Ma cosa è costato il cosiddetto risanamento (vero o presunto)? L’Università di Siena non sarà più come prima!

Altan-futurodimerda

Rabbi Jaqov Jizchaq. Non vorrei che le legittime e sacrosante obiezioni del prof. Grasso (riprese da Piccini) venissero strumentalizzate per incanalare il dibattito in una direzione sbagliata: “da mihi ubi consistam, et terram coelumque movebo”, dice Archimede, ma qual è l’ubi consistam, il fondamento stabile, la base del ragionamento, quando parliamo de “l’università di Siena”? Pare, infatti, che, sia per i sostenitori delle tesi di Riccaboni, sia per i contestatori di queste tesi, “l’università di Siena” costituisca una sorta di Essere parmenideo: uno, eterno, indivisibile, uguale a se stesso, immutato dal 2007 a oggi, cosicché quando la macchina ripartirà, basterà solo togliere un po’ di polvere, un’occhiata alla batteria, gonfiare le gomme e controllare l’olio. Non vorrei cioè che si dimenticasse cosa è costato il cosiddetto “risanamento” (vero o presunto). Questo concetto, che cioè niente sarà più come prima, è chiarissimo ai senesi quando parliamo del MPS. Curiosamente pare che non lo sia quando parliamo di università.

Dal sito MIUR ricavo questi dati. Complessivamente, dopo l’avanzamento di carriera di una quarantina di persone (i “nuovi professori” 🙂 ), vi sono 709 docenti (256 associati, 273 ricercatori e 180 ordinari) più 17 ricercatori a tempo determinato (così dice il sito MIUR). Si sono persi 350 docenti. Dal grafico in alto a destra si evince che un altro centinaio di docenti si accinge a uscire di ruolo e non credo che il miglioramento dei conti consenta la ripresa del turn-over a pieno regime (come invece gradualmente accadrà in altri atenei ricchi e virtuosi, aumentando così il divario). Questo ha significato una riduzione notevole dell’offerta formativa e della mole di ricerca. In buona sostanza l’ateneo senese è stato dimezzato, e siccome ciò è avvenuto a casaccio, il corpo docente che puoi utilizzare per i tuoi radiosi progetti di rilancio è al momento semplicemente quello sopravvissuto alla carneficina (che in parte non c’entra un tubo con codesti progetti), più un po’ di ricercatori “di tipo B” con contratto a tempo determinato che sperabilmente entreranno nei ranghi, ma non prima di cinque o sei anni (e per i quali, peraltro, a differenza dei loro colleghi “old style” a tempo indeterminato, non so se siano previsti incarichi didattici).

Mi sorprende che il dibattito prescinda completamente da questo tema. “L’università riparte”, ma che vuol dire? Cosa si accinge a ripartire? Nella lotta per accaparrarsi il titolo di università eccellente onde primeggiare nelle classifiche internazionali, e non solo in quelle surreali del CENSIS, ti devi misurare (cito gli atenei italici presenti nelle classifiche QS) con atenei in piena ascesa tipo il Politecnico e la Statale milanesi, con i loro complessivamente 3400 docenti e oltre 100.000 studenti, o Padova, che sfoggia 60.000 studenti e oltre 2000 docenti, Pisa con i suoi 46.000 studenti e 1454 docenti (più altri 120 al Sant’Anna), o Torino, con i suoi 1900 docenti e 62.459 studenti, e non mi è proprio chiaro come ciò possa avvenire, né pertanto quali progetti bollano realmente in pentola per Siena.

Per le elezioni del nuovo Rettore dell’Ateneo senese si vota il 16, il 22 e il 28 giugno

Felice Petraglia - Alessandro Rossi - Francesco Frati

Felice Petraglia – Alessandro Rossi – Francesco Frati

Il decano del Corpo Accademico, Prof. Paolo Luigi Nardi, ha firmato il Decreto d’indizione delle votazioni e d’istituzione dei seggi elettorali. Al momento, i candidati a rettore sono i Proff. Felice Petraglia, Alessandro Rossi e Francesco Frati. Da ricordare, però, che il termine per la presentazione delle candidature alla carica di rettore scade 17 maggio 2016.

Dateelezioni

«Grasso ha portato delle cifre che mettono in dubbio questo mantra dell’Università di Siena risanata! Perché tutti zitti?»

Pierluigi Piccini e Daniele Magrini

Pierluigi Piccini e Daniele Magrini

Spigolature senesi tratte dalla trasmissione “di Sabato” (16 aprile 2016) di Radio Siena TV.

