«Le tre università toscane debbono individuare la loro vocazione con Siena relegata alla didattica di primo livello»

OmbraRabbi Jaqov Jizchaq. Commenta Andrea: «Iniziano le grandi manovre per formare i primi “hub di ricerca” a quanto pare bisognerebbe spostare l’attenzione delle varie discussioni su tematiche concrete a Siena, altrimenti davanti a questi futuri colossi dove si va?»

Scusate se insisto, ma l’insistenza, dicono, quando non giungono risposte, è pratica di buon giornalismo. Il più diffuso quotidiano nazionale, Repubblica, riporta una considerazione circa l’università di Siena che suona quasi come una sentenza: «soltanto Pisa emerge come centro di ricerca di buon livello nel panorama nazionale. Questo quadro suggerisce una riflessione: è inutile fare appello alla gloriosa tradizione e declamare l’eccellenza su tutti i fronti, le tre università debbono individuare la loro vocazione: Firenze può ambire ad essere una università generalista di buon livello, Pisa un centro di eccellenza nella ricerca scientifica, Siena un università specializzata nella didattica di primo livello.»

Siena relegata alla “didattica di primo livello”: che ne pensa di un simile programma, evidentemente non scaturito spontaneamente dalla penna di un giornalista, il gruppo che con continuità guida l’ateneo da molti anni (che poi, in un senso più esteso, è anche il gruppo che guida la città)? Credo che chi non ha la fortuna di andare in pensione a breve (e, paventando il recapito della “busta arancione”, medita che forse anzi non ci andrà mai) abbia almeno il diritto di sapere grosso modo per cosa si affanna e quale sarà il proprio destino, dopo dieci anni di congelamento nel freezer a far finta di essere ancora un “giovane ricercatore”. In vari messaggi precedenti avevo modestamente espresso la seguente opinione:

1) Trovavo ipocrita che si parlasse de “l’università di Siena”, come se niente fosse cambiato dal 2007 ad oggi. Vi sono aree scientifiche che Siena non è più in grado di sostenere, perché non può, né potrà per almeno vent’anni recuperare nemmeno la metà della metà della gente che è andata via. Considerato che in certi specifici ambiti ciò non accade solo a Siena, tra gli atenei toscani, e che non è un corretto uso delle risorse umane quello di mettere gente a fare ciò che non sa e non dovrebbe fare e non consentirgli di fare ciò che deve fare (vedi capitolo ANVUR e VQR) e che saprebbe fare, mi ero pertanto permesso (citando l’art. 3 della riforma Gelmini) di avanzare sommessamente una proposta.

Sostenevo che forse avrebbe più senso, alla luce della sbandierata regionalizzazione, concentrare i docenti in esubero di queste aree dismesse in poli regionali – limitatamente, ripeto, a questi casi di conclamata ed irrecuperabile insostenibilità – dotati di quella “massa critica” necessaria affinché parole come “eccellenza” e “ricerca” abbiano un significato non eufemistico. Ebbene, questo, in genere, non si è fatto, se non limitatamente ad alcuni dottorati sponsorizzati dalla regione: tra burocrazia kafkiana che pesa come una palla al piede e gelosie particolaristiche delle immarcescibili baronie, il discorso è stato affossato. Mi domando dunque come si possa pensare a progetti di più ampio respiro, guidati da una regia centrale regionale, se non si è stati capaci nemmeno di realizzare obiettivi minimali di collaborazione, peraltro previsti dalla riforma.

2) Altra e totalmente diversa cosa è dire che Siena deve diventare tout-court una sorta di fattrice atta a produrre diplomati triennali (in inglese si dice “teaching university”) ad uso degli altri atenei, rinunciando perciò in ogni campo alla ricerca e all’eccellenza: dunque anche in quei settori non troppo, o non ancora investiti dalla crisi dove l’ateneo si distingue a livello nazionale e non solo. Continuare cioè a devastare il proprio patrimonio di eccellenze puntando dritto a divenire un’università di serie B (anche se pubblicamente si va affermando il contrario) in nome di un progetto vago concepito non si a bene in quali antri. Oppure (versione edulcorata del medesimo progetto di riduzione a sede distaccata) irrealisticamente pensare che si debbano mantenere un paio di settori d’eccellenza al massimo, e tutto il resto, cioè una buona parte dell’ateneo, mandarlo in malora.

