Proprio per l’impossibilità di fronteggiare i pensionamenti, a Siena non solo la ricerca ma la stessa didattica è in crisi nera

OmbraRabbi Jaqov Jizchaq. (…) meno nobile della citazione di Michelstaedter; meno icastico dell’eloquio del conte Mascetti, il mio discorso insiste pedantemente sul punto:

1) «La prima missione dell’università è la didattica, ma sembra proprio che ce ne siamo dimenticati. L’affastellarsi incoerente di leggi, di provvedimenti, di regole e prescrizioni di ogni tipo la stanno infatti relegando in un angolo, rendendola sempre meno centrale ed efficace e sempre più difficile da decifrare, aggiornare e innovare.» (A. Stella)

Scusate se commento il brano citando nuovamente Galli della Loggia, ma i suoi due interventi recenti sul Corriere della Sera intorno a quest’argomento mi pare che centrino perfettamente il problema. Soggiungo che in questa problematica, Siena è immersa fino al collo anche per un surplus di disgrazie locali, e non odo risposte o proposte, né dall’attuale rettore, né dai candidati futuri rettori. Non si dice Sì-Sì o No-No, ma al massimo qualche ecumenico ed elettoralistico “ma anche“. Per quanto la sopravvivenza dell’ateneo investa il destino della città (della cui economia l’università rappresenta una gamba), tacciono i media e il mondo politico, tranne che per dar luogo, di tanto in tanto, a polemiche sterili o autoincensamenti inopportuni. Ma in definitiva il partito prevalente è quello dei fatalisti.

Il Rettore dice che nonostante la fuoriuscita di circa 500 docenti (uno su due) il rapporto docenti/studenti a Siena è ancora alto. Che dire? Tra breve avremo un terzo del corpo docente di Pisa o di Firenze. Se non ti è bastato di tramortirli, allora ammazzali e buonanotte! Un cupio dissolvi. Certo è che se continui a perdere studenti a migliaia e a chiudere corsi di laurea a decine, i docenti saranno sempre “troppi”: al limite, puoi fare a meno di tutti i docenti, semplicemente chiudendo l’università e dandoti finalmente all’agricoltura (già tremano gli ortaggi). Non so che cosa ne farai dei 1000 amministrativi (il doppio all’incirca dei docenti), ma se fossi il sindacato mi preoccuperei fortemente, anziché assecondarli, udendo certi discorsi intorno ad un ateneo ulteriormente ridimensionato. Gli anni passati sono stati caratterizzati da uno sfruttamento nero di giovani docenti, spesso poi non stabilizzati (di quelli capitati in questo decennio, nessuno lo è stato), dichiarati anzi oramai “vecchi” e dimenticati al grido ipocrita di “largo ai giovani!”, cioè a truppe fresche pronte per essere a loro volta immolate. Una generazione polverizzata. In questo gerontocomio dove i “giovani” sono “quarantini” o “cinquantini” (per dirla alla Montalbano) non entra di ruolo un cane da dieci anni: come si fa a dire che i docenti sono ancora troppi?

2) A proposito della strisciante trasformazione di molti atenei di media dimensione (specie meridionali) in “teaching universities”, onde favorire “pochi hub” della ricerca, dapprima il professor Galli della Loggia si chiede: «paradossalmente ciò sta avvenendo senza che nessuno lo abbia discusso veramente. Senza che nessuno abbia discusso la questione cruciale. Vale a dire: che cosa si deve fare del sistema universitario italiano? Come deve essere? Puntare su poche sedi già oggi in buona posizione per cercare di farne dei veri centri di eccellenza di livello europeo può essere giusto, ma che fare allora delle altre e quali caratteristiche queste debbono avere?».

L’Anvur si fa arbitro di distinguere fra teaching e researching universities: «ad alcune si potrà dire: tu fai solo il corso di laurea triennale. E qualche sede dovrà essere chiusa».

Nel mio piccolo mi chiedo se non vi sia un circolo vizioso nel praticare una politica che premia grossi atenei principalmente in base all’ammontare dei prodotti della ricerca, destinando con ciò per sempre molte sedi minori ad “università d’insegnamento”, cioè sedi distaccate di grossi atenei, sol perché, appunto, inevitabilmente, sfornano meno “prodotti”. Difatti non è chiaro come possa competere in assoluto, anche sul piano della mera quantità, e dunque trovare risorse sufficienti per emanciparsi e crescere, un ateneo come Siena che, pur avendo ricevuto in passato buone valutazioni, si avvia a perdere metà degli addetti alla ricerca e ad avere mille ricercatori in meno rispetto a Pisa o a Firenze. Diconsi mille, che se anche ciascuno sforna un articolo all’anno, sono nel quadriennio della VQR quattromila “prodotti” sfornati da ciascuno dei nostri ingombranti vicini da aggiungere al paniere.

È evidente che il contentino per essere stati, nonostante tutto, bravini, nei settori non ancora spazzati via dalla crisi, è di per sé insufficiente per ribaltare la sorte: non c’è partita, e mi domando quanto tempo passerà prima che il piccolo satellite venga definitivamente risucchiato dalla forza d’attrazione dei grandi pianeti a lui vicini. Più che una valutazione, questa distinzione fra sommersi e salvati sembra dunque essere una decisione presa a priori, una sorta di predestinazione calvinista parto di menti imperscrutabili e onnipotenti, e l’appello ai risultati della VQR, appare dunque soltanto un espediente retorico. Siena, nonostante le soddisfacenti performances nella ricerca, in questa cornice, pare destinata a diventare qualcosa che nell’idioma italico, accantonando per un attimo gli anglicismi, non so tradurre se non come “sede distaccata”. Ma può esistere un ateneo per metà “teaching” e per metà “researching” dove la prima metà costituirebbe un’insopportabile zavorra per la seconda metà? E i settori votati alla ricerca ripiegano definitivamente sull’insegnamento sol perché vanno in pensione i docenti? Sarebbe questa la misura dell’eccellenza?