Magrini. Sull’Università sorprende un po’ una cosa. A volte mi sorprendono le cose di questa città, forse perché vedendola da lontano per tutta la settimana …, mi sorprendono. Nella stessa trasmissione, lì dove sei ora seduto te, c’è stato, prima, il rettore: ha raccontato le sue cose. Poi c’è stato Giovanni Grasso, che ha raccontato altre cose, altri fatti e non altre opinioni, dicendo anche cose che, se fossi stato il Direttore amministrativo dell’Università e magari il Grasso non avesse avuto ragione, avrei detto: no! Non è mica così! E, invece, tutti zitti, sotto traccia. Non va bene. Grasso ha portato delle cifre che mettono in dubbio questo mantra dell’Università di Siena risanata, che circola da tutte le parti. E perché nessuno dice: no!

Piccini. Io l’ho detto!

Magrini. Non sto dicendo di te.

Piccini. Io l’ho scritto. Che questo mantra non era vero, l’ho scritto. Tanto è vero che Riccaboni, poi, si è anche un po’ adirato, e m’ha detto che voleva confrontarsi davanti a un giudice. Fra l’altro non capisco, perché quando uno solleva appunto dei dubbi su un bilancio … basta rispondere. Si risponde coi numeri. Non è che io ti parlo di un consuntivo e tu mi presenti un preventivo. Le cose non funzionano. Cioè, si fanno gli zucchini con gli zucchini, le carote con le carote. Poi, voglio dire, anche questa storia di minacciare sempre di querela tutti quelli che parlano, quando, per esempio, se fosse andato avanti, Riccaboni avrebbe pagato con i soldi dell’Università; io avrei dovuto pagare con i soldi miei, di tasca. Cioè mi sembra una cosa diseguale, quanto meno. Però, io questa cosa l’ho scritta.

Magrini. Però, anche lì, quel bel palazzo, il Palazzo comunale… Non s’è sempre detto che l’Università è il polo trainante della città? Interesserà capire se l’Università è risanata o non è risanata?

Piccini. Ma sai… Noi, quando siamo stati in Consiglio comunale con l’esperienza delle liste civiche, abbiamo chiesto ripetutamente di fare delle sedute monografiche con le varie realtà cittadine, anche perché in questo modo il Consiglio comunale acquista un ruolo di centralità. Mi sembra che questa abitudine sia stata perduta e siamo tornati agli incontri riservati.

Almeno i candidati a Rettore risponderanno alla domanda «dove va l’Università di Siena?»

StemmaUnisiRabbi Jaqov Jizchaq. Leggo che una peculiarità del sistema italiano è la “dispersione della performance”, non la sua concentrazione in pochi atenei. Cioè a dire le “eccellenze” sono distribuite in modo abbastanza uniforme. E per converso direi che anche le sedi d’eccellenza hanno al loro interno diverse schifezze. Soggiungo che, nel momento in cui si parla di concentrazioni in “grossi hub”, verosimilmente regionali, curiosamente non si dice come ciò dovrebbe avvenire, né si nota, per esempio, che non esiste alcun serio sistema per consentire ai docenti, in una maniera che non sia eccezionale (sicché non costituisca “l’eccezione che conferma la regola”), di transire da una sede a un’altra.

Il seguito dato all’articolo 3 della riforma, relativo alle collaborazioni inter-ateneo, in quei settori dove i singoli atenei non abbiano più la possibilità di fare da soli – al di là dei dottorati Pegaso – mi pare che sia piuttosto scarso, anche perché il contenuto di questo articolo si riduce a poco più di una blanda esortazione, non accompagnata da un progetto vero e proprio, né dalla garanzia che atenei come Siena diventino ancor di più “provincia dell’Impero”, luogo di merende e scampagnate, deposito temporaneo di docenti svogliati, accentuando quei fenomeni deleteri (assenteismo, instabilità, totale indifferenza al destino dell’istituzione) che già hanno contribuito alla loro decadenza.

Egualmente non ho capito come potrebbe aver luogo operativamente in Italia la distinzione fra “teaching” e “researching university”, assente dall’attuale quadro normativo. Ma anche se ciò fosse reso possibile, mediante una riforma (della riforma) che cancellasse, tra le altre cose, l’eufemistica “autonomia universitaria”; se cioè ricerca e insegnamento venissero messi definitivamente su binari diversi (e se lo saranno, si spera che almeno si riconoscerà una dignità all’insegnamento, visto che con gli attuali meccanismi premiali è inteso quasi come una punizione per bambini cattivi), è evidente che ciò porterebbe con sé anche una totale deregulation e la differenziazione degli stipendi a seconda della sede: la “contrattualizzazione” del corpo docente, che consentirebbe di differenziare la retribuzione dei professori più bravi.