Insomma, una cosa è collaborare in un reciprocamente vantaggioso “do ut des” tra il cieco e lo zoppo in quanto università pubbliche e dipendenti dello stato, un’altra cosa è sottomettersi del tutto, rinunciando al proprio rango e alla propria autonomia. In ogni caso sarebbe grazioso il parlar chiaro. A me pare che si fosse partiti, plausibilmente, discutendo della possibile attuazione del punto (1), ma si stia pericolosamente scivolando fino ad accettare le premesse del punto (2), come attesta l’articolo su Repubblica. La ridotta mole di un ateneo che si avvia a diventare grande un terzo di quelli vicini, tra i quali spicca un grosso “hub” pisano che risucchia nella sua orbita ciò che vi è intorno, danno adito al sospetto che tutto sia già deciso. Perché in fondo, ritengono alcuni (a torto), è un programma più facile da attuare: basta non fare niente e que sera sera…

Le bugie di Riccaboni e Frati sui bilanci dell’Università di Siena

DuoseneseDi seguito la trascrizione integrale della prima parte dell’intervista di Orlando Pacchiani (per Radio Siena TV) ai candidati rettori, nella trasmissione Siena Diretta Sera del 19/05/2016. Per il momento si riporta solo il primo tema, quello relativo ai bilanci e allo sbandierato risanamento operato da Riccaboni e Frati. Su questo argomento la domanda sarebbe facile: «il bilancio consuntivo 2013 è falso o no?». Se la risposta è sì, ricordo che per la stessa ragione sono sotto processo, presso il Tribunale di Siena, i due precedenti rettori, tre direttori amministrativi e quattro revisori dei conti. Ricordo, infine, che la domanda è stata posta per la prima volta il 14 maggio 2015, specificando, in quella sede, che è stato certificato, per il bilancio unico dell’esercizio 2013, un avanzo di competenza di 6,91 milioni d’euro, ottenuto mediante una non corretta e impropria allocazione degli importi corrispondenti alle partite di giro. L’esordio del candidato Frati, nell’intervista, è un impegno al quale non può sottrarsi; dichiara, infatti: «fortunatamente sul bilancio contano i dati e non le opinioni!» Ebbene, aspettiamo questi dati, che confutino definitivamente il sospetto che il bilancio 2013 sia stato ritoccato, con evidenti effetti anche sugli esercizi successivi.

Orlando Pacchiani. Io introdurrei già il primo tema che un po’ è stato al centro del dibattito sull’Università negli ultimi anni. È stato anche al centro di situazioni giudiziarie e, comunque, molto dibattuto, che è il tema del bilancio e quindi del risanamento del bilancio delle Scotte. Il rettore Riccaboni lo pone come uno dei punti di forza del suo mandato. Qualche osservatore, in realtà, fa notare che si potrebbe discutere su questo risanamento, perché ci sono delle partite importanti che si sono giocate sul Policlinico delle Scotte (con la Regione) e sul San Niccolò. Però, ecco, qual è la vostra opinione su questo tema del bilancio?

Francesco Frati. Fortunatamente sul bilancio contano i dati e non le opinioni! I nostri dati dimostrano che da tre anni il bilancio consuntivo dell’Università – 2013, 2014 e 2015 – si è chiuso con un utile. Anche il bilancio preventivo 2016 ha registrato un utile; è stato apprezzato anche dal Collegio dei revisori dei Conti che hanno approvato la relazione del rettore e il relativo bilancio. Quindi, possiamo dire che, al momento, noi ci troviamo in una situazione di bilancio risanato e di un bilancio che ci consente, mettendosi al pari di tutte le altre università, di poter programmare degli investimenti. Sono quegli investimenti che saranno necessari per proseguire la fase di consolidamento del rilancio iniziato negli ultimi anni e che inevitabilmente dovranno tracciare la strada della futura guida politica di quest’ateneo per il prossimo mandato di sei anni. Io credo che tutta la Comunità universitaria debba essere orgogliosa dei risultati raggiunti in questi sei anni perché l’obiettivo del risanamento e del raggiungimento del pareggio di bilancio non era assolutamente un obiettivo facile da raggiungere e, se ce l’abbiamo fatta, è grazie alla coesione, al senso di appartenenza dell’intera comunità che ha superato i periodi più critici e che ha traghettato sostanzialmente l’Ateneo verso questa nuova fase. La nuova fase si apre adesso e sarà una fase che, proprio sulla base di un bilancio risanato, potrà prevedere degli investimenti e saranno quegli investimenti che consentiranno il consolidamento della fase di rilancio dell’Ateneo.

