Le falsità sull’AIDS: ancora imbrogliati dalla scienza?

Le-falsita-sull-aidsL’AIDS (sindrome da immunodeficienza acquisita) fu identificato nel 1981 e tre anni dopo, nell’aprile del 1984, con una conferenza stampa convocata dal Ministro della Sanità americano e dal ricercatore Robert Gallo, fu dato l’annuncio che l’agente responsabile della cosiddetta “peste” del XX secolo è un virus. Annuncio del tutto irrituale, poiché non esisteva un solo articolo scientifico su riviste specializzate che confermasse la teoria virale. Eppure, il “virus dell’AIDS” diventò subito un dogma che orientò Istituzioni, Governi, Fondazioni, Riviste scientifiche, finanziamenti, ricercatori, industria farmaceutica, giornalisti, potenti lobbies, opinione pubblica in una guerra (fallimentare ancora oggi) all’insegna di un’ipotesi, mai dimostrata scientificamente, secondo la quale è l’HIV (il Virus dell’Immunodeficienza Umana) a provocare l’AIDS.

Nella stessa suddetta conferenza stampa, Robert Gallo promise, con tanta presunzione e sicurezza, che entro due anni sarebbe stato disponibile un vaccino in grado di bloccare l’epidemia di AIDS. Sono passati trentacinque anni da allora e un vaccino efficace non esiste ancora. Esiste, però, “una chiara e definita possibilità che al vaccino non si arrivi mai!”. Lo afferma, negli Stati Uniti, la massima autorità sull’argomento: il direttore dell’Istituto Nazionale delle Malattie Allergiche e Infettive, Anthony Fauci.

La definizione di AIDS è stata più volte rivista, spesso in modo artificioso e politico, con l’intento di far aumentare i casi di AIDS e creare l’illusione del diffondersi dell’epidemia. L’AIDS, che non è un’unica malattia, ma una sindrome, comprende – secondo il Centro americano per il Controllo e la Prevenzione delle Malattie – più di trenta patologie diverse. Di conseguenza, una polmonite in un paziente che presenta anticorpi anti-HIV viene riclassificata come AIDS, mentre, in assenza di anticorpi anti-HIV, è diagnosticata come una normale polmonite infettiva. Lo stesso per altre malattie come tubercolosi, demenza, leucemia, candidiasi, cancro.

Scriveva nel 1996 Kary B. Mullis (premio Nobel per la Chimica nel 1993) nella sua prefazione al libro di Peter H. Duesberg (Inventing the AIDS virus): “Entrambi sappiamo con certezza che cosa non provoca l’AIDS; (…) non esistono prove scientifiche che dimostrino che l’AIDS sia una malattia causata dall’HIV”. E aggiungeva: “Non siamo riusciti a scoprire perché mai i medici prescrivano un farmaco tossico chiamato AZT (Zidovudina) a persone che non presentano altri disturbi se non la presenza di anticorpi anti-HIV nel loro sangue”, che, com’è noto, indica un’inattivazione permanente del virus. A tal proposito, undici anni dopo, nel 2009, anche Luc Montagnier (premio Nobel per la Medicina nel 2008) dirà la sua: “Possiamo essere esposti all’HIV molte volte senza essere infettati cronicamente. Il nostro sistema immunitario, se è efficiente, può eliminare il virus in poche settimane”.

Se l’HIV provoca l’AIDS, come si spiegano tutti quei pazienti con una diagnosi clinica di AIDS che non presentano l’HIV? Albert Sabin (che sviluppò il vaccino contro la poliomielite), nel 1987, nel corso di una conferenza pubblica, disse la sua in modo abbastanza duro. Riferendosi alla paventata diffusione dell’AIDS alla popolazione generale affermò: “Sono allibito davanti a queste reazioni isteriche: è pazzia pura. Si fanno affermazioni irresponsabili senza alcun fondamento scientifico. La presenza del virus in sé e per sé non vuol dire nulla e i virologi sanno che la quantità conta, eccome se conta. Questo significa che, essendo l’HIV estremamente raro nei malati di AIDS, la sua trasmissione da individuo a individuo dovrebbe essere molto difficile. Alla base delle attuali campagne e misure sanitarie c’è il concetto che chiunque risulti sieropositivo deve essere considerato fonte di contagio, eppure non ci sono prove per dirlo. Fino ad oggi tutta questa fantastica conoscenza della biologia molecolare dell’HIV non ci sta aiutando granché”.

Nel 1998 fu pubblicata l’edizione italiana del libro di Duesberg (AIDS. Il virus inventato), che ebbe un notevole successo anche nel nostro Paese. Oltre a ribadire che l’AIDS non è contagioso, Duesberg fornì in poche righe una descrizione precisa ed efficace (valida ancora oggi) del clima di quegli anni e dei guasti provocati dall’insensato atteggiamento, favorevole alla teoria virale, dell’establishment: “Morti tragiche, spreco di tempo e di denaro, un dibattito pubblico isterico su un virus innocuo: ecco quali sono i frutti nati da un ambiente scientifico cresciuto a dismisura e ormai troppo vasto per produrre vera Scienza. La ricerca del sapere è stata soppiantata dal carrierismo, dalla sicurezza del posto di lavoro, dalle sovvenzioni, dai benefici finanziari e dal prestigio. Ma il mostro che ne risulta è doppiamente colpevole, perché distrugge o emargina quei pochi scienziati che osano formulare interrogativi”.

La competenza e l’autorevolezza (proprio in Virologia) di Duesberg, l’ampia e convincente documentazione a sostegno delle sue posizioni (l’HIV non provoca l’AIDS, l’AIDS non si trasmette per via sessuale, l’AZT peggiora l’AIDS), le evidenti falsità sull’HIV sostenute dall’establishment scientifico internazionale, il fallimento della messa a punto di un vaccino contro l’AIDS, l’inesistenza di una cura per l’infezione da HIV, il dissenso in crescita tra la Comunità Scientifica … alla fine degli anni ’90 facevano prevedere un declino certo, entro pochi anni, dell’ipotesi virale dell’AIDS.