Anche questo è un tema che ronza nell’aria e, prima o poi, verrà messo sul piatto. Ma, è evidente a questo punto che i ricercatori più bravi (salvo asceti e flagellanti) migrerebbero verso gli atenei più ricchi e maggiormente dotati di risorse. Questi, perciò stesso, incrementerebbero il loro vantaggio e si creerebbe una spirale virtuosa che per gli altri si trasformerebbe in circolo vizioso, spalancando sempre di più la forbice in modo irreversibile. Come Superciuk, il sistema continuerebbe a salassare i poveri per donare ai ricchi, ma lo farebbe in nome della meritocrazia.

Uno la può pensare come vuole al riguardo e può farsi paladino di un modello che preveda la netta distinzione tra insegnamento e ricerca, ma quello che volevo sottolineare, e che mi inquieta, è come al momento non vi siano regole per porre in atto questo vagheggiato modello. Quando ci sono le regole del gioco, uno può decidere di giocare o di astenersi, e se gioca, sapendo quali sono le regole, può anche rassegnarsi a perdere; ma è evidente che un gioco senza regole, con regole cangianti, con regole varate “a posteriori”, ha tutto l’aspetto di una truffa. La gente non può passare tutta la vita ad aspettare che in alto loco si decidano su quale modello adottare, cambiando continuamente le regole del gioco.

“Nell’anima non ho neanche un capello bianco”, dice Vladmir Majakovskij, ma nella zucca io ne ho assai e non ne avevo quando si cominciò a parlare della sorte dei “giovani ricercatori”. Fu anche detto in alcune sedi, ad uso dei creduloni, che il pensionamento di 350 professori apriva la strada al reclutamento di centinaia di “giovani ricercatori” (e il modo ancor m’offende). In realtà si trattò solo del taglio di 350 posti di lavoro, tutti di docente, che preludeva all’instaurazione di un diverso “modello” di università. Dopo anni, solo adesso si è aperta la possibilità di trasformare un po’ di ricercatori in associati (gente che, di fatto, già svolgeva il ruolo di associato). Ma non si tratta, appunto, di posti nuovi, bensì solo di avanzamenti di gente già di ruolo e non più giovanissima, e anche qui è evidente che coloro i quali operano nei settori che non rientrano in questo nuovo “modello”, non hanno speranza alcuna. I giovani, intanto, come affermava Benedetto Croce, hanno un solo compito: quello di invecchiare.

Facciamo due conti.
– L’Italia ha 130.000 studenti in meno su 1.700.000 negli ultimi cinque anni, cioè intorno all’8%: ma a Siena, se i dati sono quelli riportati, siamo intorno al 30%!
– L’Italia ha perso 10 mila docenti e ricercatori dal 2008 al 2015. Per quanto riguarda i docenti di ruolo, si tratta di oltre il 13% del personale docente, contro una media del 5% del pubblico impiego. Ma se è vero, com’è vero che a Siena stiamo passando da 1062 docenti (nel 2006) a 712 (oggi) siamo al 33% di perdite e l’ateneo senese si sta riducendo a un terzo di quello pisano o fiorentino.
Aggiungo che oramai è un’asfissiante propaganda pressoché quotidiana e bipartisan, quella che vuole un ridimensionamento del sistema degli atenei, con la concentrazione delle risorse in “pochi hub”. Alla luce di tutto ciò risulta sempre più urgente un chiarimento: dove va l’Università di Siena? Una risposta, prima o poi, è dovuta. Si narra di un martire arrostito sulla graticola, che avverte i torturatori: «Potete girarmi, da questo lato sono già cotto», ma non tutti posseggono questo sublime sense-of-humor.

Il bugiardiere e le prossime elezioni del Rettore dell’Università di Siena

Riccabocchio SantoGià nel novembre 2011 scrivevo che «si può sorvolare su tutto, ma non si può accettare che il rappresentante legale dell’università di Siena», raccontando cose non vere «esponga al ridicolo l’istituzione che rappresenta». E per Angelo Riccaboni è ormai costituzionale raccontare frottole in modo sistematico! In circa sei anni alla guida dell’ateneo senese, di balle ne ha raccontate tante; nonostante ciò qualcuno suggerisce di farlo Sindaco o Ministro! Allora, tanto vale farlo Santo!