Alessandro Rossi. Cosa aggiungere…! Mi sembra che ha accennato precedentemente alle questioni delle Scotte piuttosto che agli investimenti che la Regione Toscana ha fatto sulla nostra Università. Io credo che sia il momento di dare valore alle soluzioni più che ai problemi. C’è una ricca stampa che affronta criticamente il problema del bilancio, io penso che ci dobbiamo limitare ai numeri e non alle illazioni o alle suggestioni.

Felice Petraglia. Ma, io sono felice, di nome e di fatto, di sentire che siamo stati tutti coinvolti in questo risanamento! Chiaramente va riconosciuto anche all’ultima parte della precedente gestione d’aver fatto, appunto, la vendita del San Niccolò e delle Scotte. Quindi gli ultimi sei anni sono serviti a corroborare una situazione che già era stata presa in oggetto e che sicuramente è andata a migliorare, anche se ci sono delle situazioni nel bilancio, per esempio, i mutui, il patrimonio netto, che non fanno sì che ci sia proprio tanta cash, tanto liquido di soldi in cassa. Quindi, ha ragione, il Prof. Frati, a dire che sicuramente stiamo meglio di sei anni fa e meglio di dodici, però sicuramente non credo ancora ci sia una situazione di finanza, di disponibilità tale da poter fare investimenti molto importanti.

Pubblicato anche da:
il Cittadino online (23 maggio 2016) con lo stesso titolo.
Bastardo Senza Gloria (23 maggio 2016) con lo stesso titolo.

Il caso Pannella: un paradigma italiano

Adelaide Aglietta e Marco Pannella

Adelaide Aglietta e Marco Pannella

In vita lo silenziarono
Gli ordini sono ordini: Pannella no
(da: Il Fatto Quotidiano, 22 maggio 2016)

Furio Colombo. (…) quando e dove questo Marco Pannella, adesso al colmo della celebrazione, abbia mai messo mano alle vicende, leggi o cambiamenti della vita italiana. Il suo caso è di estremo interesse (…) per ciò che è avvenuto in vita. Pannella non doveva apparire nei mezzi di comunicazione di massa, e non è mai apparso. Pannella non doveva parlare, benché fosse il più prolifico e sorprendente oratore politico del Paese, e non ha mai parlato, salvo frammenti di frasi isolate dal contesto.

Gli ascoltatori di Radio Radicale ricordano le meticolose ricerche nella mattutina rassegna della stampa di Bordin. Dopo un evento a cui Pannella aveva inteso dedicare una rivoluzione culturale (come “il diritto alla conoscenza” oppure “lo Stato di diritto” invece del “diritto di Stato”, oppure l’invocazione per la salvezza di un popolo) il giornalista accantonava una dopo l’altra le grandi testate, e doveva quasi sempre concludere che no, sui radicali oggi non c’è alcuna notizia. Impossibile non pensarci vedendo sfilare direttori e colleghi giornalisti di fronte alla salma dell’appena defunto leader radicale, dicendo al microfono, subito disponibile, almeno qualcuna delle cose che in 40 anni non sono mai state dette, e anzi fingendo che gli eventi a cui quelle parole si riferivano non fossero mai avvenuti.

Gli ordini sono ordini, ora da destra e ora da sinistra. Ma Pannella deve stare fuori. E il vero successo che oggi stiamo celebrando e che merita attenzione, perché è un fenomeno ben radicato, non sono tutte le cose (diritti, difese, rivelazioni, affermazioni, impegni internazionali) che Pannella è riuscito a realizzare nonostante tutto. Ma il fatto che, nonostante tutto, un enorme richiamo politico, una straordinaria capacità di toccare il punto in anticipo, una vena profetica e una di naturale e fortissima empatia per il mondo estraneo al potere a cui si rivolgeva (ma anche una straordinaria inclinazione pedagogica per i capi partito che il leader radicale si ostinava a tentare di salvare), Pannella è stato lasciato fuori da ogni canale di comunicazione del Paese e privato di ogni contatto con la grandissima maggioranza degli italiani.

