunità, sono generalmente sentimenti riservati e pudichi; qualora si voglia esternarli lo si deve fare nel rispetto della verità.

I bloggers senesi saranno discutibili ed abrasivi quanto volete, ma fanno un esercizio di realismo, talvolta sbagliano, come tutti, ma non li ho mai visti esprimere opinioni delle quali non fossero convinti in buona fede. D’altronde e fino a prova contraria, il loro atteggiamento non è mai stato né opportunistico né conveniente.

Una lancia voglio spezzarla anche a favore dei tanto disprezzati postatori anonimi accusati di vigliaccheria quasi fossero dei franchi tiratori. Per parte mia sono abituato a firmare quello che scrivo e non esito ad esprimere liberamente le mie idee; ma non siamo tutti uguali, non tutti hanno un’attività che consente l’indipendenza non solo economica ma anche da un datore di lavoro.

Fra l’altro il non firmarsi non rende affatto “segreti” perché se si diffama, se si insulta, si è facilmente rintracciabili dalla polizia postale, come tutti sanno. Molte volte l’anonimato è solo una forma – non encomiabile – di prudenza. Infine, ma è solo una sensazione, ho l’impressione che, spesso, fra chi si slancia contro gli anonimi ci siano persone che adoperano senza alcuna resipiscenza o scrupolo le identiche modalità comunicative, nascondendosi dietro pseudonimi vari.

Ma come siamo arrivati a questo protofascismo moderno nella ridente città di Siena?

Più di tutto la corruzione della società senese è avvenuta attraverso il denaro ed il potere, per il tanto denaro e per il tanto potere che si sono riversati sulla città e che ora sono finiti.

Se il fascismo è stata l’autobiografia della nazione il banchierismo – forma deviata del montepaschismo – è stato senza dubbio l’autobiografia dei senesi degli ultimi venti anni.

Un Gattopardo all’università di Firenze

Nepotism

Ateneo, la deroga strizza l’occhio al nepotismo (Da: “la Repubblica” Firenze, 8 luglio 2013)

Franca Selvatici. L’università di Firenze ha adottato il Regolamento dei dipartimenti il 23 luglio 2012, ma già ha ritenuto di doverlo modificare. In particolare Senato accademico e Consiglio di amministrazione hanno introdotto alcune deroghe in materia di mobilità interna fra dipartimenti. E poiché – come ha ha autorevolmente insegnato Giulio Andreotti – a pensar male si fa peccato ma spesso ci si indovina, alcuni docenti si chiedono se le modifiche al Regolamento non abbiano una qualche relazione con le imminenti decisioni relative alla abilitazione scientifica nazionale, il nuovo sistema di reclutamento introdotto dalla riforma Gelmini con l’obiettivo di contrastare il nepotismo. Vediamo.

In materia di mobilità interna, il Regolamento adottato il 23 luglio 2012 stabilisce che, una volta scelto un dipartimento, docenti e ricercatori non possano chiedere di trasferirsi in un altro prima di tre anni. Ed è quasi impossibile, salvo casi eccezionali, che un docente o un ricercatore possa passare in un dipartimento in cui manchi il settore scientifico disciplinare a cui appartengono: per esempio, un docente di lettere a medicina, un ingegnere a filosofia. Le modifiche approvate, invece, consentono a professori e ricercatori di presentare domanda di trasferimento da un dipartimento all’altro anche prima dei tre anni, purché nel nuovo dipartimento sia presente il loro settore scientifico-disciplinare: per esempio i trasferimenti sono possibili fra i vari dipartimenti di medicina o fra scienze giuridiche e scienze politiche e così via. Nel caso in cui il trasferimento sia chiesto verso un dipartimento in cui non siano presenti altri docenti dello stesso settore scientifico-disciplinare, il nuovo regolamento lo consente verso il dipartimento che abbia il maggior numero di settori affini.