Esemplare la balla sull’avanzo di competenza di sette milioni d’euro quando, in realtà, l’esercizio 2013 s’è chiuso con un disavanzo di competenza di 3,5 milioni d’euro. È trascorso un anno dalla denuncia dell’imbellettamento del bilancio, ma il Rettore non ha ancora fornito le necessarie spiegazioni sulla vicenda, neppure dopo la mia recente ed esplicita richiesta. Tace anche l’ex direttrice amministrativa, Ines Fabbro. Silenzioso il Collegio dei Revisori dei Conti che pure, per il bilancio di previsione di quell’esercizio, aveva addirittura richiesto lo stato di dissesto per l’Ateneo senese. Muto il Consiglio di Amministrazione.

Roberto Morrocchi (in conferenza-stampa)

Roberto Morrocchi
(in conferenza-stampa)

Afasico il consigliere, Dott. Roberto Morrocchi (designato da Riccaboni in CdA in rappresentanza del Comune e della Provincia di Siena), che ha anche partecipato alle trionfalistiche conferenze-stampa del Gil Cagnè dei bilanci. E tutto questo accade proprio mentre si sta concludendo, presso il Tribunale di Siena, il processo ai due precedenti Rettori, al Collegio dei Revisori dei Conti e ai tre Direttori amministrativi, accusati d’aver causato il dissesto dell’Ateneo.

Per aumentare le immatricolazioni, Riccaboni le ha tentate tutte.  Cominciò alla fine del 2010, prorogando le iscrizioni addirittura al 28 aprile 2011. Senza risultato! Allora, pensò bene di liberalizzare (unica sede in Italia) l’accesso ai corsi di laurea in Farmacia, Biologia e CTF, calpestando il DM 17/2010, adottato per assicurare adeguati livelli di qualità della didattica mediante l’individuazione del numero massimo di studenti che possono iscriversi a un determinato corso di studio, in base ai docenti e alle risorse strumentali e logistiche disponibili in ciascuna sede. Il Ministero, però, aveva autorizzato l’attivazione di quei corsi di studio sulla base del presupposto che il numero massimo di studenti fosse quello accertato dal Nucleo di Valutazione nella loro relazione e non quello auspicato da Riccaboni.

Il risultato fu che circa 1500 studenti, che non trovarono posto nelle altre sedi, si riversarono su Siena, che, per carenza di docenti, aule, laboratori, mense non poté assicurare il servizio pagato con tasse tra le più alte d’Italia. A Riccaboni, però, non importavano i disagi degli studenti e dei docenti! A lui interessava il clamore mediatico. Ecco i titoli del Corriere di Siena: «Immatricolazioni alle stelle: clamorosa impennata»; «Università, vola il mercato degli affitti: non abbiamo più case per studenti». E così furono ingannati il Nucleo di Valutazione, il Ministero, e, soprattutto, gli studenti, che avevano ricevuto una rappresentazione dei corsi di studio diversa dalla realtà. L’accesso libero, incompatibile con le strutture esistenti, provocò disagi logistici e disfunzioni nella didattica con evidente abbassamento dei livelli di qualità, efficienza ed efficacia dell’offerta formativa. I risultati si videro l’anno successivo! Rispetto all’anno precedente, Farmacia e CTF persero 920 nuovi iscritti, molti studenti si trasferirono, e nel 2014-2015 c’è stato un ulteriore tonfo, con 37 matricole a Farmacia e 60 a CTF.

Silenzio assoluto su tutto ciò: eppure dal 2011 a oggi l’Ateneo ha perso 3.852 studenti. Riccaboni, però, continua a raccontare fole e fa scrivere che «ad oggi gli iscritti all’Università sono circa 15.800 (corsi di laurea triennale e magistrale)» quando invece sono 14.236 (si veda elenco con nome, cognome e matricola). E se anche si aggiungessero i 323 iscritti ai corsi di Dottorato o i 555 iscritti ai corsi di Specializzazione si arriverebbe a 15.114 iscritti, una cifra ben lontana da quella diffusa dal “Magnifico”.

Il candidato Francesco Frati, in qualità di pro-rettore vicario, ha condiviso tutto ciò! Se continuerà a tacere, dimostrerà di essere pienamente responsabile oppure un dilettante! Tertium non datur! Comunque, in entrambi i casi inadatto a fare il rettore! E gli altri due candidati?

Pubblicato anche da:
– Bastardo Senza Gloria (26 aprile 2016) con il titolo: «Suggeriamo una attenta lettura di questo articolo del Professor Grasso sullo stato delle cose all’Università di Siena».
– il Cittadino Online (26 aprile 2016) con il titolo: «Il bugiardiere e le prossime elezioni del Rettore dell’Università di Siena». Sottotitolo: Il professor Grasso insiste con il chiedere a Riccaboni ragione di quanto dichiarato su bilancio dell’ateneo e immatricolazioni».