Purtroppo così non è stato, come dimostra il libro di Domenico Mastrangelo, che esce giusto vent’anni dopo l’edizione inglese del libro di Duesberg, colmando un’evidente lacuna sull’argomento. Quello di Mastrangelo è un libro agile (si legge tutto d’un fiato), chiaro, aggiornato (con i riferimenti bibliografici alla fine di ogni capitolo), rivolto, nelle intenzioni dell’Autore, “a tutti coloro che nella vita si occupano di altro”, che sono invitati, servendosi di logica, buon senso e dei riferimenti scientifici internazionali citati, ad analizzare i fatti documentati riguardanti l’interrogativo di fondo: è davvero l’HIV a provocare l’AIDS?

Ed è proprio questo il punto! Quel che, giustamente, Mastrangelo suggerisce al Lettore comune – analizzare i fatti, servendosi di logica, buon senso e riferimenti bibliografici per farsi un’idea in piena libertà – la Scienza Ufficiale non l’ha mai imposto ai numerosi studiosi dell’AIDS e alle Riviste scientifiche specializzate. Sintomatico il punto di vista di Harvey Bialy, della rivista Bio/Technology, che nel 1992 dichiarò al Sunday Times of London: “Che tipo di Scienza è quella che continua a dare il cervello all’ammasso e che concede alla teoria virale dell’AIDS tutta la fiducia e tutto il denaro stanziato per la ricerca? La risposta che continua a venirmi in mente è che non ha niente a che vedere con la Scienza: le ragioni sono tutte non scientifiche”. Del resto, come non restare sbalorditi se, come ci racconta Mastrangelo, la stessa Organizzazione Mondiale della Sanità nell’ottobre 2013 ha presentato il suo “fact sheet” in tema di HIV/AIDS, che contiene notizie importanti sulla sindrome – sintomi, trasmissione, diagnosi, fattori di rischio, test, prevenzione, terapia –, senza citare un solo riferimento bibliografico a sostegno dei fatti riportati!

È comprensibile, perciò, quello che, ventitré anni dopo le dichiarazioni di Harvey Bialy, Mastrangelo scrive sulla “peste del XX secolo, che alcuni considerano l’ennesima «bufala» prodotta da una Scienza malata d’ignoranza, supponenza, presunzione, arroganza, corruzione e malaffare. Non sorprenda la durezza del giudizio per la ricerca sull’AIDS!

Già nel 1979, il grande biochimico e padre della biologia molecolare, Erwin Chargaff, aveva scritto che “le Facoltà di Medicina negli Stati Uniti sono controllate da un tipo particolarmente virulento di operatori scientifici e una parte di ciò che ora viene spacciata come ‘ricerca biomedica’ rientra negli annali della criminalità. Fabbricanti di dogmi e speculatori di assiomi si affollano intorno al tavolo dei doni, dove si distribuiscono le sovvenzioni per le ricerche, e le Riviste specializzate traboccano di nuovi fatti concreti rastrellati un po’ dappertutto, ma per lo più questi fatti, prodotti in fretta e furia, non reggono a lungo, spariscono con il vento, che a sua volta ne raduna ancora un bel mucchio”.

Aveva ragione Chargaff quando descriveva la situazione dei suoi tempi! E cosa avrebbe detto, oggi, con riferimento agli operatori scientifici che, adorando il dogma del virus dell’AIDS, fanno ricerca sulla cosiddetta “peste” del XX e XXI secolo? E perché la “bufala” dell’HIV che provocherebbe l’AIDS dura da trentatré anni? Lo si capirà leggendo anche questo libro.

La cultura è anche cultura scientifica (pura ed applicata) e la scienza è una disciplina sommamente umanistica

Altan-tagli-culturaRabbi Jaqov Jizchaq. La settimana scorsa, l’ottimo Stefano Feltri (vicedirettore de “Il Fatto”) ha condotto Prima Pagina su RAI3 e, anche per via del vespaio che ha sollevato con i suoi recenti interventi al riguardo, è tornato a sparare a zero contro la “cultura umanistica”, riprendendo una polemica che già da tempo sta conducendo sul suo giornale: “Molti dei commenti confermano l’idea molto italiana che la cultura sia solo la cultura umanistica. Che non conoscere a memoria i versi di Dante su Paolo e Francesca sia sintomo di ignoranza ma sia legittimo e perfino salutare non sapere cosa sono le derivate o la teoria della relatività.” (Stefano Feltri)

Cade a fagiolo con quello di cui discutevamo anche in questo blog. Il discorso investe le prospettive del nostro ateneo, nel processo, non terminato, di ristrutturazione e cancellazione di molte aree scientifiche. Sul piano schiettamente culturale avrei tuttavia delle obiezioni. Potrei, innanzitutto, rimbalzare la palla nel campo di Feltri osservando che, quando, giornalisticamente caldeggiando questa contrapposizione fra umanisti e scienziati, si parla di fisica o di matematica, non ci si riferisce quasi mai ai grandi matematici, le Fields medals, i grandi fisici, i grandi “paradigmi” e le grandi concezioni del mondo fisico, ma solo alle applicazioni tecnologiche o economiche immediate: delle “start up”, delle “spin off”, sostanzialmente di una parte della matematica e di una parte della fisica, dalle quali ci si attendono ricadute economiche immediate, e quasi mai della Scienza come cultura. Non che questo sia un reato, ma vorrei capire meglio di cosa stiamo parlando.

L’insistenza rinnovata su questa (in realtà fluida) demarcazione, accompagnata dal tono bassissimo della discussione, ha l’aria di un rappel à l’ordre, di un ritorno al provincialismo usuale di una cultura sterile fuori dai circuiti mondiali: i detrattori della cultura scientifica a malapena conoscono le tabelline ed i denigratori della cultura “umanistica” difficilmente saprebbero dire cosa intendono con questo concetto: come pensa di inserirsi nel quadro oramai internazionalizzato della cultura chi ragiona in questo modo? La pasoliniana “mezza cultura” italiana è tutta pervasa di questa distinzione fra “umanistico” e “scientifico”, ostentando la quale taluni cercano di dare a bere al proprio prossimo una ampiezza di vedute ed una consapevolezza che non hanno. C’è un non detto nel discorso di Feltri, ovvero che le ultime riforme hanno terribilmente abbassato il livello degli studi umanistici, riducendoli in genere a guazzabuglio. Le isole d’eccellenza sono rimaste poche.