È possibile che queste modifiche siano state studiate per rendere meno ingessata l’organizzazione di ateneo. Ma potrebbero rivelarsi utili anche per i docenti i cui figli abbiano affrontato la Abilitazione scientifica nazionale e si attendano di essere dichiarati idonei. L’idoneità è una condizione necessaria ma non sufficiente per avanzare nella carriera universitaria. Occorre, infatti, essere chiamati da un dipartimento di un ateneo. Ma la legge Gelmini e (sia pure in maniera assai timida) anche il codice etico dell’ateneo fiorentino non permettono le chiamate di «docenti con un grado di parentela o affinità fino al quarto grado con un professore del dipartimento che effettua la chiamata». Con il rischio, quindi, che alcuni figli, pur avendo conquistato l’idoneità, non vengano chiamati da nessuno, perché graditi solo nel dipartimento in cui lavorano il padre e i docenti a lui vicini (magari beneficiati in passato da concorsi compiacenti). Ecco quindi la possibile soluzione. Il padre chiede il trasferimento in altro dipartimento e i docenti suoi amici chiamano il figlio. Nei prossimi mesi si capirà quanto siano fondate queste maliziose previsioni.

Nelle università di provincia, l’autorevolezza degli assenteisti cronici cresce con l’ansia dell’attesa dei docenti

Altan-comandare-fottereRabbi Jaqov Jizchaq. Piuttosto, io avrei titolato l’articolo «nel reclutamento l’Università dovrà valutare le competenze didattiche tanto quanto le pubblicazioni»: “poca didattica = poca ricerca“. Tutti gli assenteisti cronici dicono che non si fanno vedere all’università perché debbono fare “la ricerca”: posso capire che Siena non è “Ossforde” quanto a strutture, o che le nostre biblioteche cui sono stati tagliati anche i fondi per gli abbonamenti alle riviste scientifiche non sono la Bodleian Library, ma dove minchia la fanno, ‘sta ricerca, costantemente all’altro capo del mondo? Non è che tutti studiano i pinguini dell’Antartide! E poi se vi fosse tutta questa ricerca fiorirebbero premi Nobel a tutto spiano: e invece, bada un po’, questi fioriscono, al contrario, proprio laddove i dipartimenti sono intensamente e costantemente presidiati. I giovani ricercatori che fuggono all’estero, non lo fanno solo per accattare un tozzo di pane che la patria matrigna nega loro, ma perché la ricerca si fa dove la ricerca c’è, ossia dove esiste quella che a tutti gli effetti può definirsi una “comunità scientifica”.

Didattica e ricerca si tengono l’un l’altra: che ricerca può creare attorno a sé un docente che esiste solo virtualmente sub specie ectoplasmatica? Siena, le università di provincia, sono state per lungo tempo paradigmatiche da questo punto di vista: creazioni in larga misura artificiali, hanno registrato degli eccessi clamorosi nelle latitanze. Quelli di provincia, tra i barbarofoni, sono siti universitari “dove non si va” e l’autorevolezza magari cresce, se ci si fa vedere poco, con l’ansia dell’attesa (il professore verrà? Non verrà? Consultiamo gli aruspici…). Questo ha fatto sì che la nomea di “assenteisti” si spargesse indistintamente un po’ su tutti, dimenticando che se c’è uno che non lavora, spesso vuol dire che c’è un altro che lavora per due. Ma anche da questo punto di vista temo sia arrivato il momento del redde rationem.

Ma poi, prima di parlare astrattamente di “reclutamento”, qualcuno ha fatto una stima approssimativa di quanta gente verrà reclutata (se mai verrà reclutato qualcuno) a Siena nei prossimi cinque anni, per 500 docenti che se ne vanno? Qualcuno (Candide, ou l’optimisme: sarà la canicola) va sparando cifre, alludendo allo sblocco del turn over per Università ed enti di ricerca a partire dal 2014, all’elevazione dunque dal 20% al 50% del limite di spesa consentito rispetto alle cessazioni dell’anno precedente , ma, s’intende – in cauda venenum – nel rispetto delle disposizioni sui limiti di spesa per il personale e per l’indebitamento (e questo è un argomento dolorosissimo a Siena). Con questo provvedimento – si dice – si renderanno disponibili posti per 1.500 docenti di ruolo in tutt’Italia (il che vuol dire una ventina per ateneo) e 1.500 “tenure track”, cioè, senza tanti fronzoli, borse di studio (che quindi non incidono sui conteggi di cui ai precedenti post): ma ve la immaginate una pioggia di concorsi a go-go qui, a Siena, nel volgere di cinque anni, se ad oggi hanno bloccato persino la chiamata come associati dei ricercatori già risultati idonei? Manco se li vedo….