Il vero capolavoro è che ci siano riusciti. Sempre. Per ogni decennio del lavoro instancabile di un grande politico ricco di intuizione istantanea, di abilità strategica, di anticipazione del dopo, di una straordinaria visione del contesto, Pannella ha avuto le sue rivincite, e in molti casi impossibili è riuscito a imporre qualla che lui vedeva (e che era) la sola strada possibile. (…) Il vero capolavoro è la sistematica eliminazione di voce, presenza e azione nella vita di un grande Paese. (…) Il fenomeno ha due aspetti che riguardano entrambi le condizioni della nostra democrazia: il silenzio di Pannella è stato ordinato (Chiesa, Stato, interessi organizzati, necessità di eliminare l’obiezione intelligente). Il silenzio di Pannella è stato eseguito, nel senso che praticamente tutti, nella vita pubblica italiana, hanno osservato quel silenzio come se si trattasse di un normale dovere civico.

Non si ricordano importanti violazioni del comandamento. Ma si sono visti rendere omaggio, anche con dichiarazioni vibranti davanti alla salma, coloro (tutti) che hanno eseguito scrupolosamente la linea di partito del silenzio su ogni iniziativa radicale. Pannella è stato un grande e nuovo uomo politico italiano. Perciò conta molto l’operazione della perfetta esclusione della vita pubblica. È una operazione fondata sulla disciplina, senza se e senza ma, di direttori, commentatori, cronisti, che scrivono volentieri solo ciò che si può scrivere. (…)

Siena: le prime cinque domande dei 5 stelle ai tre candidati rettore

Felice Petraglia - Alessandro Rossi - Francesco Frati

Felice Petraglia – Alessandro Rossi – Francesco Frati

Logo5stellesienaLettera aperta ai “magnifici” candidati (meetup 20/05/2016)

Fra non molto l’Università di Siena eleggerà il nuovo Rettore. In considerazione del fatto che si tratta di un ruolo fondamentale per il futuro della città, crediamo giusto rivolgere ai candidati alcuni quesiti. Questi sono i primi cinque, tanto per cominciare …

1. il 4 novembre 2004 l’Università di Siena ratificò, insieme a molte altre Università italiane, la Convenzione di Messina sull’Open Access: “verso l’accesso aperto alla letteratura di ricerca“, riconoscendo e sottoscrivendo la Dichiarazione di Berlino. A distanza di 12 anni non sembra che l’Ateneo senese abbia fatto molto in termini di Open Access che, lo ricordiamo, prevede due clausole fondamentali per la divulgazione dei prodotti della ricerca sviluppati all’interno dell’Ateneo usufruendo di risorse pubbliche:
a) L’autore(i) ed il detentore(i) dei diritti relativi a tale contributo garantiscono a tutti gli utilizzatori il diritto d’accesso gratuito, irrevocabile ed universale e l’autorizzazione a riprodurlo, utilizzarlo, distribuirlo, trasmetterlo e mostrarlo pubblicamente e a produrre e distribuire lavori da esso derivati in ogni formato digitale per ogni scopo responsabile, soggetto all’attribuzione autentica della paternità intellettuale (le pratiche della comunità scientifica manterranno i meccanismi in uso per imporre una corretta attribuzione ed un uso responsabile dei contributi resi pubblici come avviene attualmente), nonché il diritto di riprodurne una quantità limitata di copie stampate per il proprio uso personale.
b) Una versione completa del contributo e di tutti i materiali che lo corredano, inclusa una copia della autorizzazione come sopra indicato, in un formato elettronico secondo uno standard appropriato, è depositata (e dunque pubblicata) in almeno un archivio in linea che impieghi standard tecnici adeguati (come le definizioni degli Open Archives) e che sia supportato e mantenuto da un’istituzione accademica, una società scientifica, un’agenzia governativa o ogni altra organizzazione riconosciuta che persegua gli obiettivi dell’accesso aperto, della distribuzione illimitata, dell’interoperabilità e dell’archiviazione a lungo termine.
Nel bilancio dell’Ateneo Senese la spesa per l’accesso alle riviste scientifiche assume un ruolo preponderante nel capitolo delle uscite, vedendo talvolta l’Ateneo costretto ad acquistare i lavori dei suoi stessi ricercatori.
Nel caso fosse eletto Magnifico Rettore, come intende perseguire gli scopi citati nella Dichiarazione di Berlino e nella conseguente Convenzione di Messina per ridurre i costi relativi all’acquisto dell’editoria scientifica?

