Per le elezioni del nuovo Rettore dell’Ateneo senese si vota il 16, il 22 e il 28 giugno

Felice Petraglia - Alessandro Rossi - Francesco Frati

Felice Petraglia – Alessandro Rossi – Francesco Frati

Il decano del Corpo Accademico, Prof. Paolo Luigi Nardi, ha firmato il Decreto d’indizione delle votazioni e d’istituzione dei seggi elettorali. Al momento, i candidati a rettore sono i Proff. Felice Petraglia, Alessandro Rossi e Francesco Frati. Da ricordare, però, che il termine per la presentazione delle candidature alla carica di rettore scade 17 maggio 2016.

Dateelezioni

Almeno i candidati a Rettore risponderanno alla domanda «dove va l’Università di Siena?»

StemmaUnisiRabbi Jaqov Jizchaq. Leggo che una peculiarità del sistema italiano è la “dispersione della performance”, non la sua concentrazione in pochi atenei. Cioè a dire le “eccellenze” sono distribuite in modo abbastanza uniforme. E per converso direi che anche le sedi d’eccellenza hanno al loro interno diverse schifezze. Soggiungo che, nel momento in cui si parla di concentrazioni in “grossi hub”, verosimilmente regionali, curiosamente non si dice come ciò dovrebbe avvenire, né si nota, per esempio, che non esiste alcun serio sistema per consentire ai docenti, in una maniera che non sia eccezionale (sicché non costituisca “l’eccezione che conferma la regola”), di transire da una sede a un’altra.

Il seguito dato all’articolo 3 della riforma, relativo alle collaborazioni inter-ateneo, in quei settori dove i singoli atenei non abbiano più la possibilità di fare da soli – al di là dei dottorati Pegaso – mi pare che sia piuttosto scarso, anche perché il contenuto di questo articolo si riduce a poco più di una blanda esortazione, non accompagnata da un progetto vero e proprio, né dalla garanzia che atenei come Siena diventino ancor di più “provincia dell’Impero”, luogo di merende e scampagnate, deposito temporaneo di docenti svogliati, accentuando quei fenomeni deleteri (assenteismo, instabilità, totale indifferenza al destino dell’istituzione) che già hanno contribuito alla loro decadenza.

Egualmente non ho capito come potrebbe aver luogo operativamente in Italia la distinzione fra “teaching” e “researching university”, assente dall’attuale quadro normativo. Ma anche se ciò fosse reso possibile, mediante una riforma (della riforma) che cancellasse, tra le altre cose, l’eufemistica “autonomia universitaria”; se cioè ricerca e insegnamento venissero messi definitivamente su binari diversi (e se lo saranno, si spera che almeno si riconoscerà una dignità all’insegnamento, visto che con gli attuali meccanismi premiali è inteso quasi come una punizione per bambini cattivi), è evidente che ciò porterebbe con sé anche una totale deregulation e la differenziazione degli stipendi a seconda della sede: la “contrattualizzazione” del corpo docente, che consentirebbe di differenziare la retribuzione dei professori più bravi.

Anche questo è un tema che ronza nell’aria e, prima o poi, verrà messo sul piatto. Ma, è evidente a questo punto che i ricercatori più bravi (salvo asceti e flagellanti) migrerebbero verso gli atenei più ricchi e maggiormente dotati di risorse. Questi, perciò stesso, incrementerebbero il loro vantaggio e si creerebbe una spirale virtuosa che per gli altri si trasformerebbe in circolo vizioso, spalancando sempre di più la forbice in modo irreversibile. Come Superciuk, il sistema continuerebbe a salassare i poveri per donare ai ricchi, ma lo farebbe in nome della meritocrazia.