Mi pare pura fantascienza. Il mio sospetto è che se fra avanzamenti di carriera e reclutamento vero e proprio si arriverà ad una cinquantina, sarà grasso che cola. Inoltre a goderne saranno naturalmente i SSD che sopravviveranno al cataclisma e nei prossimi anni non avranno tirato nel frattempo le cuoia (e non è detto che siano quelli migliori ed indispensabili); pertanto il sospetto è che alla fine della fiera il personale docente in questi anni verrà ridimensionato, non di un terzo, come si vociferava, ma sostanzialmente della metà e per giunta a cacchio di cane: a prescindere da ogni giudizio di valore, sul piano meramente aritmetico non vedo dunque come si possano eludere i ragionamenti di cui ai precedenti messaggi.

Attendo con ansia di essere smentito.

Nulla dies sine linea

Per la Commissione europea, nel reclutamento dei docenti l’Università dovrà valutare le competenze didattiche tanto quanto le pubblicazioni

LetteraTotoPeppino

Totò e Peppino scrivono la famosa lettera. Da rivedere e ascoltare.

Troppa ricerca, poca docenza (Italia Oggi, 2 luglio 2013)

Giovanni Scancarello. L’università deve tornare in cattedra. Secondo la commissione europea, non basta fare solo ricerca, ma bisogna restituire centralità all’insegnamento, troppo spesso relegato in second’ordine. E quanto riportato nella relazione del gruppo di alto livello per la modernizzazione dell’istruzione superiore, presentata lo scorso 18 giugno a Bruxelles. L’istruzione superiore, vale a dire quella universitaria, pone giustamente al centro del proprio core business la ricerca, che però resta un fatto accessibile, alla fine, a pochi eletti. Per l’Europa si tratta di proseguire anche nel terziario l’apertura democratica all’istruzione che ha contraddistinto lo sviluppo della scuola secondaria di massa degli ultimi trent’anni. Per questo l’università deve prepararsi ad accogliere l’aumento della richiesta di accesso ai percorsi terziari di studio, in modo da proporsi nella prospettiva dell’aumento del numero dei laureati in Europa, atteso già con la strategia di Lisbona e rilanciato con Europa 2020. Il gruppo di alto livello, in cui partecipa anche l’italiano Alessandro Schiesaro, dell’Università La Sapienza di Roma, ha adottato 16 raccomandazioni, che rappresentano il risultato del confronto con gli stakeholder, con le associazioni professionali e degli utenti dell’istruzione superiore europea, finalizzate soprattutto a promuovere l’innalzamento della qualità della didattica. Qualità della didattica che è tale solo se mette veramente al centro l’apprendimento e lo studente. È questo il banco di prova del modello dell’istruzione superiore europea.

In Europa, affermano dal gruppo di alto livello, si vuole affermare un modello in cui le competenze vengano innanzitutto coltivate attraverso la didattica e l’insegnamento e non solo nei laboratori di ricerca. L’Europa, quindi, dopo la scuola, sceglie l’inclusione anche all’università, spostando il baricentro dall’insegnamento all’apprendimento. Si tratta di un approccio già affermato con il Processo di Bologna e ripreso con l’istituzione del framework europeo delle competenze, del sistema di accumulazione e trasferimento paneuropeo dei crediti e dei titoli di studio, del supplemento al diploma. Per Androulla Vassiliou, commissario per l’istruzione e promotrice convinta del gruppo di alto livello, tutto ciò serve perché gli «studenti siano forniti della giusta miscela di competenze necessarie per il loro futuro sviluppo personale e professionale». Mary McAleese, ex presidente della repubblica d’Irlanda e oggi a capo del gruppo di alto livello, afferma che le università dovrebbero porre maggiore attenzione al merito di chi insegna e al fatto che venga insegnato loro ad insegnare. Tra le sedici raccomandazioni è previsto, infatti, che le politiche di reclutamento e progressione di carriera delle università tengano conto della valutazione delle competenze didattiche dei prof, tanto quanto altri fattori, come pubblicazioni e altri titoli. Entro il 2020, si legge tra le raccomandazioni, tutto il personale docente dovrebbe aver ricevuto una formazione pedagogica certificata. Ma non solo. Partico- lare enfasi è posta all’apertura democratica del curricolo agli studenti. I curricoli dovrebbero essere sviluppati e monitorati in un clima di dialogo e partenariato con gli studenti, i laureati, gli stakeholder. E ancora. Le università dovrebbero incoraggiare il feedback degli studenti. Insomma la commissione ha chiesto ai suoi saggi un documento con cui dichiarare guerra alla dispersione nell’istruzione superiore così come già avvenuto nella scuola superiore. Nel frattempo però c’è da ricostruire un rapporto con i diplomati, che si iscrivono sempre meno all’università. Secondo le stime di Alma laurea sulla condizione dei laureati le retribuzioni d’ingresso dei laureati in Italia sono livellate a livello di quelle dei diplomati. Perché allora laurearsi se basta il diploma? E d’altra parte l’Europa sa che non potrà giocarsi la competizione dell’economia della conoscenza senza un contributo forte in originalità e creatività che soprattutto i laureati italiani possono offrire.