3) Inoltre, in numerosi suoi comparti, proprio per l’impossibilità di fronteggiare le massicce uscite di ruolo, a Siena non solo la ricerca, ma la stessa didattica è in crisi nera: mi pare un autentico circolo vizioso. È curioso come la svalutazione della didattica si accompagni, in modo contraddittorio, col proposito di riduzione di gran parte degli atenei medio-piccoli a “teaching universities“: la didattica intesa perciò come cattiva didattica, in quanto punizione, una didattica dequalificata, frutto di un castigo, da somministrare evidentemente a chi non ha soldi o voglia per migrare verso gli atenei maggiori? Cose ‘e pazz’…. sembra che la didattica non abbia bisogno di risorse e competenze. In un successivo e già citato intervento, Galli della Loggia riassume così il processo che vede la progressiva marginalizzazione di tutti i comparti che, per intenderci, ho chiamato “teoretici” e delle scienze pure (quelli che qui a Siena chiamano “la cultura”): «Detto in breve, dall’insegnamento universitario – e quindi prima o poi anche dall’intero universo di capacità conoscitive e di studio degli italiani – dovrà scomparire innanzi tutto il passato. L’Italia non dovrà più interessarsi di alcun aspetto del mondo che abbiamo alle spalle, dei suoi eventi, delle sue idee, delle sue produzioni artistiche. Ma non solo. Dovrà farla finita anche con una buona parte di quei saperi astratti come la filosofia, la matematica, o con altre scienze esatte non sufficientemente utilizzate dall’apparato produttivo.»

Questo processo, specialmente in ordine a quelli che Galli definisce i “saperi astratti”, è visibilissimo anche a Siena, ateneo che ha sostanzialmente deciso di farne a meno, compattandosi (volente o no, con l’uscita di ruolo di un professore su due) attorno ad alcuni settori di carattere eminentemente applicativo. Anche i cultori improbabili del “piccolo è bello” dovrebbero dire allora, senza infingimenti (“ahhh! A noi ci interessa tanto, ma tanto la cultura!”):

a) quali settori s’intendono portare avanti per un ateneo fatto solo di poche “eccellenze”.

b) una volta presa la decisione, che non discuto, cosa farne di chi, pur non essendo individualmente un idiota, lavora in altri settori rimasti sguarniti e perciò stesso destinati all’abbandono, atteso che tutto ciò con la “meritocrazia” ha poco a che vedere, e che la vita di decine di persone non è nella disponibilità di un Rettore (presente o futuro).

Ricordo che anche in questo blog taluni sostennero illo tempore che la fuoriuscita di circa 500 “vecchi” avrebbe fatto largo finalmente ad altrettanti giovani: non si rendevano conto, tapini, che essa preludeva semplicemente alla soppressione di circa 500 insegnamenti e altrettanti posti di lavoro. Sarà grasso che cola se in futuro ne verranno recuperati il 10% (ma ne dubito). Dieci anni di congelamento di turnover e carriere hanno fatto fuori buona parte di quella generazione che avrebbe dovuto costituire il ricambio dei “vecchi”. C’è da esserne fieri.

Sarei contento se i candidati rettori mi spiegassero dove sbaglio.

Elezioni del rettore: quando il rigore è solo meteorologico conduce a una glaciazione pleistocenica delle coscienze e dei cervelli

Felice Petraglia - Alessandro Rossi - Francesco Frati

Felice Petraglia – Alessandro Rossi – Francesco Frati

Partita in anticipo, la corsa per il rettorato prosegue sottotraccia e in silenzio, non considerando le brevi interviste di un giornale locale ai tre candidati e il ritratto dell’Eretico di Siena a uno dei papabili. Tuttavia, non mancano le mistificazioni di docenti e gruppi (interni ed esterni all’Ateneo) che, nel segno della continuità con la gestione attuale o di un’inesistente discontinuità, cercano di chiudere, in modo definitivo e con il candidato giusto, il capitolo delle responsabilità del default economico-finanziario e istituzionale dell’Università di Siena, ormai avviate alla prescrizione.

Iniziò sei anni fa Riccaboni, eletto con l’aiuto di Tosi, cui deve tutto: la presidenza del Nucleo di valutazione d’Ateneo, il Cresco, la presidenza di Facoltà, l’incarico di prorettore ad Arezzo. E difatti, negli stessi giorni del suo insediamento a rettore, Riccaboni ricevette una telefonata da Tosi (10 novembre 2010): «Non incontriamoci al Rettorato! È meglio vederci al solito posto!» E così nella squadra di Riccaboni si ritrovarono gran parte dei tosiani. E Francesco Frati, per quasi sei anni prorettore vicario, è oggi candidato a rettore nel segno della piena continuità con il mandato di Riccaboni e con il sostegno di una parte dei fedelissimi di Tosi. Perciò tosiano anche Frati, per affiliazione simbolica. L’altro candidato, Felice Petraglia (che intende aprire un dialogo «trasversale e senza rotture con il passato con tutte le componenti dell’ateneo»), è tosiano d’acciaio da sempre ed è sostenuto dal gruppo più numeroso dei seguaci di Tosi. Quindi Frati e Petraglia, due volti della stessa medaglia e seguaci del grande timoniere Tosi. C’è però, il terzo candidato, Alessandro Rossi, che alla domanda (continuità o discontinuità?) così risponde: «l’oggi nasce sul passato, ma per avere futuro occorre la svolta.» Sì! Va bene! È tosiano anche lui? Rispondiamo con i fatti. Ha deposto in aula contro Tosi nel corso di un processo; si può considerare tosiano?