Uno la può pensare come vuole al riguardo e può farsi paladino di un modello che preveda la netta distinzione tra insegnamento e ricerca, ma quello che volevo sottolineare, e che mi inquieta, è come al momento non vi siano regole per porre in atto questo vagheggiato modello. Quando ci sono le regole del gioco, uno può decidere di giocare o di astenersi, e se gioca, sapendo quali sono le regole, può anche rassegnarsi a perdere; ma è evidente che un gioco senza regole, con regole cangianti, con regole varate “a posteriori”, ha tutto l’aspetto di una truffa. La gente non può passare tutta la vita ad aspettare che in alto loco si decidano su quale modello adottare, cambiando continuamente le regole del gioco.

“Nell’anima non ho neanche un capello bianco”, dice Vladmir Majakovskij, ma nella zucca io ne ho assai e non ne avevo quando si cominciò a parlare della sorte dei “giovani ricercatori”. Fu anche detto in alcune sedi, ad uso dei creduloni, che il pensionamento di 350 professori apriva la strada al reclutamento di centinaia di “giovani ricercatori” (e il modo ancor m’offende). In realtà si trattò solo del taglio di 350 posti di lavoro, tutti di docente, che preludeva all’instaurazione di un diverso “modello” di università. Dopo anni, solo adesso si è aperta la possibilità di trasformare un po’ di ricercatori in associati (gente che, di fatto, già svolgeva il ruolo di associato). Ma non si tratta, appunto, di posti nuovi, bensì solo di avanzamenti di gente già di ruolo e non più giovanissima, e anche qui è evidente che coloro i quali operano nei settori che non rientrano in questo nuovo “modello”, non hanno speranza alcuna. I giovani, intanto, come affermava Benedetto Croce, hanno un solo compito: quello di invecchiare.

Facciamo due conti.
– L’Italia ha 130.000 studenti in meno su 1.700.000 negli ultimi cinque anni, cioè intorno all’8%: ma a Siena, se i dati sono quelli riportati, siamo intorno al 30%!
– L’Italia ha perso 10 mila docenti e ricercatori dal 2008 al 2015. Per quanto riguarda i docenti di ruolo, si tratta di oltre il 13% del personale docente, contro una media del 5% del pubblico impiego. Ma se è vero, com’è vero che a Siena stiamo passando da 1062 docenti (nel 2006) a 712 (oggi) siamo al 33% di perdite e l’ateneo senese si sta riducendo a un terzo di quello pisano o fiorentino.
Aggiungo che oramai è un’asfissiante propaganda pressoché quotidiana e bipartisan, quella che vuole un ridimensionamento del sistema degli atenei, con la concentrazione delle risorse in “pochi hub”. Alla luce di tutto ciò risulta sempre più urgente un chiarimento: dove va l’Università di Siena? Una risposta, prima o poi, è dovuta. Si narra di un martire arrostito sulla graticola, che avverte i torturatori: «Potete girarmi, da questo lato sono già cotto», ma non tutti posseggono questo sublime sense-of-humor.

Il bugiardiere e le prossime elezioni del Rettore dell’Università di Siena

Riccabocchio SantoGià nel novembre 2011 scrivevo che «si può sorvolare su tutto, ma non si può accettare che il rappresentante legale dell’università di Siena», raccontando cose non vere «esponga al ridicolo l’istituzione che rappresenta». E per Angelo Riccaboni è ormai costituzionale raccontare frottole in modo sistematico! In circa sei anni alla guida dell’ateneo senese, di balle ne ha raccontate tante; nonostante ciò qualcuno suggerisce di farlo Sindaco o Ministro! Allora, tanto vale farlo Santo!

Esemplare la balla sull’avanzo di competenza di sette milioni d’euro quando, in realtà, l’esercizio 2013 s’è chiuso con un disavanzo di competenza di 3,5 milioni d’euro. È trascorso un anno dalla denuncia dell’imbellettamento del bilancio, ma il Rettore non ha ancora fornito le necessarie spiegazioni sulla vicenda, neppure dopo la mia recente ed esplicita richiesta. Tace anche l’ex direttrice amministrativa, Ines Fabbro. Silenzioso il Collegio dei Revisori dei Conti che pure, per il bilancio di previsione di quell’esercizio, aveva addirittura richiesto lo stato di dissesto per l’Ateneo senese. Muto il Consiglio di Amministrazione.