Con l’offerta formativa all’insegna della “tuttologia” infiascata l’università di Siena continua a perdere studenti

Pupazzi-Unisi

Rabbi Jaqov Jizchaq. Si legge sul “Sole 24 Ore” che «negli ultimi dieci anni gli iscritti alle Facoltà umanistiche sono calati del 27%.» Seguiamo la tendenza, già in atto ad esempio negli USA, orientata verso la scomparsa degli studi umanistici, da noi politicamente teorizzata perfettamente bipartisan con la teoria delle famose “tre i” (mancava la quarta: idiota!); ma qui in Italia credo che questo sia un “trend” più ampio che investe anche le scienze “pure” in generale, i progetti di ricerca scientifici che non hanno una ricaduta immediatamente applicativa sui tempi brevi e le discipline teoretiche. Insomma, tutta la ricerca di base.

Mi viene in mente quel simpatico giornalista della “Frankfurter Allgemeine” perennemente ospite da Bruno Vespa, che con bonarietà paternalistica raccomanda agli italioti di dedicarsi alla cucina, al turismo ecc. e lasciar perdere la ricerca e l’innovazione tecnologica (che quella la fanno in Vestfalia o in Corea). Io, per la cronaca, fatta salva la necessità di sfruttare meglio turismo e patrimonio culturale, tenderei a pensarla in modo diametralmente opposto, ritenendo che le scienze pure ed applicate siano parte costitutiva imprescindibile del patrimonio culturale di questo paese, dato oggettivo che solo il prevalere per una certa fase di una cultura di stampo idealistico e storicistico ha potuto gettare nell’oblio.

Per quanto riguarda i settori cosiddetti “umanistici”, in particolare, leggo nel sito MIUR che qui a Siena tanto per cambiare è andata anche peggio, rispetto al dato nazionale: mentre rettori e presidi sbandieravano le classifiche taroccate del CENSIS e la “Ossforde” aretina, solamente dal 2008 ad oggi, Siena (includendo entrambe le sedi), nei corsi di laurea umanistici, è passata da 4600 studenti a 2900, cioè a dire ha perso quasi il 40% (diconsi il quaranta per cento!) degli iscritti in cinque anni.

È un circolo vizioso: alla disaffezione da parte degli studenti verso queste materie causata da un generale trionfo dell’ignoranza consumistica (come non pensare alla più volte citata “scomparsa delle lucciole” pasoliniana?), alla concreta difficoltà di trovare un lavoro (“con la cultura non si mangia”, ebbe a dire un celebre ministro) si aggiunge un’offerta didattica sempre più immiserita a causa delle uscite di ruolo di metà del corpo docente, dell’impossibilità di rimpiazzarlo, del disimpegno e della latitanza di molti che ritengono di essere stipendiati come “intellettuali”, e non come professori ma, temo (last but not least), anche di una politica che grida vendetta, consistita negli anni dello scialo nell’aver riempito a dismisura certi settori bizzarri e vacui in nome di una moda effimera durata lo spazio di un minuto, affossandone altri più solidi. Con ciò ammazzando l’unico motore che muove i giovani verso queste carriere: la passione.