Ripeto sempre che la crisi dell’Università di Siena, cominciata nella seconda metà degli anni ’80, è stata ed è, prima di tutto, crisi culturale e morale. Ebbene, sfogliando le newsletter dell’ateneo, si scopre che il 19 ottobre 1998, Alessandro Rossi (a quel tempo professore associato) aveva già colto questi elementi. Infatti, scriveva: «L’Università è quindi oggi chiamata a riedificare un proprio ethos dal quale recuperare la propria identità e il proprio ruolo trainante nei confronti della società civile e con essi recuperare il senso d’identificazione che il cittadino deve avere nei confronti di quest’istituzione. (…) È improbabile un suo riscatto culturale e scientifico senza un’adeguata premessa etica. L’Università edificata su terreni rivelatisi instabili (l’ingresso in Europa sta accentuando il rischio sismico), non potrà sostenersi aggiungendo pur robusti contrafforti (leggi riforme) se parallelamente non sono abbattute quelle parti sorrette dalle precarie trabeazioni dell’etica dell’arbitrio. Quest’ultima trova ancora oggi uno dei propri sostegni nell’irrisolto conflitto di matrice novecentesca tra persuasione e retorica. La mancanza di una reale persuasione (in primo luogo del corpo docente) sulla funzione culturale e morale trainante dell’Università all’interno della società lascia, infatti, ampi spazi alla retorica e quindi al mito riformista. (…) Più in generale, nessun’ingegneria normativa di per sé potrà risolvere problemi che sono in primo luogo di natura morale e culturale. Ciò non significa che la strada delle riforme non debba essere percorsa, a condizione però che a esse si chieda solo ciò che possono offrire: un’architettura organizzativa con espliciti confini dei comportamenti legittimi. Esiste attualmente una distanza, non solo dialettica, tra etica e legittimità, tra “il sé” e “l’io”, che deve essere colmata per evitare il rischio che il generale e purtroppo spesso generico appello al rigore assuma solo un significato meteorologico sino a condurre ad una glaciazione pleistocenica delle coscienze e dei cervelli.»

Pubblicato anche da: Il Cittadino online (6 aprile 2016) con il titolo «Elezioni del Rettore: in cerca di rigore. E di un risveglio delle coscienze. (Giovanni Grasso passa in rassegna i candidati al ruolo. Tra continuità e discontinuità)».

«Renzi: il disneyficatore che banalizza tutto ciò che tocca riducendolo a evento mediatico privo di contenuti»

La statua di John Harvard

La statua di John Harvard

Perché stamattina non andrò ad ascoltare Renzi a Harvard (da: La Voce di New York, 31 marzo 2016)

Francesco Erspamer

Francesco Erspamer

Francesco Erspamer. Questa mattina Matteo Renzi parlerà a Harvard. Penso che abbia voluto venirci, oltre che per promuovere se stesso, per promuovere in Italia la sua riforma dell’università. Il premier italiano lo disse chiaramente, alcuni mesi fa: bisogna imitare il modello americano. E ora è venuto per far vedere ai suoi connazionali ed elettori che lui quel modello lo conosce. Harvard è la più prestigiosa università del mondo e questo gli basta: non si domanda con quali criteri e scopi siano stilate le classifiche di eccellenza o quali siano le condizioni e implicazioni di una simile preminenza (per esempio che Harvard sia una corporation con un capitale di più di 36 miliardi di dollari che ammette lo 0,04% degli studenti che ogni anno vanno al college) o tanto meno quale sia il livello delle altre 4139 università americane: no, lui tornerà tutto contento in patria e proclamerà che l’università italiana, la più antica del mondo, deve diventare come quella americana, convinto che se lo diventasse non sarebbe una scopiazzatura fuori contesto e fuori tempo (l’America sta cominciando a guardare all’Europa per rimediare ai disastrosi scompensi del suo sistema educativo) ma una sua grande innovazione. Un po’ come se gli riuscisse di aprire uno Starbucks in Piazza della Signoria a Firenze; o ancor meglio in Piazza della Repubblica a Rignano sull’Arno.

renziharvard-713x910Ma non è per questo che stamattina non andrò a sentirlo. E neppure per via del mio radicale dissenso con il suo progetto di reaganizzare l’Italia (e per di più in ritardo, quando gli altri paesi stanno cercando rimedi): non andrò a sentirlo perché è venuto a Harvard con lo stesso spirito con cui sarebbe andato a inaugurare un centro commerciale o ad aprire il nuovo anno alla Borsa di Milano. Tutte cose che un primo ministro deve fare: ma accorgendosi che sono differenti e rispettando le loro differenze. Per Renzi invece sono la stessa cosa: occasioni di visibilità, interamente prive di contenuti.

Significativamente, non parlerà alla Kennedy School of Government, dove avrebbe avuto senso per il ruolo istituzionale che ricopre. E neppure a economia, in riconoscimento delle sue riforme liberiste. Parlerà in un museo, all’Harvard Museum. Scelto, immagino, per confermare l’immagine che dell’Italia hanno gli americani: il paese della cultura e della bellezza. Forse chi lo ha invitato ricordava la sua foto insieme a Angela Merkel sotto il David, al meeting di un anno fa alla Galleria dell’Accademia: senza accorgersi (o peggio: senza curarsi) di quanto non autentica fosse quella cornice: ambienti carichi di storia abusati per promuovere politiche globaliste, volte a distruggere proprio quell’identità culturale.