2. Rispetto alle altre due università toscane – Pisa e Firenze – l’Ateneo senese si trova in una condizione di incertezza per la sua collocazione nel contesto regionale. Come ha recentemente dichiarato il Prof. Emilio Barocci in una intervista, “[…] Siena è invece un boxeur che è appena andato ko, si è ripreso ma ancora non sa bene quale futuro potrà avere”. Qual è la sua visione ideale di collocamento dell’Ateneo senese nel contesto formativo universitario regionale ?

3. Prosegue, se pur a rilento, l’inchiesta sul “buco di bilancio” di cui è stato protagonista l’Ateneo negli anni 2004-2007, dove risultano attualmente 14 indagati tra cui i due ex rettori Piero Tosi e Silvano Focardi, imputati a vario titolo di abuso d’ufficio, falso ideologico e peculato. Il “buco” di cui si parla è una cifra enorme, circa 200 milioni di €, faticosamente ripianati con importanti sacrifici economici da parte dell’intera struttura e con il conseguente innalzamento delle rette che gli studenti devono pagare per studiare nell’Ateneo.
Nel processo, l’Università di Siena si è costituita parte civile: nel caso la Procura dovesse confermare le ipotesi di reato, come utilizzerebbe i risarcimenti che – auspicabilmente – potrebbero arrivare ?

4. L’Università di Siena è una tra le più antiche d’Europa, nata nel 1240 dalle scuole di Medicina e Diritto: ancora oggi l’Area Biomedica sembra essere un importante motore trainante per l’intera istituzione, tanto da riuscire – almeno così si dice – ad eleggere un Rettore. Fermo restando che due dei tre candidati provengono proprio dall’Area Biomedica, considerando inoltre le dichiarazioni più volte rilasciante anche dal Governatore Rossi sull’intenzione di realizzare a Siena un importante polo di Ricerca per le Scienze della Vita (Tuscany Life Science) alle quali però si susseguono “attacchi” e depotenziamenti alla sanità senese, come vede il futuro dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Senese e, soprattutto, come si riuscirà a renderla sostenibile economicamente?

5. Al di là degli eventi e dei proclami di questi ultimi anni, i dati indicano una progressiva diminuzione del numero degli studenti e riduzione costante delle matricole. I dati, sempre nel contesto toscano, parlano chiaro: gli immatricolati delle lauree di primo livello negli ultimi 10 anni sono rimasti stabili a Pisa, diminuiti del 14% a Firenze e precipitati a –62% a Siena.
Se venisse eletto Rettore, quali politiche intende attuare per rendere più accattivante l’Ateneo senese e provare ad invertire la tremenda spirale al ribasso delle iscrizioni?

Ricordando Marco Pannella

Divorzio

Il padre (Leonardo) e la madre (Andrée Estachon) all'uscita dal seggio nel 1979

Il padre (Leonardo) e la madre (Andrée Estachon) all’uscita dal seggio nel 1979

Pannella2Marco Pannella. «Non mi batto per il detenuto eccellente, ma per la tutela del diritto nei confronti del detenuto ignoto.» L’ultimo messaggio: «ragazzi, niente tristezza, non mollate mai, sappiate che alla fine abbiamo vinto noi».