Ma cos’è la cultura “umanistica”? Ad esempio, l’economia politica, che al tempo di Adam Smith si chiamava “filosofia morale”, è scientifica o no? E in generale, perché associare la filosofia alla cultura “umanistica”, quando la più parte della cultura filosofica “professionale” del ‘900 (non, per intenderci, quell’ammasso nozionistico di date e nomi che si studia a scuola) è roba molto tecnica, e, se pensiamo alla riflessione sui “fondamenti” (come si diceva il secolo scorso) della fisica o della matematica, condotta con metodi formali e matematici? È vero che per alcuni (ma solo alcuni) settori entro l’area umanistica, gli indicatori bibliometrici possono risultare più problematici che altrove (e sulla problematicità di questi indicatori in quanto tali, si è soffermata Mary), ma non e vero per altri, dove valgono gli stessi standard di rigore che per le scienze. In ogni caso la difficoltà nell’usare questi strumenti di valutazione non può giustificare la tendenza al lassismo. Si è mormorato, malignamente, che la sconclusionata lista delle riviste “di fascia A” o “scientifiche” per certe aree sia stata generata proprio dall’assenza di professori ordinari che avessero pubblicato su riviste autenticamente di alto livello.

Per me la cultura – a scanso di equivoci – è anche cultura scientifica, pura ed applicata, e anzi, rovesciando diametralmente il discorso, la scienza è una disciplina sommamente umanistica. Come ho già scritto in tempi non sospetti, trovo questo dibattito provincialoide e insopportabilmente stucchevole, perché prescinde da quella che in genere costituisce la premessa di un ragionamento rigoroso, ossia le definizioni esatte di ciò di cui si parla. Molti ritengono che fuori dai confini recintati del proprio orticello, vi siano solo i barbari, dei quali è consentito parlare in termini approssimativi. Insomma, non siamo certo nel Rinascimento, ne prendo atto: ma detto questo, oggi come oggi, interessa veramente la cultura scientifica ai livelli più astratti? È vero che “integrali e derivate – come dice Feltri – sono cultura” (Newton e Leibniz: cavolo se non è cultura!), ma la “matematica” finisce agli intergali di un corso di calcolo per studenti di economia? La teoria di Evaristo Galois non costituisce una tappa della storia del pensiero tout-court?

Intendiamoci, l’uomo della strada mediamente colto, infatti, già comincia a sentire “fumus” di filosofia quando ode mormorare di integrali curvilinei ed osserva geometriche figure tortili barocche, ponendo molto più giù la demarcazione fra scienza e metafisica. Perché parlando di scienza, il pensiero dell’uomo della strada (non ancora investito dal tram) corre immediatamente alle cose tangibili, senza pensare che una teoria, prima di essere applicata, ha da essere concepita. Ma può esistere la scienza applicata senza la scienza pura? Probabilmente la “scienza pura” è quella cosa che sempre di più si farà in “pochi hub della ricerca”, come va di moda dire oggi: ma allora cosa dovrebbero fare atenei come Siena e coloro che vi lavorano, soggetti nondimeno alla tirannia dell’ANVUR, della SUA e del VQR? Il fatto che con una laurea di indirizzo tecnologico o medico si trovi più facilmente lavoro, mi pare comunque essere un problema che sta ad un livello diverso rispetto al dibattito (stucchevole) sulle “due culture”.

C‘è un senso in cui Feltri ha ragione: il senso per cui “verum ipsum factum”, per così dire, ossia che dopo aver sputtanato un’area di studi, è facile riconoscere che essa è diventata inutile. Mi domando quale sia il livello di consapevolezza dei riformatori nazionali e locali visto che nelle recenti trasformazioni dell’università, più che altrove, si è manifestato in tutta la sua virulenza distruttiva quel fenomeno che con espressione pasoliniana ho definito “la mezza cultura”, conducendo rapidamente al declino. Ho già scritto in tempi non sospetti che non capivo come fosse possibile farsi paladini, da un lato, di quell’apparenza di rigore che promana dal VQR, dalla SUA, dall’ANVUR, con gli h-index e le riviste “di fascia A”, e dall’altro assecondare operazioni di bassissimo profilo che acceleravano la deriva.

È indiscutibile che con una laurea in chimica o ingegneria vi sono serie possibilità di trovare lavoro: si può, in extremis fare la valigia ed andarsene in Germania. Si può studiare alla Bocconi, come Feltri, e diventare d’amblé – pare – manager di qualche cosa (ma in questo paese vogliono fare tutti il “manager”?). Però – e non dico che questa sia la tesi di Feltri – da qui a dire che la cultura “umanistica” o anche “scientifica pura” (mi pare che presso i sostenitori di questa tesi alla fine non si facciano troppi distinguo) non servono affatto, ce ne corre: eppure mi pare in sostanza ciò che si sente dire in giro e si vede all’opera anche a Siena, tanto per non andare molto lontano. Ciò equivale a svendere l’identità di un popolo (e non alludo solo alle ruine e alle vestigia architettoniche di un nobile passato), abbandonare l’ultimo presidio di sovranità, accettare l’idea che l’Italia sia oramai anche culturalmente colonizzata, solo un grande suk, dove si vende merce concepita e prodotta altrove, nel quadro di una svendita totale, anche sul piano dei valori.

Io non voglio vivere in un paese dove una scuola rifiuta di far vedere agli studenti le opere pittoriche di Picasso, Guttuso e Chagall (un ateo, un comunista e un ebreo) perché “offensive” verso altre culture religiose: ma questa forma di asservimento, di rinuncia a tutti i valori più positivi della nostra civiltà, è semplicemente dovuta all’ignoranza. Gli eventi tragici di queste ore, poi, con gente che vuol cancellare addirittura la cultura occidentale tout-court a colpi di AK47, dovrebbero far riflettere: più che maomettani imbevuti di fanatismo, a guardarli bene questi ventenni barbuti assomigliano ai pasoliniani “giovani infelici”, omologati e imbottiti di droghe e consumismo, almeno quanto di esplosivo, che dell’Occidente conoscono solo la Coca Cola ed altre sostanze tossiche. Insomma, il passo, dalle considerazioni sensate sul mercato del lavoro, all’atteggiamento di quel famoso Gauleiter nazista che metteva mano alla Luger quando udiva la parola “cultura”, può essere breve.

Cose dell’altro mondo all’Università degli Studi di Siena

 Arnold Böcklin,

Arnold Böcklin, “The Isle of the Dead”, 1883

Vogliamo l’inaugurazione dell’anno accademico anche a Grosseto, al San Niccolò, a San Miniato, a San Francesco, in Via Mattioli e al Laterino, con la partecipazione straordinaria di Matteo.