Chi prefigura un definitivo ridimensionamento dell’ateneo senese si dispone di fatto ad accettarne il ruolo di sede distaccata

Altan-ragionareRabbi Jaqov Jizchaq. Scovo questo editoriale di Gramellini in cui il vicedirettore della Stampa auspica, a proposito delle università del Sud (ma il discorso per estensione vale anche per il Nord): «una drastica riforma universitaria anti-clientelare che spazzi via il pulviscolo delle facoltà che fabbricano disoccupati e concentri ogni risorsa su quattro-cinque atenei, uno per regione, facendone poli di eccellenza.»

A parte che, nel troiaio inguardabile che è scaturito dalle recenti riforme, le Facoltà non esistono più (dura ad entrare nella mente della gente!), oramai è letteralmente un coro di voci che spinge in questa direzione: pochi “hub” regionali e il resto, o chiuso, o sede distaccata (“teaching university”), e mi chiedo perciò a che gioco stia giocando chi – con insopportabile narcisismo magari però reputando sé stesso indispensabile – con la scusa di rilanciare l’ateneo, auspica lo smantellamento o riduzione a rango ancillare e di profilo infimo di ulteriori aree scientifiche, e un ulteriore contrazione della ricerca e dell’offerta formativa.

È infatti evidente che il gongolarsi nella retorica di un piccolo (e dispendioso) ateneo autonomo, contrasta visibilmente con le tendenze di tutta la politica nazionale. Oggi chi (alcuni apertamente e alcuni velatamente) prefigura un definitivo ridimensionamento dell’ateneo, si dispone di fatto ad accettare il ruolo di “provincia dell’Impero”, sede distaccata di potentati accademici siti altrove. È possibile evitare tutto ciò? Dicono di no, perché così vuole il fato. Ma allora, se Dio, la politica regionale, il ministero, i media e le autorità politiche locali perseguono questo obiettivo, cerchino almeno di essere conseguenti. Difatti è più apprezzabile chi dice cosa vuol fare e lo fa, di chi dice una cosa, ma ne fa un’altra. Si intende che è il vostro progetto, non il mio: io, nel mio piccolo, partecipando come utente alla discussione di questo blog, faccio solo opera maieutica per cavarvi di bocca il non detto.

Anzitutto (e non da ora) non è chiaro cosa si intenda farne delle decine di persone condannate all’epurazione perché operanti in quei settori che si è convenuto di abbandonare. Per ora domina l’eufemismo e la purga è chiamata “lassativo”. Quando un genovese muore, dicono che “si è tolto dalle spese”. Volete creare grossi poli regionali in cui le varie materie godano di una massa critica sufficiente a produrre quella ricerca necessaria per far contenta l’ANVUR e per rientrare nei ranking internazionali? Ebbene, fatelo, se avete il potere di farlo.

Ma diteci innanzitutto che cacchio sono le “teaching universities” e chi le paga, se le risorse vengono elargite essenzialmente sul volume dei “prodotti della ricerca” (VQR, SUA…), come si dice oggi, con linguaggio da venditori di saponette. Chi ci si iscriverà? Con quale spirito verranno gestite, se la didattica non conta più assolutamente nulla, né per la carriera dei singoli, né per il finanziamento delle strutture? Come si attua la mobilità? In passato ebbi a scrivere che se è comprensibile la strenua resistenza di chi è ancora vivo, che fa bene a resistere, non si capisce cosa abbia da perdere dall’ipotesi di migrare a cinquanta chilometri (magari essendo residente a Poggibonsi) chi a Siena già è stato ammazzato e non ha speranza alcuna di risurrezione: ma come si fa a non sottolineare che a ciò manca persino il quadro normativo?

È chiaro che i problemi più grossi non sono risolubili in sede locale, dall’impianto normativo ai finanziamenti («Eurostat, Italia maglia nera in Europa per spesa pubblica per l’istruzione: il 4,1% del Pil, peggio della Romania»). Capisco inoltre che una risposta precisa a queste domande sarebbe possibile solo se non fossimo in Italia. Qui, tradizionalmente, la politica è lasciare che tutto imputridisca, sperando che si manifesti poi casualmente un qualche miracoloso potere salvifico delle muffe generate spontaneamente, come una specie di Pennicillina.