Emma Bonino. Non ha mai avuto in vita i riconoscimenti adeguati, nessuno glieli ha mai attribuiti. Ma penso che una riflessione su quello che ci ha lasciato e ci lascia di che cosa è, e che cosa dovrebbe essere la politica, la passione, l’impegno, anche il suo modo di essere, la sua irruenza, il suo modo, appunto, di non presenza dello spettacolo ma per rompere dei conformismi così incrostati debba far riflettere molto i nuovisti dei giorni nostri. Ci mancherà e mancherà a questo Paese, più che a noi radicali che lo abbiamo imparato, digerito, fatto nostro, il senso delle istituzioni, il senso delle regole, il senso del rispetto dell’altro, il senso dello stato di diritto che, ovviamente, serve ai più deboli, ai più fragili, perché i potenti lo ritengono, molto spesso, un intralcio. Molti riconosceranno o diranno di lui che aveva il senso dello spettacolo, dello sberleffo, del pretesto; non è così. Era molto più profondo, questo suo modo di usare il corpo, per esempio, nella conseguente prassi della nonviolenza. Ci sono molte cose da scavare, molte cose che rimarranno in questa società, in questo paese che poco l’ha riconosciuto o meglio molto l’ha amato, ma poco, certamente, ne ha riconosciuto i meriti. Marco non era un mediocre, era un grande nelle sue intuizioni e anche nelle sue debolezze. A noi radicali ha insegnato molto, quasi tutto. A questo paese ha insegnato davvero molto e la classe politica dirigente, per esempio, potrebbe trarne grande ispirazione, nel senso che la politica è impegno, è visione, è credibilità, è coerenza; cose che a volte, anzi molto spesso sono dimenticate. Per il momento la mancanza, il dolore, ma la consapevolezza grave che mancherà veramente a tutti.

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Eugenio Montale. Dove il potere nega, in forme palesi ma anche con mezzi occulti, la vera libertà, spuntano ogni tanto uomini ispirati come Andrej Sakharov e Marco Pannella che seguono la posizione spirituale più difficile che una vittima possa assumere di fronte al suo oppressore: il rifiuto passivo. Soli e inermi, essi parlano anche per noi.

Marco Cappato. Riconoscenza e amore per te che mi hai rivoluzionato la vita. Essere speranza invece di “avere”: non me ne scorderò.

Marco Perduca. Per una volta, forse l’unica, nella storia dei “coccodrilli” i riconoscimenti per le lotte di Pannella saranno tutti meritati – tutti.

Roberto Saviano. Addio Marco, sembrava che nulla potesse fermarti e in qualche modo non lo farà la morte.

Vittorio Sgarbi. Gli hanno negato il rango di Senatore a vita preferendogli pizzicagnoli inutili.

È morto Marco Pannella

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Lo ricordiamo così: la vita e le battaglie (da Radio Radicale).

Alcune riflessioni sul programma del candidato rettore Felice Petraglia

OmbraSiamo alla resa dei conti, la crisi non è superata, come scioccamente asseriscono le gazzette. I movimenti dietro le quinte sono inquietanti e “il problema è politico”

Rabbi Jaqov Jizchaq. Scrive Petraglia nel suo programma: «Dobbiamo entrare nella classifica delle migliori Università in Europa (Top100 Ranking Web Universities), migliorando nel contempo la posizione nelle classifiche mondiali Times Higher Education World University Ranking (400-500), nel Google Scholar Citation (391) e nel QS World University Ranking (701).»

Come non essere d’accordo? Vorrei pure vedere chi sostiene il contrario! Il problema, alla luce di quanto detto in precedenza, è come, e se questo sforzo di volontà basterà a invertire la tendenza ad una sempre maggiore marginalizzazione di Siena. Come fai a «potenziare decisamente la qualità delle nostre capacità di ricerca in tutte le aree», se ti avvii a perdere il 40% del corpo docente un po’ a casaccio, riducendoti ad un terzo dei tuoi ingombranti vicini, in un contesto che vede in atto (benché con le ambiguità e irresolutezze che ho cercato di evidenziare) una tendenza alla costituzione di pochi grossi poli regionali?

Come fai a competere con atenei italiani, che hanno tre o quattro volte più ricercatori di te e tutti i comparti scientifici in grande spolvero, per le prime cento posizioni nelle graduatorie europee della ricerca? Finanziamento privato degli atenei: come fai ad attrarre significativi nuovi finanziamenti, in una misura tale da invertire la sorte? E se dobbiamo puntare (come in certa misura è giusto fare) sui finanziamenti privati, quale privato investirà nei settori delle scienze pure e del sapere speculativo in genere, che non si traduce immediatamente in soldoni? Sono aree destinate ad essere cancellate per sempre da Siena? Ma non eravamo la “capitale della cultura” 😦 ?