Il 9 novembre l’inaugurazione dell’anno accademico ad Arezzo

Si svolgerà lunedì 9 novembre la cerimonia di inaugurazione dell’anno accademico nella sede di Arezzo dell’Università di Siena. Dalle ore 11, nell’aula magna del Campus del Pionta in viale Cittadini, interverranno il rettore dell’Ateneo Angelo Riccaboni, la direttrice del Dipartimento di Scienze della formazione, scienze umane e della comunicazione interculturale, Loretta Fabbri, il direttore del Dipartimento di Scienze mediche, chirurgiche e neuroscienze, Ranuccio Nuti, e il professor Luigi Bosco del Dipartimento di Economia politica e statistica. Seguiranno l’intervento della rappresentante degli studenti Valentina Fazzuoli e la prolusione del professor Bruno Rossi, ordinario di Pedagogia generale, dal titolo “Lavoro, creatività, formazione”. Alla cerimonia interverrà la vice presidente della Camera dei Deputati Marina Sereni. La mattina si concluderà con l’inaugurazione di un’opera di pittura murale realizzata negli spazi di Campus Lab, la nuova struttura di oltre 400 metri quadrati dove gli studenti possono sperimentare nuove forme di didattica professionalizzante, sviluppare progetti, lavorare insieme, incontrare rappresentanti del mondo del lavoro.

Sull’udienza del 16 ottobre, intervista di Susanna Guarino, di Siena TV, a Giovanni Grasso

Tommaso Salomoni. Entriamo nel vivo dell’argomento che riguarda l’Ateneo di Siena, in particolare del processo, iniziato il 16 ottobre (la seconda udienza ci sarà il 30 ottobre alle ore 9,00), che vede chiamato in causa il professor Giovanni Grasso, che ha un blog “Il senso della misura”, dove esprime spesso dei commenti molto critici sull’operato dell’amministrazione dell’Università di Siena. L’ha fatto, in passato, anche con gli altri rettori, lo sta facendo e lo ha fatto anche con Angelo Riccaboni. Ebbene, per un articolo scritto sul blog nel 2013, è arrivata la querela da parte del rettore. Sembra una cosa di normale amministrazione, capita spesso una querela per diffamazione. In realtà, se andiamo a scavare nelle carte di questo processo, capiamo che forse può farsi veramente interessante, specialmente se si ricerca la motivazione per la quale il prof. Grasso aveva fatto alcune osservazioni sul rettore Angelo Riccaboni e se si va a scavare, in particolare, sul passato dell’Università decisamente burrascoso, non tanto nell’epoca Riccaboni quanto negli anni in cui si è arrivati anche a formare, e scoprire successivamente, il buco di bilancio. Insomma, cerchiamo di fare chiarezza con il prof. Giovanni Grasso e con l’intervista che ha realizzato per noi Susanna Guarino.

Dal Corriere di Siena (28 ottobre 2015): «Al termine della conferenza stampa, al rettore è stato chiesto un commento anche sulla vicenda giudiziaria con il professor Grasso: “C’è un procedimento in corso – ha detto Riccaboni –. Francamente mi sembra che i fatti dimostrino che le cose in ateneo stanno andando bene. E sentirsi dire certi epiteti non è mai una cosa piacevole“.»

Da La Nazione Siena (28 ottobre 2015), Orlando Pacchiani: «Tra le questioni scottanti sul tavolo, c’è anche la questione per la querela al professor Grasso. Risponde Riccaboni (n.d.r.): “Diatriba? Nessuna diatriba, c’è semplicemente un procedimento in corso. Accetto critiche e accuse di ogni tipo senza replicare, ma qui si è passato il segno con epiteti eccessivi, basta leggere ciò che è stato scritto“.»

Bandiera gialla nel processo a Giovanni Grasso querelato da Angelo Riccaboni

Bandiera-gialla

Con il 16 ottobre 2015, sono passati 50 anni dalla nascita di “Bandiera Gialla” (quella delle navi con gli appestati), programma radiofonico dissacratorio e anticonformista con il quale i suoi ideatori, Renzo Arbore e Gianni Boncompagni, riuscirono a sprovincializzare la musica italiana. Lo stesso 16 ottobre 2015 è iniziato il processo a un altro “appestato”, il sottoscritto, accusato d’aver diffamato, con «incessanti attacchi su “il senso della misura”», un altro docente, Angelo Riccaboni, che è a capo dell’Ateneo senese. Non sia irriverente l’accostamento dei due fatti, si tratta di una coincidenza che, è sperabile, sia di buon auspicio anche per me, arrivato a Siena 50 anni fa dal Salento, proprio nell’ottobre del 1965.

L’articolo incriminato, dell’11 febbraio (altra coincidenza) 2013, ha per titolo: «È necessaria l’interdizione di Riccaboni dalla carica di rettore dell’Università di Siena». Il procedimento penale n. 883 (altra coincidenza, musicale), con giudice monocratico Maria Cristina Cavaciocchi e pm Alberto Bancalà, vede come miei difensori Luigi De Mossi, del foro di Siena, e Vieri Fabiani, del foro di Firenze. Il querelante, costituitosi parte civile con una richiesta risarcitoria di centomila euro, è rappresentato legalmente dall’avvocato Paolo Di Mattia del foro di Firenze. A causa degli impegni della persona offesa e con il consenso di tutte le parti, il giudice, invertendo l’ordine di acquisizione delle prove, ha iniziato con l’audizione dell’imputato. La registrazione integrale dell’udienza si può ascoltare (ed è scaricabile) su Radio Radicale.

Il pm mi ha chiesto conferma della paternità dell’articolo pubblicato anche su “Il Cittadino Online”, quali siano gli elementi a mio discarico e le fonti delle circostanze da me riferite, quali rapporti io abbia con Riccaboni. Ho risposto che il blog è un foglio online d’informazione e libero dibattito universitario, aperto al contributo di tutti, che le mie fonti sono pubbliche (verbali del Consiglio di Amministrazione e del Senato Accademico), che, con quell’articolo, ho esercitato il mio legittimo diritto di cronaca e di critica nei confronti dei vertici dell’Università degli Studi di Siena, e che non ho avuto (e non ho) alcun rapporto con Riccaboni.