P. S. Dimenticavo questa considerazione. Mi par di capire che alcuni sostengono una più raffinata teoria del fritto misto: molte triennali (“teaching university”), dove lavora un esercito sotterraneo di schiavi, che insegnano perché qualcuno evidentemente ha stabilito non essere adatti alla ricerca, affiancate da un paio di esperienze “d’eccellenza”. Ma basterebbe per tenere in piedi un ateneo che voglia dirsi “autonomo” e “generalista”? Può, viceversa, a questi lumi di luna, sussistere un piccolo ateneo rifondato al grido di battaglia “pochi ma bòni” (con conseguenti purghe)? Siccome la risposta a quest’ultima domanda retorica tremo sia inesorabilmente NO, non v’è chi non veda che anche dietro questa teoria c’è implicita (ma non inconscia) l’accettazione del ruolo ancillare e subalterno cui alludevo: i poli “d’eccellenza” sarebbero cioè eccellenze decentrate, un po’ come la FIAT di Melfi, presidio locale di uno “hub” regionale con la testa altrove. Se infatti la didattica deve essere intesa essenzialmente come punizione che non dà premi, il lato B (“teaching university”) di questa ipotesi “ibrida” costituirebbe per gli eroici ricercatori solo una inutile zavorra che ne offuscherebbe la gloria; a meno che, appunto, il tutto non faccia parte di un agglomerato più vasto dove luci e ombre si bilancino.

Soggiungo che non c’è un modo per barcamenarsi. L’ipotesi dei grandi “hub” è come una lavagna dove esistono solo la colonna dei “buoni” e quella dei “cattivi”, non di quelli mezzi e mezzi: niente Limbo e un Purgatorio solo fittizio, perché come già ribadito ad nauseam, i meccanismi premiali e del turnover non fanno che acuire le distanze, funzionando come il mitico Superciuk dei fumetti di Alan Ford, ossia una specie di “Robin Hood al contrario” che arricchisce i già ricchi e impoverisce i già poveri. Il declino non pare pertanto essere reversibile: se in un’area eccellentissima ci sono sette magnifici ricercatori e sei di questi sette Samurai ti vanno in pensione senza poter essere sostituiti, tu perdi anche quelle eccellenze che possiedi. Al settimo Samurai non resta che fare harakiri.

A mio modestissimo avviso tutto questo dovrebbe essere posto in primo piano nella campagna elettorale per il futuro rettore; il mondo politico, locale e nazionale, andrebbe interrogato senza peli sulla lingua per capire dove esattamente si intende portare il sistema universitario, e a che vale il nostro affannarsi.

Io era tra color che son sospesi (Inferno, Canto II).

L’antipolitica renziana nel referendum: i probabili effetti dell’astensione

Giuseppe Caldarola

Giuseppe Caldarola

Fossi Letta direi a Renzi: «Stai sereno tu, ora» (Da: “Lettera 43”, 19 aprile 20016)
Ormai il premier ha sdoganato l’antipolitica. Una strategia che gli si ritorcerà contro.

Peppino Caldarola. Gli effetti del referendum su chi l’ha perso possono essere i seguenti. Sicuramente non ci sarà l’effetto pro-Renzi. Talvolta le sconfitte “rinsaviscono” i perdenti, altre volte li radicalizzano. Accadrà la seconda cosa. Il “ciaone” ha irritato oltre misura e gli altri interventi, compresa la tristissima intervista a domanda scritta e risposta scritta della Boschi a Maria Teresa Meli (Maria Teresa, manco ti ricevono in ufficio?), rivelano un grigiore che può confermare i renziani entusiasti ma è respingente per gli altri. Lo schieramento referendario e quello del “Sì” sono abbastanza articolati, e hanno un leader che, tuttavia, non convince tutti gli altri.
Emiliano non sarà il dopo-Renzi. Michele Emiliano è un personaggio travolgente, di forte carica umana (tanto Renzi è antipatico a pelle, tanto Michele è simpatico a pelle), tuttavia è troppo pugliese, troppo dentro il modello di leadership carismatica, troppo disinteressato agli oppositori e alle articolazioni di una democrazia funzionante.
Raccoglierà la bandiera dell’ambientalismo, si dedicherà a smontare Renzi e il renzismo (è un “cagnaccio”, vorrei dire agli amici di Renzi: «Ve farete male» – come disse a noi Duccio Trombadori quando scoprì che a l’Unità iniziavano l’ennesima campagna anti-Andreotti), ma non sarà lui il dopo Matteo. Poi vedremo non la persona ma l’identikit di chi potrebbe essere l’avversario necessario prima che questo gruppo di facinorosi incompetenti abbia sfasciato tutto.
Il mondo del “Sì” tuttavia esiste e ha capito che un’arma del premier si è spuntata. Si era presentato come l’uomo del primato della politica, quello che fa il viso dell’arme a grillini e qualunquisti di ogni tipo. Lo stesso modo dell’elezione di Renzi, parlamentare e non per suffragio popolare (nelle forme costituzionalmente possibili, ora), faceva pensare a un leader inattaccabile istituzionalmente, come il suo mentore, Giorgio Napolitano.
L’invito alla diserzione dal voto ha tolto l’astensione dal manuale dell’antipolitica e l’ha resa arma universale, applicabile in ogni situazione. Ad esempio, nelle elezioni amministrative.
Il Governo si arma di anti-politica. Faccio alcuni casi di scuola. L’elettore di sinistra napoletano, che vede nella Valente una candidata non interessante ed eletta nel modo che sappiamo, perché dovrebbe avere paura del campione dell’antipolitica De Magistris dopo che Renzi e Napolitano hanno usato la massima arma antipolitica come l’astensione?
A Roma Giachetti è un bravo candidato, ma bisogna proprio aver paura della Raggi ora che l’antipolitica è stata sdoganata dall’alto? E a Milano perché non pensare al voto disgiunto visto che Parisi è visibilmente più simpatico di Sala?
Voglio dire che l’irrisione di Renzi verso i suoi avversari ha prodotto due fenomeni: ha allargato il fossato, ormai pressocchè incolmabile, fra il clan renziano e i suoi populares e la gente normale. Ha, in secondo luogo, reso usabili tutte le armi della battaglia politica. Se il governo si arma con l’antipolitica perché bisogna aver paura dell’antipolitica dell’opposizione?
Non succederà niente di drammatico nell’immediato, ma fossi Enrico Letta scriverei a Matteo Renzi: «Stai sereno tu, ora».