Alla lunga, l’insieme di questi fattori ha prodotto corsi di laurea dalle denominazioni incomprensibili e dal contenuto vago, e ciò ha indotto gli studenti desiderosi di studiare qualcosa di ben preciso, e non la “tuttologia” infiascata, ad orientarsi verso altre sedi; mentre le iscrizioni colavano a picco e il corpo docente dimezzava, le competenti autorità pensavano a come mantenere in piedi periclitanti doppioni nelle sedi distaccate, “accorpando” il culo con le quarant’ore all’interno delle singole sedi, anziché abolire questi doppioni ed eventualmente le sedi stesse, fortilizi non più sostenibili, per concentrare le forze nella difesa della sede principale.

Purtroppo, in questo clima, hanno avuto vita facile i teorici dello sputtanamento globale-totale, cui si sono aperte autostrade all’interno di una comunità cittadina dove peraltro il provincialistico culto dell’effimero e la vanità, che considerano la cultura come una sorta di orpello, una “gravatta”, un belletto, in questi anni difficili di decadenza la fanno da padroni: ma se il trend è già di per sé negativo, com’è possibile che si ritenga di poter rispondere con proposte sempre più scadenti che hanno l’effetto di disorientare ed accentuare ancora di più la fuga da Siena?

E un disgraziato che volesse tentare la carriera accademica, come farà, in una sede dove, con le recenti disposizioni circa l’obbligo di possedere almeno sei borse di studio, non esisterà verosimilmente neppure un dottorato di ricerca specifico nei vari settori? Un dottorato… accorpato? E allora che minchia di dottorato sarebbe? Un respiro ed un attimo di riflessione bastano per rendersi conto che questa è una strada suicida.
Si salva (e ciò va ascritto a loro indiscusso merito) chi riesce a trovare fondi esterni con cui finanziare i dottorati; ma è evidente che ciò accade nella ricerca applicativa e nella sfera tecnologica e non è possibile estendere, se non in minima parte, il discorso ai settori di cui sopra.

Scusandomi se la mia ignoranza non è pari a quella di Lorsignori, la mia opinione ve l’ho detta: in queste condizioni di estrema scarsità delle risorse, che si ripercuote anche sulla qualità e dunque l’attrattività dell’offerta formativa, si facciano meno corsi e meno dottorati nella regione, ma buoni: si trasferisca lì la gente o si costituiscano corsi federati secondo il dettato della riforma, allo scopo di dar luogo a solidi presidî a livello regionale, costituendo corsi e dottorati interateneo (assai più di quanto non accada adesso, con gli attuali criteri cervellotici per il contributo della Regione ai dottorati interateneo) o trasferendo i docenti laddove le discipline hanno un maggior radicamento ed una maggiore possibilità di sopravvivenza, ponendo in definitiva la parola fine a questa finzione che è la claustrofobica “autonomia” totale degli atenei (monadi senza finestre).

Si dice che questo è ingenuo ed utopistico, non è “furbo” (meditate gente…) perché urta contro la suscettibilità dei baroni e i meccanismi spartitori che governano l’università italiana in regime di “autonomia”: eppure tutto ciò è scritto nella riforma, a questo mira l’articolo 3, a questo tendono i famigerati “requisiti minimi di docenza” e dunque mi chiedo chi comandi realmente in questa bottega, se persino il richiamo alla volontà (ancorché flebile) del popolo sovrano e alla matematica elementare è considerato un segno di ingenuità. E poi l’alternativa quale sarebbe? Assistere imbelli al declino accompagnando dolcemente alla pensione chi ne è stato concausa? E a cosa valgano tutti i fiumi d’inchiostro intorno all’eccellenza, alla meritocrazia, all’efficienza ecc., ecc. se poi cadono miseramente davanti ad argomentazioni così meschine.

Giornata di sciopero dei bloggers senesi

bavaglio_blog.jpg

Abbiamo assistito negli ultimi mesi ad attacchi e speculazioni vergognose al solo fine di delegittimare l’opera di libera informazione dei bloggers. Non si è esitato a cercare di strumentalizzare eventi tragici che meritavano e meritano rispetto, pur di conservare le proprie posizioni di potere ed il ruolo di unici divulgatori dell’accomodante verità divulgata dal Potere.

La Magistratura ha fatto un lavoro encomiabile, ma, da parte di una certa stampa sia nazionale che locale, si tende a minimizzarne i risultati per attutire l’impatto politico e sociale della verità sul modo con cui è stata gestita la città tutta, e la sua primaria fonte di reddito (Mps) in particolare.