Giustissimo e condivisibile l’obiettivo di aumentare le collaborazioni internazionali (Doppio titolo, Cooperazioni bilaterali), ma quale dote porti – debiti a parte – a questi matrimoni, che ovviamente non sono d’amore, ma di convenienza? Loro vorranno fidanzarsi con te? E basterà questo per invertire la rotta, o sarà solo un eroico, ancorché velleitario remare contro corrente? Voglio dire, quelle che suggerisce Petraglia sono tutte condizioni necessarie per continuare a galleggiare, ma sono anche condizioni sufficienti per affrontare la navigazione in mare aperto alla scoperta di nuovi orizzonti?

Non so se localmente sarà possibile sciogliere questi nodi: è la politica universitaria che deve decidersi a dire in che direzione vuole andare: i grossi “hub”? Allora, per favore, che si proceda, facendosi carico dei problemi che una scelta del genere ti chiama a risolvere; non che puoi dire: “qui bisogna operare”, addormentare il paziente, effettuare il taglio e poi andartene senza richiudere. Vuoi navigare in mare aperto, ma per adesso, leggendo l’articoletto di Repubblica, si evince che in “alto loco” la vedono diversamente da quanto si legge nei programmi di Petraglia, Rossi e Frati e la politica ti riserva solo un ruolo d’imbarcazione da piccolo cabotaggio.

Dice Petraglia: «L’aumento degli studenti e dei docenti contribuirà a portare nuova energia alla città potenziando le sue risorse». Sì, ma il punto è come fai da ora in poi ad aumentare gli uni e gli altri. Per adesso hai chiuso metà delle magistrali e metà delle triennali, raso al suolo i dottorati, perduto 6.000 studenti, perduto 350 docenti, altri 100 circa ti avvii a perderne e il turnover è al palo. Le condizioni di bilancio, ancorché migliorate, non ti consentiranno di schiodarti per un bel pezzo e di rimpiazzare significativamente le perdite. Insomma, anche qui, un programma condivisibile, ma la cornice di fondo non è chiara. Siamo alla resa dei conti, la crisi non è superata, come scioccamente asseriscono le gazzette. I movimenti dietro le quinte sono inquietanti e “il problema”, come si diceva una volta, “è politico”…

Il programma della candidatura a rettore di Felice Petraglia

Petraglia-pianostrat

Il programma completo e il curriculum sono consultabili cliccando rispettivamente su Piano strategico 2016-2022 di Felice Petraglia e su curriculum vitae.

Terza candidatura ufficiale a rettore dell’Università di Siena

Felice Petraglia

Felice Petraglia

Carissime e carissimi,

il piano strategico Unisi 2016/2022 è il frutto di una intensa elaborazione ampiamente condivisa e vi è disegnato in maniera rapida quello che intenderei fare nei prossimi sei anni insieme a voi tutti.

In allegato trovate anche il mio CV, a testimoniare la personale esperienza di vita universitaria e che metto al servizio della comunità dell’Università di Siena.

Cordiali saluti,
Felice Petraglia

 

 

 

Perché non candidare Aldo Berlinguer a rettore dell’Università di Siena?

Aldo Berlinguer

Aldo Berlinguer

Il termine per la presentazione delle candidature alla carica di rettore dell’Università di Siena scade il 17 maggio e l’articolo 27 dello Statuto prevede che il Rettore sia eletto «tra i professori ordinari in servizio presso le Università italiane». Quindi, a dirigere l’ateneo senese potrebbe essere anche un docente di un’altra università italiana. Il gruppo di potere (guidato dal “grande vecchioLuigi Berlinguer e da Piero Tosi), che in questa competizione elettorale schiera addirittura due candidati (i “Berlinguer boys” Francesco Frati e Felice Petraglia), non farebbe meglio a candidare a rettore Aldo Berlinguer? Vuoi mettere, per un candidato, l’importanza di chiamarsi Berlìnguer («con l’accento sulla prima “i” perché è così che parlano gli italiani di Siena», come dice Francesco Merlo)? Vuoi mettere l’affidabilità garantita dal figlio biologico rispetto a quella “assicurata” dall’affiliazione simbolica e “politica”? E “quanto è bravo Aldo Berlinguer“, come puntualmente lo descrive Giancarlo Marcotti! E poi, con Aldo rettore si realizzerebbe al massimo livello la dinastia accademica della famiglia Berlinguer: professore il padre e professore il figlio; rettore il padre e rettore il figlio. Infine, Aldo eviterebbe la grana ecologica, che da assessore all’ambiente della regione Basilicata sta affrontando in questo momento, dopo l’inchiesta sulle attività petrolifere e l’inquinamento delle campagne e dell’invaso del Pertusillo, che rifornisce d’acqua oltre che la Lucania anche la Puglia, con evidenti conseguenze sulla salute dei lucani e dei pugliesi.