Le domande degli avvocati De Mossi e Fabiani mi hanno permesso di chiarire i fatti riguardanti le irregolarità dell’elezione e della nomina di Riccaboni, riportando le dichiarazioni di una fonte autorevole, quella del Ministro del Miur dell’epoca, Maria Stella Gelmini: «Soltanto oggi vengo a conoscenza del fatto che nessun elettore il 21 luglio è stato identificato. Se avessi saputo di detta irregolarità, non avrei proclamato il rettore Inoltre, ho riferito delle irregolarità nella scelta del Direttore amministrativo, della sua nomina e del suo contratto senza formali delibere del CdA, del mancato pronunciamento dell’organo di governo sullo stipendio tabellare e sulla retribuzione di risultato e, infine, della mancata definizione degli obiettivi della sua azione amministrativa. Ho ricordato l’illegittimità dell’indebita erogazione dell’indennità di risultato eventualmente riscossa, in assenza della predeterminazione dei criteri e delle procedure di valutazione e in mancanza della definizione degli obiettivi annuali.

Mi sono soffermato sui primati dell’Ateneo senese quali: l’assenza del Regolamento Generale (che disciplina l’organizzazione e il funzionamento dell’Ateneo e l’attuazione dello Statuto); la proroga delle iscrizioni fino al 28 aprile 2011; commissioni di concorso irregolari in evidente violazione del D.lgs 165/2001 e del codice di procedura civile; violazione della Legge 1/2009; Senato Accademico e Consiglio di Amministrazione esautorati; Sistema di misurazione e valutazione della performance approvato con 4 anni di ritardo; assenza di trasparenza, con verbali degli organi di governo approvati con grave ritardo, fino a due anni dopo; concorsi banditi senza l’accertamento della sostenibilità finanziaria. Infine, ho parlato del disordine strutturale e dell’inefficienza endemica, fino all’adozione di molti provvedimenti illegittimi, anche a causa dell’assenza del Regolamento Generale d’Ateneo.

La prossima udienza si terrà il 30 ottobre 2015 alle ore 9,00.

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Albina Colella: «Ricorrerò in appello e sono convinta che in quel grado di giudizio troverò giustizia»

Albina Colella

Albina Colella

Dopo la durissima condanna di Albina Colella, si riportano il link a una sua intervista e, di seguito, l’articolo di Massimo Zucchetti.

Albina Colella: non è cosa (il manifesto 23 ottobre 2015)

LO SCIENZIATO BORDERLINE Massimo Zucchetti. “Io so. Io so i nomi dei respon­sa­bili di quello che può venire chia­mata una pic­cola sto­ria igno­bile. Io so i nomi dei respon­sa­bili che hanno por­tato alla con­danna, presso il Tri­bu­nale di Potenza, a una pena com­ples­siva di nove anni di reclu­sione, e all’interdizione per­pe­tua dai pub­blici uffici, di una docente dell’Università della Basi­li­cata, Albina Colella, accu­sata di con­cus­sione e pecu­lato per fatti avve­nuti tra il 1999 e il 2001, rela­ti­va­mente a un pro­getto di ricerca con fondi euro­pei da lei coor­di­nato. Io so tutti que­sti nomi e so tutti i fatti. Io so. Ma non ho le prove. Non ho nem­meno indizi. Io so per­ché sono un intel­let­tuale, uno scien­ziato, che cerca di seguire tutto ciò che suc­cede, di cono­scere tutto ciò che se ne scrive, di imma­gi­nare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coor­dina fatti anche lon­tani, che mette insieme i pezzi disor­ga­niz­zati e fram­men­tari di un intero coe­rente qua­dro, che rista­bi­li­sce la logica là dove sem­brano regnare l’arbitrarietà, la fol­lia e il mistero. Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell’istinto del mio mestiere.”

È venuto molto facile uti­liz­zare una parte del testo di Pier Paolo Paso­lini, “Io so”, apparso sul Cor­riere della Sera del 1974, per descri­vere quanto sta acca­dendo in que­sta sto­ria del 2015, che riguarda una col­lega con la quale ho avuto sal­tuari rap­porti di lavoro e una reci­proca stima. Albina Colella è una geo­loga, più o meno lo stesso mestiere che faceva mio padre; ed è pro­fes­sore ordi­na­rio di geo­lo­gia presso il Dipar­ti­mento di Scienze dell’Università degli Studi della Basilicata. Da alcuni anni, Albina Colella svolge atti­vità di ricerca e di denun­cia sul pre­oc­cu­pante inqui­na­mento dell’invaso del Per­tu­sillo, in Val D’Agri, regione Basi­li­cata, in una zona di mas­sima con­cen­tra­zione di pozzi petro­li­feri. Si noti come dall’invaso arti­fi­ciale del Per­tu­sillo venga tratta acqua pota­bile con­su­mata dalla popo­la­zione. Par­lando di una scien­ziata e non sol­tanto di un’attivista, si riporta un esem­pio di un arti­colo scien­ti­fico su rivi­sta inter­na­zio­nale nella quale l’autrice illu­stra le basi scien­ti­fi­che della sua denun­cia ambien­tale. Oltre al libro recen­te­mente pub­bli­cato, “Impatto Ambien­tale del Petro­lio, in mare e in terra”, che si vede in figura in fondo all’articolo.

Per rias­su­mere – dato che non di Lago del Per­tu­sillo si parla qui, ma di nove anni di car­cere inflitti ad una col­lega — le ana­lisi effet­tuate nel corso delle atti­vità di ricerca della prof. Colella mostrano come l’acqua di quell’invaso sia inqui­nata da idro­car­buri, deri­vanti con ogni pro­ba­bi­lità dall’attività estrat­tiva petrolifera. Albina Colella è per­tanto una docente uni­ver­si­ta­ria che è stata sem­pre in prima fila nel denun­ciare i gravi inqui­na­menti da idro­car­buri deri­vanti dalle estra­zioni petro­li­fere in Basi­li­cata. Ha rifiu­tato, e di que­sto sono testi­mone, molti inca­ri­chi pre­sti­giosi, e sono anche testi­mone di come si sia oppo­sta a tutti i ten­ta­tivi di met­tere a tacere la vicenda, che è tut­tora in divenire.