Più che un rottamatore Renzi è in effetti un disneyficatore: che banalizza tutto ciò che tocca riducendolo a evento mediatico, dunque equivalente a qualsiasi altro che attiri l’attenzione dei giornali e dei network televisivi, senza gerarchie, distinzioni, senza valori di riferimento. La sua dimensione è quella della pubblicità e dei reality, in cui si fa finta di essere veri ma facendo in modo di non essere davvero creduti, in cui ci si maschera ma mantenendo una distanza ironica che impedisca equivoci, guardandosi bene dal correre il rischio che possa diventare un’esperienza autentica e dunque cambiare qualcosa. In ciò Renzi è integralmente liberista, impegnato nella sistematica deregulation dei princìpi e specificamente dell’autenticità: contro la quale impiega collaudate tecniche come la cazzata, che toglie di significato (scrisse il filosofo Harry Frankfurt in un celebre saggio) all’opposizione verità-menzogna e realtà-virtualità.

Non so di cosa parlerà a Harvard. Gli annunci del suo intervento non aiutano: “A keynote address”, “un discorso ufficiale”, senza ulteriori specificazioni, a confermare che non è venuto perché avesse qualcosa da dire. C’è venuto per far sapere che c’è stato. Presumo che abbia messo qualcosa insieme all’ultimo momento, cercando su Google qualche aneddoto su Harvard; come fece poco più di un mese fa in un’altra università, quella di Buenos Aires, dove al termine di un discorso confuso e infarcito di perle da Baci Perugina (“Non c’è parola più grande dell’amicizia per descrivere la storia di popoli diversi”: qualcuno mi spieghi cosa significa) citò in spagnolo dei versi di Borges. Solo che non era una poesia di Borges, subito notò El País, bensì un falso che compare su internet quando si inserisca la coppia di parole borges-amicizia.

Qualcuno ricorderà il concetto rinascimentale di sprezzatura, teorizzato nel Cortegiano, uno dei libri italiani che più influenzarono la civiltà europea. Castiglione pretendeva dalla classe dominante, in cambio dei suoi privilegi, capacità e stile senza ostentazione: bisognava sapere tutto e saper fare tutto però come se fosse una cosa naturale. Ma quella era una società fortemente regolamentata. Nell’età della deregulation i vincenti alla Renzi seguono un precetto opposto: ostentazione senza capacità né stile. Per questo stamattina non andrò a Harvard ad ascoltarlo. Perché a differenza di Berlusconi e di tanti altri politici, Renzi non si limita a ignorare la cultura o magari disprezzarla. La cultura può sopravvivere all’ignoranza e al disprezzo. No, Renzi la svuota. Con la sua programmatica trivialità svilisce la ragione e il linguaggio, riduce la comunicazione, ossia la facoltà più propriamente umana e sociale, a rumore. La chiarezza e il rigore costringono a una certa misura di coerenza; le improprietà deresponsabilizzano, rendono tutto indifferente, il vero e il falso, il giusto e l’ingiusto, le qualità e i difetti, i profittatori e le loro vittime. E quando il vuoto diventa uno stile e un programma, la fine della democrazia è pericolosamente prossima.

P.S. È giusto precisare che ad accorgersi della gaffe di Renzi non furono gli argentini e neppure El País bensì Miru e Sten sul canale YouTube “Mia sorella”. Solo dopo la loro segnalazione i giornali di tutto il mondo diedero risalto alla superficialità del premier italiano.

Un altro guastato: «chi guida l’Università di Siena ha una forte reputazione ed è attore a livello nazionale e internazionale su molti tavoli»

Angelo Riccaboni

Angelo Riccaboni

La folla dei guastati d’Italia: il Paese con il riflusso condizionato (la Repubblica, 1 aprile 2016)

Francesco Merlo. È il Paese con il “riflusso condizionato”, quello degli italiani guastati dall’acido: da Marino alla Carrà, da Emiliano alla Marcuzzi …, con D’Alema nel ruolo di guastato guastatore e Angelo Guglielmi che, in nome di quell’orrore ideologico che fu Tele Kabul, in poche righe ha bocciato Moravia, Pasolini, Pratolini, Cassola, Strehler e insomma (quasi) tutta la letteratura italiana, facendo – diceva Sciascia – “come quelli che pur di passare alla storia imbrattano i monumenti”.

L’eroe catodico di Guglielmi si chiama, ça va sans dire, Piero Chiambretti, guastato per la verità anche lui e non solo perché ha ridotto la tv dello sberleffo intrigante a tv della mostruosità volgare. Ma perché propone oggi un baraccone di fattucchiere, ircocervi sessuali che gareggiano a chi ce l’ha più corto, e ballerine a tre gambe, ma con il birignao pretenzioso e acido della “televisione dopo la televisione”. E Chiambretti evoca il “post moderno” che da Don DeLillo e Tondelli è ormai precipitato nella sottocultura diventando un tic linguistico tipicamente italiano paragonabile ai vecchi “senza se e senza ma”, “a prescindere”, “nella misura in cui”, “la spiegazione è a monte”, “la colpa è della società”.

La folla dei guastati d’Italia potrebbe da sola riempire un’ala degli Uffizi, il corridoio del vittimismo aggressivo parallelo a quello vasariano. In faccia a Federico da Montefeltro potremmo mettere per esempio il busto rifatto di Flavio Briatore, il guastato plastico che, condannato per evasione fiscale, saprebbe lui come raddrizzare le gambe di questa Italia che non lo capisce e non lo merita: “ve lo dico io cosa ci vuole: una dittatura a tempo”. E intanto garantisce sull’assoluta democraticità di Donald Trump perché “a me capita di andare a passeggio con lui” e “non con i politicanti di Roma”, puah.