«Informatevi bene e poi andate a votare! Votate quello che vi pare, ma andateci!»

All’università di Siena, destinata a sede distaccata toscana, si predica l’espansione ma praticando la contrazione

faust-film

Rabbi Jaqov Jizchaq. «Nel 1892 il ministro della Pubblica istruzione Ferdinando Martini propose il progetto di soppressione dei piccoli atenei, tra i quali quello senese. La proposta fu subito contrastata da uno sciopero generale dei commercianti, dall’intervento di tutte le istituzioni cittadine e da veri e propri moti popolari, che indussero il ministro a ritirare il progetto.»

Notare la differenza coi nostri tempi bui: oggi della sorte dell’ateneo tutti se ne stracatafottono, altro che moti popolari o indignazione dei commercianti! Manca la tensione etica, l’apertura mentale. Il politico alla moda finge di prendere le distanze e somministra al popolo clisteri di retorica: del resto ho già sottolineato come all’indomani della scoperta del “buco”, politici di tutte le razze identificavano come unica medicina quella del taglio dei posti di professore e ricercatore. Cerco di essere più preciso e come disse un papa, “se sbaglio, mi corigerete”: nel 2008 a Siena c’erano 68 triennali e 46 magistrali (più qualche laurea a ciclo unico). “Troppe!”, si diceva, non senza ragione. Se ne reclamava la chiusura di alcune: “le scienze del bue muschiato”; ebbene, adesso vi sono 30 triennali e 28 magistrali, diverse delle quali piuttosto mal messe, frutto di accorpamenti e destinate ad essere soppresse nei prossimi anni con il prosieguo dei pensionamenti e la perdita prevista di un altro centinaio di docenti.

Del resto se certi corsi sono destinati a sopravvivere ancora per un lasso di tempo con accanimento terapeutico, come simulacri di quello che furono, allora è meglio l’eutanasia. Ad essere entrate in crisi non sono necessariamente “le scienze del bue muschiato”, ma alcune scienze di base e corsi non proprio inutili, da ogni punto di vista. Se anche rientreranno una manciata di docenti, il quadro non cambia, considerando che dal 2008 se ne sono persi già 344. Avevamo oltre 22.000 studenti e adesso, dice il Rettore, ne abbiamo 15.775, aggiungendo che questo pesante ridimensionamento per Siena costituisce la “dimensione naturale”. Eh, già, così è, se vi pare. Uno torna da Auschwitz e dice: “questo è il mio peso-forma”. Ma “naturale” in che senso? Cos’è “naturale” per Siena? Cortesemente, gradirei ricevere qualche delucidazione riguardo a questa valutazione. Poi non so cosa induca a pensare che il dato si sia consolidato e non sia destinato a scemare ulteriormente. Insomma, che precipitando dal grattacielo, si sia “finalmente” toccato il suolo.