Il tentativo d’intimidazione si è volto anche ad utilizzare gli strumenti legali: l’azione penale è obbligatoria, ma non si può fare a meno di distinguere fra ipotesi di reato ed ipotesi di reato, fra cause ed effetti, fra miliardi di euro volatilizzati e presunti reati d’opinione.

La cattiva coscienza di molti e la responsabilità di un’intera classe dirigente (politica e finanziaria), unita alla quasi totale assenza d’informazione, ha permesso di nascondere per anni i comportamenti che hanno inquinato la società senese.

Se a Siena, piaccia o meno la cosa, si è avuto modo di conoscere fatti e circostanze di grande importanza per la comunità senese tutta, ciò si deve anche – e soprattutto – al lavoro dei bloggers.

Oggi si tenta l’ennesima grande mistificazione cercando di stravolgere la realtà e trasformando i colpevoli in vittime.

Per questo motivo oggi, 28 giugno, è indetta un’astensione per una giornata di tutti i bloggers che hanno criticato il Potere, a tutela della libertà e della verità dell’informazione.

Raffaele Ascheri (Eretico di Siena)

Federico Muzzi (Il Santo Notizie di Siena)

Carlo Regina (Bastardo senza gloria)

Giovanni Grasso (Il senso della misura)

Chiunque voglia aggiungere la sua firma, è ben accetto

In merito alla concorsopoli senese, riflessioni sulla “giustizia giusta” e sull’Ateneo “corretto”

Giustizia

Un intervento a margine dell’articolo sull’assoluzione della professoressa Anna Coluccia per un concorso di ricercatore.

Domenico Mastrangelo. Cara Anna, lieto che tu abbia trovato soddisfazione nella giustizia e immaginando che le tue dichiarazioni siano frutto anche dell’ovvio entusiasmo con il quale hai accolto la notizia, vorrei, tuttavia, invitarti (amichevolmente) ad un paio di riflessioni su quanto affermi. Una è proprio quella sulla giustizia, che a te avrà anche dato ragione, ma che in numerosissimi altri casi decide in modo, sarei per dire, quanto meno opinabile.

Nel mio caso, ad esempio, il giudice del lavoro ha stabilito che un professionista con trentatré anni di laurea in Medicina e quattro specializzazioni, esperto di caratura mondiale nel settore del retinoblastoma e già in regime di convenzione con l’azienda stessa, possa, dalla medesima, essere “licenziato” (con procedure amministrativamente discutibili, tanto per non dire peggio!) a proprio piacere e impunemente dichiarare che essa (l’azienda che ospita il centro di riferimento nazionale sul retinoblastoma!) «non ha una collocazione da dare» a questo professionista!!! Ora, si può discutere quanto si vuole, ma non mi si può venire a raccontare che questa sia una sentenza giusta o “sensata” … ergo, la giustizia funziona, ma solo in alcuni casi!

Sulla “correttezza istituzionale” dell’ateneo (al quale ti onori di appartenere!), al di là di tutta la questione del “buco” e di come e chi l’ha creato, ti chiedo se sia istituzionalmente “corretto” tenere il suddetto professionista, inquadrato al livello D3 dal 2003, con uno stipendio di 1200 euro netti al mese! …ergo, di nuovo, non dubito affatto che l’ateneo sia stato istituzionalmente corretto con te, ma mi domando se lo sia stato e/o lo sia con tutti!

Mi dirai: va bene, ma qual è il punto? Il punto è molto semplice: in maniera, sarei per dire apodittica, affermi (“in soldoni”) che la Giustizia trionfa sempre e che l’ateneo (al quale ti onori di appartenere!) è “istituzionalmente corretto”. In base alla mia esperienza, io posso dimostrarti l’esatto contrario e dunque, specialmente da te, avvocato, mi sarei aspettato affermazioni del tipo: “Nel mio caso la Giustizia ha trionfato” e “Nel mio caso l’ateneo è stato istituzionalmente corretto”! …Mi chiederai ancora: ma che differenza c’è? La differenza, cara Anna, c’è ed è sostanziale, perché una giustizia che trionfa “solo in alcuni casi”, tutto è, meno che giusta! … e un’istituzione che tratta i propri dipendenti come figli e figliastri, tutto è, meno che corretta! …se poi mi dici che era implicito che tu ti riferissi al tuo caso particolare, allora come non detto!