Pubblicato anche da:
– Bastardo Senza Gloria (16 maggio 2016) con il titolo: «Un’idea di Giovanni Grasso per Aldo Berlinguer».
il Cittadino online (16 maggio 2016) con il titolo: «Grasso: “Perché non candidare a rettore Aldo Berlinguer?”.

Basilicata, l’assessore all’ambiente è Aldo Berlinguer: giurista senese, ma pittelliano (Il Fatto Quotidiano, 7 aprile 2016)

Daniele Martini. (…) Dice Berlinguer: «Certo che ho un’interlocuzione con le società petrolifere ed energetiche che operano in Basilicata, il Dipartimento Ambiente ha competenza sugli impatti ambientali, compresi quelli degli impianti petroliferi. Da non molto ho ufficialmente diffidato l’Eni a proseguire con le sue fiammate che preoccupano tantissimo, e con ragione, la popolazione locale». A distanza gli risponde Albina Colella, professore ordinario di geologia all’Università della Basilicata e autrice con Massimo Civita del libro «L’impatto ambientale del petrolio in mare e in terra»: «Le fiammate impressionano, ma c’è molto, ma molto di peggio. Il punto è semplice: le tecniche di estrazione non sono tutte uguali, se si procede con la stessa attenzione usata in Norvegia, per esempio, l’impatto sull’ambiente è ridotto in limiti tollerabili. Se si pensa invece di fare come in Ghana tutto si complica. In Basilicata, regione delicata e fragile anche da un punto di vista sismico, finora si è proceduto con un rispetto assai basso per l’ambiente circostante. La Regione potrebbe fare molto, ma mi pare che l’assessorato all’Ambiente finora sia stato latitante. Sarebbe opportuno che l’assessore avesse competenze specifiche, ambientali più che legali, ma non mi risulta che il professor Berlinguer ce l’abbia».

Il fatto è che Aldo Berlinguer, professore ordinario di diritto privato comparato all’Università di Cagliari, in vita sua non si era mai occupato di questioni ambientali fino a quando alla fine del 2013 è stato catapultato nella giunta regionale della Basilicata dalla Toscana con una decisione che lasciò tutti di stucco. La storia è questa: ai tempi delle primarie Pd i Berlinguer del ramo senese, cioè Luigi, rettore dell’università toscana, già presidente della Commissione di garanzia del partito e ministro della scuola in governi di centrosinistra, e suo figlio Aldo fecero campagna per il lucano Gianni Pittella. I due, Aldo e Gianni, si conoscevano fin dai primi anni Duemila: Aldo era consulente giuridico a Bruxelles del Parlamento europeo e Gianni fresco di elezione da europarlamentare. Pure Gianni è rampollo di un’altra dinastia politica, quella lucana dei Pittella di cui capostipite nella Prima Repubblica fu il discusso senatore socialista Domenico e di cui fa parte anche Marcello, fratello minore di Gianni e ora governatore della Basilicata.

Le primarie furono stravinte da Matteo Renzi, ma per la famiglia allargata Berlinguer-Pittella la sconfitta fu provvidenziale. Nonostante il repulisti rottamatore di Renzi, Gianni Pittella, diventato nel frattempo un renziano convinto, ha potuto candidarsi per la quarta volta consecutiva con successo al Parlamento europeo mentre il fratello Marcello è diventato governatore della Basilicata. E per risolvere i mille guasti causati all’ambiente dall’estrazione del petrolio è andato a scovare proprio un professore toscano di diritto. L’amico senese Aldo Berlinguer.