Ci avviamo ad avere un terzo dei docenti di Pisa o di Firenze e per giunta mal distribuiti un po’ a casaccio: un gerontocomio, semplicemente quello che resta dopo i pensionamenti di quasi la metà di costoro, non quello che serve per portare avanti un progetto ben definito. Ma cosa intende il Rettore quando dice che «entro il 2016 entreranno a Siena circa 130 fra nuovi docenti e nuovi ricercatori»? In realtà, se sono di ruolo, non sono nuovi (si tratta di avanzamenti di carriera) e se sono nuovi, non sono di ruolo (si tratta di contratti, anche se alcuni, sperabilmente, in futuro, convertibili in posti di ruolo).

E ripeto che non capisco come, con una massa così ridotta, si possa sfuggire all’attrazione dei grandi poli regionali. Perdendo altri 5000 studenti, inoltre, Siena verrà inclusa nel novero dei vituperati “piccoli atenei” (cioè quelli intorno ai 10.000 studenti) dei quali da più parti si reclama la chiusura e che paiono incompatibili con i succitati progetti dell’ANVUR e della politica. Non solo quella di governo. Leggo infatti nel blog di Beppe Grillo: «I piccoli atenei (costosi e poco efficienti) dovranno chiudere e quel risparmio potrà essere investito per creare case dello studente presso pochi, efficienti, grandi atenei.» In effetti a questi lumi di luna mi pare sia opinione ampiamente condivisa che i piccoli atenei sotto i 10.000 studenti siano una spesa insostenibile. Soprattutto mi pare che molti italiani, non insensatamente, non la vogliano sostenere, trattandosi in larga misura di diplomifici e stipendifici per parenti o famigli delle nomenklature locali.

Porsi questi problemi mi pare lecito, se non addirittura doveroso, e un chiarimento appare non più procrastinabile. In tutt’Italia se ne parla. A Siena no; pare peccaminoso e inopportuno parlarne. Di certo da queste parti non ti fai degli amici, sollevando il discorso, nel “tempio del libero pensiero”. Sicché, nonostante l’afflato e i buoni propositi, il destino pare essere già stato tracciato e nonostante il linguaggio 2.0 degli eredi del ministro Ferdinando Martini, il proposito appare oggi lo stesso, quando dicono che sopravviveranno “pochi hub” propriamente definibili come “università”, mentre gli altri saranno ridotti a “teaching universities”, cioè sedi distaccate; ma non hanno il coraggio di ammetterlo, e non certo perché temano l’insurrezione popolare a difesa del “culturame”.

Ma non si può continuare a dire una cosa e a farne un’altra, predicando l’espansione, ma praticando la contrazione. Un po’ il contrario del Mefistofele di Goethe, che desiderava eternamente il male, e tuttavia “a sua insaputa” operava eternamente il bene: “Ein Teil von jener Kraft, die stets das Böse will und stets das Gute schafft”.

Dopo l’intervista a Grasso, appare chiaro perché il Rettore Riccaboni eviti come la peste un contraddittorio con lui

Altan eticaRingrazio di cuore Marco Sbarra per il gentile commento che ha postato alla mia intervista sui bilanci imbellettati dell’Ateneo senese.

Marco Sbarra. Caro Professor Grasso, mi spieghi un po’ una cosa, visto che di numeri Lei se ne intende.
Forse a Siena non valgono le normali regole per la redazione dei bilanci? No, perché quelli dell’Università, come dai dati precisi e implacabili da Lei forniti, sono allegramente addomesticati, ma pure quelli del Monte sembrerebbero attingere un tantinello alla finanza creativa, come da varie ed autorevoli fonti si afferma. Visto che il Professore è in pensione, perché dottor Viola non nominarlo revisore dei conti della banca? Senza forse, certe remunerazioni principesche, a prescindere dai risultati ottenuti, difficilmente potrebbero essere incamerate, ma il Monte senz’altro ne guadagnerebbe, anche come immagine.
Dopo la sua intervista, appare chiaro perché il Magnifico Rettore Riccaboni eviti come la peste un contraddittorio con Lei. Certamente non fa una gran bella figura, ma troverà il modo di consolarsi con le pacche sulle spalle che riceverà dal cerchio aggrovigliato che ancora ha l’ardire di esistere.
Io la ringrazio di cuore Professore, per la sua incessante battaglia, in primis morale, contro il potere arrogante e indecente che ha soggiogato Siena, e per il suo coraggio nel denunciare personalmente le “Imprese” dei suoi rappresentanti.
La verità è un’arma formidabile e chi ha il coraggio di manifestarla pubblicamente compie un’opera fondamentale: quella di impedire la dittatura dell’ingiustizia e del pensiero unico.