Quando un Rettore ha il senso delle Istituzioni

rettore_costantino-nicola

Politecnico di Bari, si dimette il rettore Costantino

BARITODAY (24 giugno 2013). Dal primo ottobre 2013 il prof. Nicola Costantino non sarà più il Rettore del Politecnico di Bari. La decisione è stata annunciata oggi dallo stesso Costantino con una mail inviata a docenti, personale amministrativo e studenti. La scelta, spiega Costantino, è legata alle dimissioni del “suo” direttore generale, Di Guardo, trasferitosi in Friuli per un nuovo incarico.

“Quando, – chiarisce il Rettore nella sua lettera – nel redigere il nuovo statuto del nostro Politecnico, abbiamo previsto per il Direttore Generale il mandato triennale, rinnovabile, perseguivamo l’esplicito obiettivo, da tutti condiviso, di renderlo sincrono con quello esennale del Rettore, in considerazione del rapporto strettamente fiduciario che lega le due figure apicali della nostra organizzazione. Le anticipate dimissioni del Dott. Di Guardo (attuale Direttore Generale, in carica fino al 30 giugno) – a causa dell’importante incarico offertogli dalla Regione Friuli, per il quale gli porgo i più sinceri auguri – rendono ora, di fatto, impossibile conservare questa sincronia”.

“Sia il nostro statuto che la legislazione vigente mi impediscono infatti di conferire l’incarico al prossimo Direttore Generale per periodi inferiori ai tre anni, a meno di forzature contrattuali di assai dubbia legittimità e trasparenza. Ritenendo peraltro estremamente opportuno, ed eticamente doveroso, assicurare al prossimo Rettore il diritto di scelta del “suo” Direttore Generale, così come garantitogli dallo statuto, ho pertanto deciso di rinunciare al secondo dei due anni di proroga ex lege 240/2010 del mio mandato, che terminerà quindi il 30 settembre prossimo”.

Immediata la reazione dei sindacati CGIL-CISL-UIL-CSA-CONFSAL Snals Cisapuni, che con un documento sottoscritto in mattinata e inviato a tutta la Comunità del Politecnico hanno chiesto al Rettore di ritirare le dimissioni. Parallelamente è stata avviata una sottoscrizione di solidarietà alla quale hanno aderito componenti del Consiglio di Amministrazione, al Senato Accademico, docenti, tecnici, amministrativi, bibliotecari e studenti affinché il Rettore possa tornare sui suoi passi.“

Concorsopoli senese: in appello ribaltato l’esito del processo di primo grado

StemmaUnisiLa professoressa Anna Coluccia assolta perché il fatto non sussiste

Anna Coluccia. In data 20 giugno 2013 la Corte di Appello di Firenze mi ha assolta con formula piena da ogni imputazione a mio carico. Nel giorno in cui mi viene finalmente riconosciuta piena giustizia trova conferma la mia assoluta fiducia, mai venuta meno, nell’operato della Magistratura italiana. Esprimo la più viva soddisfazione per il riconoscimento della verità dei fatti, che mi restituisce la mia onorabilità di cittadina, di studiosa, di didatta e di funzionario pubblico.

Desidero inoltre ringraziare, insieme ai miei legali avvocati Enrico De Martino e Luigi De Mossi, tutte le persone – amici, colleghi, collaboratori e semplici conoscenti – che in questi anni difficili mi sono state vicine, mai dubitando della mia onestà e sempre mantenendo intatta la loro stima nei miei confronti.

Il compiacimento per la sentenza è tanto maggiore in quanto, al di là della mia posizione personale, attesta in modo inequivocabile la correttezza istituzionale dell’Università di Siena, cui  mi onoro di appartenere.

Per lo stesso spirito di giustizia con cui ho affrontato l’assurda vicenda giudiziaria che mi ha coinvolta, mi riservo di intraprendere serenamente tutte le iniziative volte a perseguire chi si sia reso responsabile di quanto accadutomi e vi abbia contributo – a vario titolo –, non escludendo il danno arrecato alla mia reputazione.