Guastarsi è più che puzzare. È non digerire e dunque ragionare per rigurgiti e conati. È corrompersi ma nell’accezione che piace a Marco Pannella il quale, al contrario del “guastato” non ha mai maneggiato rancori se non per rovesciarli con la pietas radicale: “L’Italia non è mai stata così corrotta, non parlo del reato, ma del ‘cum rumpere’: disfare, decomporre, guastarsi”. Ci si guasta appunto per rancore, per incapacità di accettare la sconfitta, per troppo amore di sé, per non perdere la scena. E pur di sfuggire all’ombra ci si rifugia nella grotta illuminata dei semivip, l’orrenda categoria antropologica dei presenzialisti, gli eroi televisivi del pomeriggio, le retrovie Rai e Mediaset, quelli degli aperitivi autorevoli, il covo dell’acido italiano, più corrosivo degli schizzi di Alex e Alessandra, la guastata coppia di Milano. Ha scritto Umberto eco: ”Nel mondo del futuro non ci sarà più differenza tra la fama del grande immunologo e quella del giovanotto che è riuscito ad ammazzare la mamma a colpi di scure”.

Dunque i guastati, pur di restare famosi si degradano a chiacchierati. Perché, ovviamente, i loro schizzi di bile nera piacciono ai giornali che li vestono di prosopopea sociale, soprattutto la domenica, che è la giornata del mal di vivere italiano e dunque via con le interviste che infettano l’aria e abbassano il Ph del Paese.

Ignazio Marino ha fatto la più importante delle tante presentazione del suo libro guastatissimo alla Stampa Estera perché – spiegò quand’era sindaco – ”a San Francisco mi sostengono, ‘abroad’ mi applaudono mentre a Roma fatico a farmi capire”. Fateci caso: il guastato è sempre di ritorno dall’estero, il suo rancore ha bisogno dell’esotismo e non c’è niente di più provinciale dell’antiprovincialismo ostentato. Ascoltate D’Alema che, magari ingiustamente, è sospettato di attirare gli altri guastati, organizzarli e dirigerli: “Sono appena sbarcato all’alba a Fiumicino dall’Iran, dove Vodafone non prende. Non avevo né telefono né Internet”. E questo un attimo prima di dire che Renzi è stalinista, di spiegare perché il Pd è destinato a perdere, e di indicarci per chi votare a Roma. Ecco: quando D’Alema premette “io sono un signore che non si occupa più di cose italiane” tutti capiscono che sta per buttare l’acido di casa.

Ovviamente il guastato è sempre in agguato. Come il cattivo dei film di Sergio Leone controlla l’ora con il vecchio carillon, pronto a contrapporre l’austerità del tempo andato alla sfrontatezza del tempo nuovo, spacciando il proprio borbottio per saggezza da grande vecchio. Così Sergio Cofferati che grazie ai trucchi delle primarie di Genova camuffò il rancore di perdente marginale con il bisogno di regole e di trasparenza. E il rifiuto ideologico ed estremista di ogni moderna rivisitazione del rapporto tra impresa e lavoro divenne nostalgia dei valori e della pulizia del mondo antico della concertazione. È così l’acidità dell’ex: trucca il passato.

Ha invece rispettato il suo passato Antonio Bassolino che nell’acidità non è precipitato sottraendosi alla politica per dispetto. Ha fatto un passo indietro in nome della nobiltà della politica, della fedeltà alla sua storia, ha mostrato grandezza personale. Ed è entrato a far parte dell’aristocrazia dei perdenti – Martinazzoli, Segni, Pannella … – che è la sola realtà blasonata della politica italiana. “A volte mettersi da parte è la maniera più intelligente di salvare se stessi” mi aveva detto Bassolino qualche mese fa.

Ha sicuramente ragione Cesare Romiti a celebrare nell’avvocato Agnelli l’innamorato della libertà dei giornali, il grande editore davvero irripetibile, ma c’è l’acidità del guastato fuoriuscito nelle lezioni che a intermittenza impartisce all’editoria che non è stata certamente né il successo né la passione della sua vita professionale.

Michele Emiliano è invece il guastato “cozzalone” (direbbe Checco) perché con l’astio, con la politica corrotta dalla rabbia, con il forconismo come ideologia meridionale questo birbante governatore della Puglia sta occupando la scena e non uscendo di scena. Sa infatti che al Sud c’è sempre una plebe in cerca di autore e dunque il suo guasto è vaghezza di scienza politica. Emiliano cerca il consenso nel cattivo umore e perciò agita tutte le battaglie perdenti: contro le trivelle, contro il gasdotto del Salento, contro il decreto scuola, contro l’illuminismo degli scienziati d’Europa trattati come gli untori della Xylella, la “peste degli ulivi”. La cifra è l’eccesso, l’importante è fare il botto, che è politica andata a male, appunto guastata. Lo era quando nella trasmissione “L’aria che tira” Emiliano disse estasiato: “Renzi è il nostro Napoleone”. Lo è adesso che va ripetendo nelle tv locali: “Renzi è un venditore di pentole”.

Fanno invece malinconia, la stessa che ispira i suoi abiti di pelle nera (proprio il contrario delle Paillettes e dell’ombelico scoperto), le gaffes della Carrà che, con l’acida severità di chi non ha sbagliato mai un fagiolo e perciò ha la cattedra per dare lezioni di vita ai pivelli, si è persa prima nella geografia chiamando araba un signora dell’Iran, e poi si è persa nella teologia salutando con un esibito “Salaam aleikum” un esterrefatto concorrente filippino: “Ma come, voi filippini non siete mussulmani?”

Ci si può guastare anche di successo. È il caso della brava Alessia Marcuzzi che, pur governando il più maligno dei reality televisivi ha gridato al complotto della stampa cattiva quando un po’ di quella malignità le si è ritorta contro. Ecco, affidato a Instagram il suo sfogo, che pur esibendo molta più grazia, somiglia agli sfoghi di D’Alema, di Marino e di tutti gli altri guastati d’Italia: “Anche quando pilotate articoli contro di me per dare risalto a un vostro protetto. Anche quando fate inciuci per demolire la mia immagine chiedendo favori a qualche giornalista. Anche quando vi incontro e mi salutate con grande affetto pieni di denti. A me, nonostante i vostri attacchi mirati, ME PARECE TODO ESTUPENDO”. Come si vede è una prosa da complottarda ma ingenua, con un codice da scolaresca che rende Alessia Marcuzzi la più pasticciona e dunque la più simpatica dei guastati. Non c’è la schiuma di citrato che conforta il crescente mal di stomaco d’Italia, non c’è la collera che fa il successo della trasmissione-fenomeno “La zanzara”, il chiosco dove l’acidità diventa furia.