Men­tre molti se la aspet­ta­vano fra i Con­su­lenti Tec­nici di una Pro­cura, in un even­tuale pro­cesso a carico della Com­pa­gnie Petro­li­fere, che facesse chia­rezza su que­stioni che, riguar­dando un disa­stro ambien­tale poten­ziale, costi­tui­scono un rischio per la salute degli abi­tanti di Basi­li­cata e Puglia, la vediamo invece sul banco degli impu­tati per una vicenda risa­lente ora­mai ad un quin­di­cen­nio fa. A dire il vero, non sol­tanto impu­tata, ma con­dan­nata – seb­bene sol­tanto in primo grado – ad una pena di ben nove anni di carcere. Entriamo un poco nel merito, dato che non ci piace adom­brare ingiu­sti­zie sol­tanto col­le­gando eventi apparente­mente non cor­re­lati. Albina Colella è col­pe­vole, e merita nove anni di car­cere? Il pro­cesso riguar­dava la mal­ver­sa­zione di fondi euro­pei desti­nati alla ricerca e l’uso impro­prio di un “gom­mone” di pro­prietà dell’Università, desti­nato alle escur­sioni scien­ti­fi­che nel lago.

Il pro­getto di ricerca riguar­dava le risorse idri­che in Val d’Agri, finan­ziato dalla Regione con fondi euro­pei. Secondo l’accusa, la prof. Colella, per ulti­mare il pro­getto che era rima­sto privo di fondi, avrebbe richie­sto ad alcuni ricer­ca­tori di resti­tuire parte dei loro com­pensi – si parla in tutto di una cifra equi­va­lente a 50.000 euro, in realtà circa cento milioni di lire in totale, dato che i fatti risal­gono a prima dell’avvento dell’euro – in maniera da ria­vere a dispo­si­zione fondi per il pro­sie­guo del pro­getto. Che si è infatti con­cluso, poi, con sod­di­sfa­centi risul­tati, e senza insuc­cessi e resti­tu­zione di fondi all’Unione Euro­pea, come invece capita spesso per pro­getti di quel genere.

Albina Colella non ha inta­scato un euro (anzi, una lira), ma ha – diciamo, sem­pre secondo l’accusa – com­messo l’errore di chie­dere indie­tro dei com­pensi già ero­gati, ai fini della chiu­sura di un pro­getto. Una pro­ce­dura forse non pia­ce­vole per chi si è visto rivol­gere una tale richie­sta e che si poteva – tutto som­mato – evi­tare. Ma sono cose che suc­ce­dono, di restare senza fondi sul più bello e di avere biso­gno ancora di un pic­colo quid. Com­piuta que­sta neces­sa­ria cri­tica, sarebbe inte­res­sante appro­fon­dire in base a quali dedu­zioni – nelle moti­va­zioni della sen­tenza – un tale atto meriti la reclu­sione per cin­que anni. Anni cin­que, ripeto, non vi sono errori di sorta, non si parla di mesi. Cin­que anni.

La que­stione del gom­mone sarebbe quasi il caso di nep­pure men­zio­narla, tanto appare di tra­scu­ra­bile impor­tanza. Ma dob­biamo invece par­larne, per­ché l’accusa ha ipo­tiz­zato che venisse usato dalla pro­fes­so­ressa per motivi per­so­nali e non legati alla ricerca, con­te­stando anche il fatto che la manu­ten­zione del natante avve­niva in Puglia (secondo la Colella a Potenza non vi erano offi­cine spe­cia­liz­zate in que­sto set­tore). Questo vale, sem­pre nella sen­tenza di primo grado, quat­tro anni di reclu­sione. Anni quat­tro, ripe­tiamo anche qui, non vi sono nep­pure sta­volta errori di sorta, non si parla di mesi. Quat­tro anni.

Notiamo appena che il pm, in aula, aveva chie­sto otto anni di reclu­sione, che il giu­dice ha dun­que aumen­tato a nove (cin­que anni per la con­cus­sione e quat­tro per il peculato). Notiamo che l’avvocato della docente ha dichia­rato che “la sen­tenza non risponde all’esito dell’istruttoria dibat­ti­men­tale” e che “l’impugnazione in appello sarà su ele­menti ogget­tivi che esclu­dono la sus­si­stenza dei reati contestati”. Notiamo appena che gli avvo­cati della geo­loga hanno chie­sto la ricu­sa­zione del giu­dice che ha emesso la sen­tenza per mani­fe­sta inos­ser­vanza della pro­ce­dura processuale. Non ci per­met­tiamo di cri­ti­care una sen­tenza della Giu­sti­zia Italiana, ovvia­mente. Poniamo sol­tanto dei dati di fatto e delle domande che emer­gono da que­sti dati di fatto.

I dati di fatto sono que­sti. La sup­po­sta col­pe­vo­lezza della prof. Colella appare impu­ta­bile per lo più ad un com­por­ta­mento impro­prio – se vi è stato – atto a rad­driz­zare e ben con­clu­dere le sorti di un pro­getto di ricerca euro­peo. Se vi è col­pe­vo­lezza, la pena appare assai severa, per uti­liz­zare un eufe­mi­smo. La prof. Colella si è, in que­sti anni, resa assai sco­moda per le sue denun­cie riguar­danti l’inquinamento in acque pota­bili della Basi­li­cata dovuto alla pre­senza di atti­vità di estra­zione di idro­car­buri da parte di com­pa­gnie petro­li­fere. Seb­bene lo scri­vente – così come molti altri finora – espri­mano la pro­pria soli­da­rietà ad Albina Colella, e seb­bene si tratti sol­tanto di una sen­tenza di primo grado, appare pro­ba­bile che l’attività sud­detta di denun­cia e di lotta da parte di Albina Colella possa subire una bat­tuta d’arresto, o per­lo­meno che ne venga dan­neggiata, influendo que­sta sen­tenza, ad occhi super­fi­ciali, sulla sua credibilità.

Que­sti sono i dati di fatto. Le domande, le lascio emer­gere da chi — leg­gendo que­sto spunto — appro­fon­dirà que­sta sto­ria. Io, essendo uno scien­ziato ed un atti­vi­sta, ho tro­vato subito le rispo­ste alle mie domande. Le stesse rispo­ste di Pier Paolo Paso­lini, si parva licet. L’auspicio, amaro per­ché ci appare quasi super­fluo, è ovvia­mente che Albina Colella possa uscire da que­sta vicenda, negli ulte­riori gradi di giu­di­zio, sca­gio­nata dalle accuse o comun­que non con­dan­nata ad una pena che — sin­ce­ra­mente — atter­ri­sce e costerna. Nel frat­tempo, anche se so che non ascol­terà que­sto sug­ge­ri­mento, le con­si­glie­rei di occu­parsi di geo­lo­gia lunare, o mar­ziana, o – meglio – di Plu­tone. E lasciar stare il Per­tu­sillo: Albina, amica mia: non è cosa.