Roberto Morrocchi (in conferenza-stampa)

Roberto Morrocchi
(in conferenza-stampa)

Afasico il consigliere, Dott. Roberto Morrocchi (designato da Riccaboni in CdA in rappresentanza del Comune e della Provincia di Siena), che ha anche partecipato alle trionfalistiche conferenze-stampa del Gil Cagnè dei bilanci. E tutto questo accade proprio mentre si sta concludendo, presso il Tribunale di Siena, il processo ai due precedenti Rettori, al Collegio dei Revisori dei Conti e ai tre Direttori amministrativi, accusati d’aver causato il dissesto dell’Ateneo.

Per aumentare le immatricolazioni, Riccaboni le ha tentate tutte.  Cominciò alla fine del 2010, prorogando le iscrizioni addirittura al 28 aprile 2011. Senza risultato! Allora, pensò bene di liberalizzare (unica sede in Italia) l’accesso ai corsi di laurea in Farmacia, Biologia e CTF, calpestando il DM 17/2010, adottato per assicurare adeguati livelli di qualità della didattica mediante l’individuazione del numero massimo di studenti che possono iscriversi a un determinato corso di studio, in base ai docenti e alle risorse strumentali e logistiche disponibili in ciascuna sede. Il Ministero, però, aveva autorizzato l’attivazione di quei corsi di studio sulla base del presupposto che il numero massimo di studenti fosse quello accertato dal Nucleo di Valutazione nella loro relazione e non quello auspicato da Riccaboni.

Il risultato fu che circa 1500 studenti, che non trovarono posto nelle altre sedi, si riversarono su Siena, che, per carenza di docenti, aule, laboratori, mense non poté assicurare il servizio pagato con tasse tra le più alte d’Italia. A Riccaboni, però, non importavano i disagi degli studenti e dei docenti! A lui interessava il clamore mediatico. Ecco i titoli del Corriere di Siena: «Immatricolazioni alle stelle: clamorosa impennata»; «Università, vola il mercato degli affitti: non abbiamo più case per studenti». E così furono ingannati il Nucleo di Valutazione, il Ministero, e, soprattutto, gli studenti, che avevano ricevuto una rappresentazione dei corsi di studio diversa dalla realtà. L’accesso libero, incompatibile con le strutture esistenti, provocò disagi logistici e disfunzioni nella didattica con evidente abbassamento dei livelli di qualità, efficienza ed efficacia dell’offerta formativa. I risultati si videro l’anno successivo! Rispetto all’anno precedente, Farmacia e CTF persero 920 nuovi iscritti, molti studenti si trasferirono, e nel 2014-2015 c’è stato un ulteriore tonfo, con 37 matricole a Farmacia e 60 a CTF.

Silenzio assoluto su tutto ciò: eppure dal 2011 a oggi l’Ateneo ha perso 3.852 studenti. Riccaboni, però, continua a raccontare fole e fa scrivere che «ad oggi gli iscritti all’Università sono circa 15.800 (corsi di laurea triennale e magistrale)» quando invece sono 14.236 (si veda elenco con nome, cognome e matricola). E se anche si aggiungessero i 323 iscritti ai corsi di Dottorato o i 555 iscritti ai corsi di Specializzazione si arriverebbe a 15.114 iscritti, una cifra ben lontana da quella diffusa dal “Magnifico”.

Il candidato Francesco Frati, in qualità di pro-rettore vicario, ha condiviso tutto ciò! Se continuerà a tacere, dimostrerà di essere pienamente responsabile oppure un dilettante! Tertium non datur! Comunque, in entrambi i casi inadatto a fare il rettore! E gli altri due candidati?