Sul risanamento dei conti nell’università di Siena: «No! Il dibattito no!»

Rabbi Jaqov Jizchaq. Leggo su “La Nazione Pisa”: «Sono due gli atenei italiani, entrambi toscani, tra i primi cento nella nuova classifica europea delle migliori duecento università in Europa. Nella ristretta lista dei top 100, secondo la graduatoria dell’inglese The Times Higher Education ci sono la Scuola Normale Superiore e la Scuola Superiore Sant’Anna, tutte e due con sede a Pisa, che si piazzano rispettivamente in 50a e in 90a posizione. …L’università di Firenze si attesta tra il 170° e il 180° posto.”

Qualcuno di voi conosce il romanzo “Epepe” dello scrittore ungherese Ferenc Karinthy? C’è un tizio che all’aeroporto di Budapest sbaglia a prendere l’aereo e finisce in un paese sconosciuto dove parlano una lingua incomprensibile (e non ne parlano altre). Un misterioso paese dell’Est. Una situazione giustappunto kafkiana. Mi pare di riviverla quando cerco di interloquire con qualcuno sui temi oggetto dei miei interventi in questo blog.

Insomma, a proposito di trasparenza, io non sono tanto preoccupato della partecipazione del Rettore a un dibattito del PD, quanto di quello che non si dirà, a quello come ad altri dibattiti di altri partiti. Dell’assoluta opacità, cioè, delle proposte politiche riguardo al futuro di questo ateneo. Quale sarà il posto di Siena, ateneo già pesantemente ridimensionato, dove molte aree scientifiche oramai sono ridotte a simulacro, nel sistema degli atenei toscani? Cosa si studierà in terra di Siena? Cosa non si studierà più? Parlano de “l’università” ai dibattiti, ma che dicono? Dovrebbero specificare quale sia l’ubi consistam, l’oggetto di questo parlare. Il modo in cui si affrettano a sottolineare che “abbiamo salvato le strutture” appare talvolta una sorta di excusatio non petita.

L’opinione condivisa, in questi dibattiti, è che tutto stia oramai gradualmente tornando come prima del diluvio. Parola d’ordine; normalizzazione, e tuttavia, non solo non esistono più le facoltà e la plausibilità della configurazione che ne è conseguita meriterebbe lunghe discussioni, ma non è chiaro come qualche avanzamento di carriera e l’arrivo eventuale di un ricercatore a tempo determinato per ogni dipartimento, o il futuro bando di una mezza dozzina di concorsi possano compensare la fuoriuscita di ben cinquecento professori di ruolo, cioè il dimezzamento dell’ateneo, e per di più a casaccio. Quindi, niente è tornato, né tornerà come prima.

No! Il dibattito no!”. È una celebre esclamazione dal morettiano “Io sono un autarchico”. Anche riguardo a quello che accade ed è accaduto all’università pare regnare nel pubblico il medesimo orrore per il dibattito. Al più ci si limita ad imprecare (gli uni) contro gli autori del buco, oppure (gli altri) a vantarsi di averlo ricoperto, dando la colpa del medesimo agli extraterrestri. Ma riguardo a quello che è avvenuto dopo la raccapricciante scoperta, regna una sorta di fatalismo: eppure non è che tutto sia riconducibile all’accanimento di un destino cinico e baro, o alla necessità di applicare regole in modo deterministico per ristabilire comportamenti finanziari virtuosi.

Volenti o no, le decisioni che per esempio hanno condotto all’assetto attuale dell’ateneo senese, o che riguardano il suo assetto futuro, hanno una valenza culturale (o politico-culturale) precisa, sottendono una precisa visione del destino dell’istruzione superiore, che non può essere dissimulata appellandosi all’ineluttabile e al potere soverchiante di quell’apparato tecno-burocratico-ministeriale aduso a tiranneggiare con le scartoffie. Così come mi pare che non possano essere elusi gli interrogativi di cui ai precedenti messaggi. I quali evidentemente non interessano a nessuno. Politici di tutte le razze sono sostanzialmente d’accordo e sono solo pochi idioti che s’interrogano su quale sia “l’orizzonte di senso” di tutto ciò.

«Caro Rettore se ha un minimo di dignità deve accettare il contraddittorio con il Professor Grasso sul risanamento dell’Ateneo senese»