 Libro-Colella

Concorsi truccati, Marinelli perde un altro round

Paris-Marinelli

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L’Università era un’altra cosa. In ricordo di Giorgio Israel

Giorgio Israel

Giorgio Israel

Rabbi Jaqov Jizchaq. Leggo della scomparsa del matematico Giorgio Israel, collaboratore del sito ROARS. In un suo intervento aveva scritto: «Tutte le grandi scoperte scientifiche che hanno cambiato il volto del mondo – a partire dal computer digitale – sono frutto di idee teoriche, fondate sulla “scienza di base”. Un grande ingegnere come Leonardo da Vinci ammoniva: “Studia prima la scienza, e poi seguita la pratica, nata da essa scienza. Quelli che s’innamoran di pratica senza scienza son come ‘l nocchier ch’entra in navilio senza timone o bussola, che mai ha certezza dove si vada”

E poi ancora sull’oziosa e inattuale guerra fra “umanisti” e “scienziati”: «la sciagurata diatriba tra le due culture danneggia entrambe. Nella furia di distinguerle, le scienze vengono separate dalla cultura e pensate come mere abilità pratiche, predicando che solo ciò che ha un’utilità diretta vale qualcosa.»

Non saprei immaginare commento più appropriato al processo che ho cercato di descrivere nei precedenti messaggi. Qui, nella grettitudine dilagante, se uno sa fare 3×7=21, allora è uno scienziato che si sporca le mani con le dimostrazioni, esposto pertanto al rischio di conseguire qualche infezione. Se poi uno è scovato a leggere un libro, sia Omero o Nabokov, o a suonare un qualsiasi strumento aerofono o cordofono, allora ipso facto è qualificato come un inutile umanista: uno che non immagina neppure cosa sia un bosone o uno spazio vettoriale. Uno immaginato costantemente intento ad esprimersi in rima: fra i batraci eccovi il rospo/brutto eppur utile anfibio/nelle prode sta nascospo/al vederlo tremo e allibio (Primo Levi). Non ci sono più intellettuali o scienziati, ma tecnici e professionisti inscatolati nel proprio settore disciplinare. La cultura e la scienza non sono però affare di scatolame. Dubito che da questo mix di arroganza e di ignoranza (una rima baciata) che in altri termini si chiama provincialismo esca qualcosa di valido. L’università era un’altra cosa.

Perché non discutere apertamente del ruolo destinato all’Ateneo senese nel Sistema Universitario Toscano?

Altan-vecchidelusoRabbi Jaqov Jizchaq. Con riferimento agli argomenti riportati nell’articolo precedente, io soprattutto non ho capito due cose e sarei contento se qualcuno me le chiarisse:

(1) Checché se ne dica o dicano certi organi di stampa compiacenti, l’attuale offerta didattica dell’ateneo non è frutto di una programmazione razionale ponderata in vista di obiettivi chiari, ma è semplicemente ciò che alla massaia è stato possibile cucinare sulla base degli ingredienti racimolati nella sempre più desolata dispensa. Secondo le vigenti norme relative ai “requisiti di docenza”, si tratta di quello che rimane dopo il pensionamento di metà circa del personale docente; per dirla con Don Alfonso: «non può quel che vuole, vorrà quel che può» (Mozart, “Così fan tutte”). Questo ha fatto sì che entrassero in crisi, scomparendo od essendo prossimi alla scomparsa, diversi settori di base, includendo praticamente tutti i settori “teoretici” delle scienze pure: cadono lauree triennali, magistrali e dottorati; si dice che Siena punta tutto sulle “scienze della vita”, ma che vuol dire? E poi è economicamente sostenibile, al giorno d’oggi, un ateneo di dimensioni sempre più piccole, specializzato in alcuni specifici settori? Insomma, sospetto di chi dice “piccolo è bello”. Già hanno spacciato quella che a tutti gli effetti è stata una crisi catastrofica, per necessario, auspicato ed opportuno ridimensionamento (che se Mussari & C. fossero andati a raccontare una frottola del genere al MPS dopo l’affare “Antonveneta”, sarebbero stati sgozzati seduta stante).

(2) Un autorevole membro dell’ANVUR ha tratteggiato il seguente scenario: «quando la valutazione sarà conclusa, avremo la distinzione tra researching university e teaching university. Ad alcune si potrà dire: tu fai solo il corso di laurea triennale.» Il che vuol dire in sostanza trasformare alcune sedi in sedi distaccate dei “grandi hub” della ricerca. Ammesso e non concesso che l’ateneo senese dismetta l’abito “semigeneralista” e trovi le risorse per trasformarsi in qualche cosa di diverso, per niente “generalista”, focalizzato su pochissimi settori per lo più applicativi, con un minor numero di studenti, nonostante le già allarmanti emorragie di questi ultimi anni, se avete cioè deciso di sopprimere, non le scienze del “bue muschiato”, ma importanti aree delle scienze di base, principalmente per mancanza del personale docente richiesto dalla legge, non si capisce cosa intendete farne dei residui. Cioè di chi ancora ci lavora, i brandelli, quello che resta di questi settori in via di dismissione (stiamo parlando di parecchie decine di addetti ai lavori), che per soddisfare le pretese dell’ANVUR, la SUA, il VQR ecc. devono comunque essere ancora scientificamente produttivi. Non è chiaro, un simile scenario, con pezzi di ateneo privi di livelli magistrali, dottorati ed in genere delle forze necessarie per contribuire significativamente alla ricerca, come si possano soddisfare i requisiti che oramai presiedono ai vari meccanismi premiali, tutti basati sulla produttività scientifica e sulla qualità della medesima.

(3) In vista delle “teorie” che circolano e dei movimenti descritti dal prof. Grasso (“regionalizazione”) mi domando se quello che si sta configurando a Siena è un ateneo, una researching university, una teaching university, o una sede distaccata, non dotata di una specifica autonomia. Se comunque in alto loco si è deciso di procedere a una sempre maggiore integrazione a livello regionale tra i principali atenei toscani, come dicono gli psicologi televisivi con aria serena e rassicurante: “parliamone”. Insomma, giù le carte! Difatti non si capisce perché non se ne debba discutere apertamente, non si metta a tema nel dibattito politico e accademico, non diventi anzi questo – date le pesanti implicazioni – il principale argomento e oggetto di negoziazione con le altre realtà; non si comprende cioè perché gli effetti di questa metamorfosi si debbano subire tacendo.