MoscaMassimoMarco Sbarra. Mi scusi Rettore Riccaboni, ma se «la situazione era non al limite del collasso ma dentro al collasso» alla fine del 2012, la colpa era forse di chi abbaiava alla luna o piuttosto di chi ricopriva la carica di Rettore? Se non vado errato è Lei dal 2010 il dominus dell’Università di Siena. Quindi prima avrebbe contribuito allo sfascio dell’Ateneo e poi sarebbe stato l’autore di un vero e proprio miracolo di resurrezione. Se così è, credo che non avrà problemi a magnificare e provare le sue doti di grande taumaturgo in un pubblico confronto con il Professor Grasso. Mi raccomando però, sia clemente con lui…
Lei afferma di essere sempre stato molto prudente, di aver dovuto sopportare stoicamente strumentalizzazioni e pressioni, ma la realtà è che i conti erano fuori controllo, tanto è vero che deve ammettere, obtorto collo, che i revisori avrebbero chiesto il commissariamento se fosse stato previsto dalla legge.
Sinceramente dalla sua intervista, oltre che un malcelato tentativo di svicolamento, traspare un alto tasso di arroganza, tipica dei rappresentanti del Sistema Siena “benemerito”. Che ci vuole a ribaltare una situazione che brucia; basta deviare l’attenzione dai veri problemi per focalizzarla sulle presunte colpe del branco dei cani rabbiosi, che strumentalizzerebbero la vicenda inventandosi magagne inesistenti.
Ma questo giochetto Professor Riccaboni, ormai non rende più. Forse in quel di Siena voi maggiorenti siete abituati a non dover rendere conto delle vostre azioni, pensando che basti “ringhiare” per mantenere l’impunità e la rispettabilità. Ma dovete mettervi in testa che il tempo dei cortigiani di corte è finito e che patetico è il tentativo di arrampicarsi sugli specchi, di rivendicare meriti e virtù inesistenti a beneficio degli allocchi.
Caro Rettore, se ha un minimo di dignità deve accettare la sfida lanciatale dal Professor Grasso, e deve dimostrare in contraddittorio la bontà del suo risanamento. Tenendo sempre ben a mente che i bilanci vanno certificati e a volte non basta nemmeno quello per garantirne la veridicità. Quelli del Monte ne sanno qualcosa…

Ritratto di scuola in un interno nelle elezioni per il Rettore dell’Università di Siena

Raffaele Ascheri e Felice Petraglia

Raffaele Ascheri e Felice Petraglia

Nel dibattito sulla grande corsa per la poltrona di Magnifico dell’Università si è inserito Raffaele Ascheri che, nel suo blog Eretico di Siena, ha pubblicato uno stimolante ed efficace articolo sul candidato Felice Petraglia.

Il professor Petraglia, vaticanista Felice… (Da: Eretico di Siena, 18 marzo 2016)

Raffaele Ascheri. L’aspetto pare piuttosto ordinario, per non dire vagamente dimesso ed anonimo: ma dietro l’apparente basso profilo, il professor Felice Petraglia è una autentica macchina da guerra di potere accademico. Molto vicino all’ex Magnificissimo Tosi, Petraglia sta da tempo scaldando i muscolini in attesa delle imminenti elezioni. Sul Curriculum specifico, poco da obiettare: più di 600 pubblicazioni su riviste scientifiche, più la propria firma su una trentina di volumi scientifici.

Ciò che più impressiona, però, è il legame diretto, esplicito e personale con il Vaticano: Petraglia è Consigliere di Scienza e vita, potente lobby pro-life creata ad arte nel 2005, con benedizione di Ruini, per affossare – grazie all’astensionismo, non alla forza delle idee – la Legge sulla Procreazione assistita. Già questo inquieterebbe un pochino, per il rischio di imprimere una svolta decisamente filoclericale all’Università locale; non bastasse, ecco che dal febbraio 2011 il Nostro è un insider della Pontificia Accademia Pro vita, diretta emanazione vaticana.

Per raccattare consensi pesanti, però, il Nostro è comunque pronto a passare da Ratzinger al Paganesimo politeista della Classicità: la settimana scorsa, l’abbiamo visto seguire con grande attenzione una stimolante lezione, incentrata sulla capacità del politeismo greco di essere sbeffeggiato. C’era da omaggiare, in quella occasione, il professor Maurizio Bettini, uno che verosimilmente qualche voto lo può orientare, dal settore umanistico. Un po’ di sano pragmatismo preelettorale, dunque, val bene un’oretta in compagnia degli Dei (nostro faro religioso, come più volte scritto)? In ogni caso, tornando alla deriva cattolicheggiante di cui sopra, il politeismo va bene in campagna elettorale, perché l’imprinting è appunto ben altro.

La ciliegina finale, infatti, è dedicata alla cappella che si trova nel cuore del suo regno, appunto l’Ostetricia delle Scotte: cappella dedicata a Gianna Beretta Molla! Il nome dirà qualcosa solo agli esperti di cose religiose ed agli ascoltatori di radio Maria. Gianna Beretta Molla è proprio la “benemerita” che preferì darsi la morte, nell’Italia del 1962 (non curandosi un fibroma all’utero), pur di cercare di fare nascere la sua quarta creatura (aveva già tre figli, la pasionaria antiabortista); la “benemerita” che la Chiesa cattolica ha innalzato agli onori, facendola prima Beata e poi – non fosse bastato – Santa, grazie al misticismo morboso ed all’antiabortismo militante del Pontefice polacco. La Giovanna d’Arco antiabortista, insomma: questa è Gianna Beretta Molla. Un modello da imitare, pare di capire. Meno male che siamo in uno Stato laico, meno male che siamo in una città di Sinistra (sic).

Ciò detto, al netto di tutto quanto il resto (continuità con Tosi et alia), è proprio ad un solerte oltranzista filovaticano di questo stampo, che vogliamo affidare le chiavi dell’Università senese? Almeno questo, per Zeus, ci venga risparmiato, in questa città: almeno questo…

«L’Educazione, la vera educazione, nulla ha da spartire con il radioso evento» organizzato dall’Università di Siena

Francesco Ricci

Francesco Ricci

La scuola superiore uccisa dall’Università (Da: Corriere di Siena, 12 marzo 2016)

Francesco Ricci. Hanno unito le forze l’Università di Siena, il Comune, la Fondazione Monte dei Paschi, Campus Orienta, Class Editori. Hanno unito le forze e hanno organizzato il 1° Summit nazionale dell’education, tre giorni dedicati all’istruzione, alla conoscenza, al lavoro, scanditi da convegni, dibattiti, workshop, testimonianze dirette, e rivolti a docenti, studenti (in particolare delle classi quarte e quinte), famiglie, esperti del settore.