(4) Infine una mesta considerazione sullo stato della nostra democrazia. È consuetudine, oramai, apprendere la direzione che ha preso il corso delle cose “post festum”, quando cioè ne subiamo gli effetti: biblicamente, a vedere solo “le spalle”, cioè le conseguenze delle decisioni di certe recenti imperscrutabili deità burocratiche, senza neppure avere esatta contezza di chi e come decide sulla nostra testa e muove i fili delle nostre esistenze: «Vedrai le mie spalle, ma il mio volto non si può vedere» (Esodo, 33, 21-23). Alcuni traducono: «vedrai il mio didietro», ma non è carino.

Breve storia degli ultimi trent’anni dell’Università di Siena. 1 – Introduzione

Eduardo e Titina De Filippo in Filumena Marturano

Eduardo e Titina De Filippo in Filumena Marturano

Università di Siena: corsi e ricorsi tra interrogativi e bilanci oscuri

La crisi dell’Università di Siena, cominciata nella seconda metà degli anni ’80, è stata ed è, prima di tutto, crisi culturale e morale che, insieme a una ridotta capacità critica della comunità accademica, sempre più conformista e indifferente, è sfociata nel default economico-finanziario e istituzionale. Con la complicità e il silenzio dei mezzi d’informazione, anche di quelli online (tranne due o tre), che sui problemi universitari hanno sistematicamente riportato, fedelmente e acriticamente, solo le veline del vertice accademico.

Raccontarne, oggi, in modo rigoso, documentato e con spirito critico gli eventi cruciali è giusto e utile, soprattutto per dimostrare che una diversa e corretta politica universitaria era (ed è ancora) possibile. Proprio mentre sta terminando presso il Tribunale di Siena, in completo silenzio stampa, il processo a due ex rettori, tre ex direttori amministrativi, l’intero Collegio dei Revisori dei Conti, e altri dipendenti per peculato, truffa, falso ideologico e abuso d’ufficio per la voragine da 270 milioni d’euro nei conti dell’Università. E mentre sta per cominciare un contenzioso con l’attuale Rettore, che, in totale assenza di trasparenza amministrativa e con organi di governo e di controllo esautorati, rinunciatari e supini, ha affiancato all’inerzia più assoluta (in alcuni settori), le stesse scelte dei suoi predecessori (sotto processo proprio per quelle), annullando le poche e residue possibilità di ripresa. Giova ricordare che Tosi fu interdetto dalle sue funzioni di rettore per molto meno di quello che potrebbe essere imputato al Rettore attuale.

Partiamo da un aspetto – tra i tanti della crisi dell’Ateneo senese – eticamente discutibile e assai diffuso: la pratica delle assunzioni di parenti e amici, di cui c’è perfino una labile traccia nei verbali del CdA del 22 maggio e 26 settembre 1995. Allora, il rappresentante dei ricercatori in CdA, con riferimento a particolari situazioni di conflitto d’interessi nel suo Dipartimento e nella sua Facoltà, chiese un esame approfondito sulla «tematica nascente dai rapporti parentali all’interno delle strutture didattiche e di ricerca, che in qualche caso possono dar luogo a una conduzione aberrante». Il senso della misura (in quegli anni in formato cartaceo) pubblicò un breve articolo del ricercatore dell’epoca che, richiamando la celebre espressione di Eduardo De Filippo («’e figlie so’ piezze ’e core»), dichiarava che all’Università di Siena si esagerava nella pratica di favorire i figli. Era rettore, da un anno, il “grande timoniere”, Piero Tosi, che restò alla guida dell’Ateneo senese per altri undici anni, sino alla fine del febbraio 2006. Ovviamente, l’esame approfondito sulla «tematica dei rapporti parentali» non ci fu! Al contrario, il fenomeno nepotistico, nel corso dei due lustri che seguirono (1996-2006), ebbe la sua massima diffusione (non solo tra i docenti, ma anche tra il personale tecnico e amministrativo), sfociando, con sviluppi anche giudiziari, nella cosiddetta universitopoli senese.

Quando, nel settembre 2008, scoppiò il bubbone della voragine nei conti, il primo effetto, ovviamente, fu il blocco delle assunzioni di tutto il personale. Una pausa lunga, che ha penalizzato, sicuramente, chi a quel tempo era già pronto per una progressione di carriera. Ed è anche servita ai più giovani a preparare il curriculum in attesa del 2016, indicato dal Rettore in CdA, come l’anno in cui si sarebbero potuti bandire i primi concorsi, che avrebbero comportato la presa di servizio solo nel 2017. Nel frattempo, s’è formato un ingorgo tra chi aspetta da anni di progredire nella carriera accademica. Inopinatamente, la riapertura dei concorsi (illegittima sotto tutti i punti di vista) è arrivata in anticipo, nel 2015. Com’è stato possibile? Individuando i settori da mettere a concorso, l’Ateneo avrà programmato le reali necessità didattiche e scientifiche, tenendo conto anche dei pensionamenti? Avrà considerato i corsi di laurea già cancellati e quelli che lo saranno a breve? Se, com’è ormai certo, si andrà verso la costituzione del Sistema Universitario Toscano, l’Ateneo avrà puntato su quei settori strategici che gli consentiranno di conservare intatta la sua leadership? I figli e gli amici dei docenti passeranno, anche questa volta, avanti agli altri candidati? Sarà rispettato il vincolo del 20% di assunzioni per docenti esterni imposto dalla legge? E soprattutto, è stato veramente risanato il bilancio dell’Ateneo, condizione imprescindibile per la ripresa del reclutamento? Si vedrà!

Articolo pubblicato anche da:

Il Cittadino Online (31 agosto 2015) con il titolo: Grasso e le domande sull’ateneo. In attesa di risposta (sottotitolo: La riapertura dei concorsi spinge a condividere qualche dubbio).

– Il Santo Notizie di Siena (31 agosto 2015) con il titolo: La Rubrica dei disastri – Università di Siena: corsi e ricorsi tra interrogativi e bilanci oscuri.

Bastardo Senza Gloria (11 settembre 2015) con il titolo: Chi dice la verità sull’Ateneo senese? Il Gran Maestro del GOI o il professor Grasso? Noi ovviamente propendiamo per il secondo.