Non so quanto sia costata questa manifestazione, ma quello che so è che anche un solo centesimo speso sarebbe (è) troppo. Già trovo fastidioso il ricorrere, quando non ce n’è affatto bisogno, all’uso di parole inglesi, come “Summit” e, soprattutto, come “Education”. “Educazione”, infatti, ovviamente per chi ne conosce l’etimologia, è parola stupenda e semanticamente ricca. Eppure si preferisce il termine “Education”, che ricorre, insieme a “Innovation”, e accanto a “Orientamento” e “Vivere e Studiare a Siena”, anche nel depliant informativo. Evidentemente la lingua italiana è avvertita essere vecchia, stantia, logora. La si può continuare a impiegare (e tollerare) soltanto a patto di rivitalizzarla, attraverso il ricorso a forestierismi e a termini che celebrano ciò che ci sta davanti, non ciò che ci è ormai alle spalle: non a caso, tra le occorrenze più significative registriamo “nuovo”, “innovazione”, “novità”. Peccato che l’Educazione, la vera educazione, quella che con parola tedesca siamo soliti chiamare “Bildung” – in questo caso, è bene ricordarlo, non esiste un perfetto corrispettivo nella lingua italiana – nulla ha da spartire con questo radioso evento, che già pare diffondere la sua luce sul resto del Bel Paese. L’ultima delle preoccupazioni infatti della “Buona Scuola”, di cui questo Summit è al contempo emanazione e imbarazzante riflesso, è la formazione integrale della persona umana. Altrimenti non si capirebbe la scelta esiziale di prevedere l’alternanza Scuola/Lavoro anche per i Licei e di incrementare di anno in anno le ore destinate all’Orientamento universitario, alternanza e Orientamento che, ovviamente, sono al centro di questa tre giorni.

Non solo. A ciò si aggiunga, il fatto che molti test di ammissione alle Facoltà vengono affrontati dagli studenti quando ancora frequentano l’ultimo anno di studi superiori: io, ad esempio, ho in classe alunni che già sanno che dal prossimo settembre saranno alla Bocconi di Milano. Le probabilità che vengano respinti all’esame di Stato va da sé che sono bassissime, ma quello che conta è il ruolo del tutto subalterno – direi ancillare che, neppure troppo celatamente, viene in questo modo riconosciuto alla scuola secondaria di secondo grado. Così facendo si fa del Liceo non più l’occasione, come era ancora ai miei tempo, classe ’65, per incontrare autori e testi che permettano a ciascuno “di rispondere meglio alla propria vocazione di uomo” (Tzvetan Todorov), bensì il ponte che occorre attraversare, di fretta e con fastidio, per inoltrarci nei territori del lavoro e della professione. Dove, ovviamente, i nostri giovani godranno sempre di minori tutele, ma sapranno recriminare in un buon inglese.

Sulla trasparenza Riccaboni è arrivato prima di Renzi. Che ne pensano i candidati a Rettore dell’Ateneo senese?

10 dicembre 2010: «Dalle vicende dell’università di Siena emerge la mancanza di trasparenza assurta ad ordine di governo»

17 febbraio 2011: Università di Siena: «preconsigli» di Amministrazione, un ritorno al passato

11 maggio 2011: Una lezione di democrazia a chi ostacola la trasparenza nell’università di Siena

8 giugno 2011: Davvero qualcuno pensa di usare un “Madoff italiano” per risanare l’università di Siena?

27 luglio 2011: Le sorti dell’Università di Siena nelle mani di un Madoff senese?

11 novembre 2011: Università di Siena: dissesto economico, sequestro di beni e inaugurazione dell’anno accademico

20 novembre 2011: Per la comunità accademica Riccaboni non è più il rettore dell’Università di Siena

27 agosto 2012: La casa dei misteri: Palazzo Bandini Piccolomini a Siena

30 agosto 2012: Ateneo senese: la trasparenza invisibile

11 febbraio 2013: È necessaria l’interdizione di Riccaboni dalla carica di rettore dell’Università di Siena

11 marzo 2014: «Lascia perdere, all’università di Siena si è sempre fatto così!»

25 ottobre 2014: È in arrivo il Direttore Generale dell’Università di Siena

Spigolature senesi: tra ruolo istituzionale ed esigenze personalistiche dei vertici di alcune istituzioni locali

Marcello Clarich - Angelo Riccaboni - Marco Casucci

Marcello Clarich – Angelo Riccaboni – Marco Casucci

Lega Nord Siena. A che titolo i vertici di Fondazione MPS e Università partecipano a conferenza del PD? La Lega Nord pretende chiarezza. La presenza dei vertici della Fondazione e dell’Università alla conferenza programmatica del Pd costringe la Lega ad alcune riflessioni sul ruolo di queste istituzioni locali e sul loro totale appiattimento e la loro contiguità con il Partito che ha distrutto la Città. Emergono precise responsabilità del Presidente della Fondazione Clarich e del Rettore Riccaboni che sviliscono e deviano la Fondazione MPS e l’Università degli Studi dai loro scopi e funzioni istituzionali e le piegano alle loro esigenze personali e personalistiche. È anche evidente il disprezzo che viene gettato sul Comune di Siena, visto il recente rifiuto dei membri della Deputazione della Fondazione di rispondere a chi li ha nominati, quando invece il Presidente Clarich non si fa problemi a recarsi ad un appuntamento politico.

Marco Casucci (Consigliere regionale della Lega Nord Toscana). Non possiamo accettare che la Fondazione Monte dei Paschi e l’Università degli Studi – i cui vertici hanno chiaramente fatto intendere che non sono indipendenti e sopra le parti, ma hanno un preciso riferimento politico in quel Pd che è stato l’artefice del declino di Siena – continuino ad essere gestiti e presieduti da questi due signori i quali, oltre a mostrare lacune nel proprio operato, fanno sorgere seri dubbi di un latente parallelismo tra ruolo istituzionale rivestito e carriera politica intrapresa.