Pubblicato anche da:
– Bastardo Senza Gloria (26 aprile 2016) con il titolo: «Suggeriamo una attenta lettura di questo articolo del Professor Grasso sullo stato delle cose all’Università di Siena».
– il Cittadino Online (26 aprile 2016) con il titolo: «Il bugiardiere e le prossime elezioni del Rettore dell’Università di Siena». Sottotitolo: Il professor Grasso insiste con il chiedere a Riccaboni ragione di quanto dichiarato su bilancio dell’ateneo e immatricolazioni».

All’università di Siena, destinata a sede distaccata toscana, si predica l’espansione ma praticando la contrazione

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Rabbi Jaqov Jizchaq. «Nel 1892 il ministro della Pubblica istruzione Ferdinando Martini propose il progetto di soppressione dei piccoli atenei, tra i quali quello senese. La proposta fu subito contrastata da uno sciopero generale dei commercianti, dall’intervento di tutte le istituzioni cittadine e da veri e propri moti popolari, che indussero il ministro a ritirare il progetto.»

Notare la differenza coi nostri tempi bui: oggi della sorte dell’ateneo tutti se ne stracatafottono, altro che moti popolari o indignazione dei commercianti! Manca la tensione etica, l’apertura mentale. Il politico alla moda finge di prendere le distanze e somministra al popolo clisteri di retorica: del resto ho già sottolineato come all’indomani della scoperta del “buco”, politici di tutte le razze identificavano come unica medicina quella del taglio dei posti di professore e ricercatore. Cerco di essere più preciso e come disse un papa, “se sbaglio, mi corigerete”: nel 2008 a Siena c’erano 68 triennali e 46 magistrali (più qualche laurea a ciclo unico). “Troppe!”, si diceva, non senza ragione. Se ne reclamava la chiusura di alcune: “le scienze del bue muschiato”; ebbene, adesso vi sono 30 triennali e 28 magistrali, diverse delle quali piuttosto mal messe, frutto di accorpamenti e destinate ad essere soppresse nei prossimi anni con il prosieguo dei pensionamenti e la perdita prevista di un altro centinaio di docenti.

Del resto se certi corsi sono destinati a sopravvivere ancora per un lasso di tempo con accanimento terapeutico, come simulacri di quello che furono, allora è meglio l’eutanasia. Ad essere entrate in crisi non sono necessariamente “le scienze del bue muschiato”, ma alcune scienze di base e corsi non proprio inutili, da ogni punto di vista. Se anche rientreranno una manciata di docenti, il quadro non cambia, considerando che dal 2008 se ne sono persi già 344. Avevamo oltre 22.000 studenti e adesso, dice il Rettore, ne abbiamo 15.775, aggiungendo che questo pesante ridimensionamento per Siena costituisce la “dimensione naturale”. Eh, già, così è, se vi pare. Uno torna da Auschwitz e dice: “questo è il mio peso-forma”. Ma “naturale” in che senso? Cos’è “naturale” per Siena? Cortesemente, gradirei ricevere qualche delucidazione riguardo a questa valutazione. Poi non so cosa induca a pensare che il dato si sia consolidato e non sia destinato a scemare ulteriormente. Insomma, che precipitando dal grattacielo, si sia “finalmente” toccato il suolo.

Ci avviamo ad avere un terzo dei docenti di Pisa o di Firenze e per giunta mal distribuiti un po’ a casaccio: un gerontocomio, semplicemente quello che resta dopo i pensionamenti di quasi la metà di costoro, non quello che serve per portare avanti un progetto ben definito. Ma cosa intende il Rettore quando dice che «entro il 2016 entreranno a Siena circa 130 fra nuovi docenti e nuovi ricercatori»? In realtà, se sono di ruolo, non sono nuovi (si tratta di avanzamenti di carriera) e se sono nuovi, non sono di ruolo (si tratta di contratti, anche se alcuni, sperabilmente, in futuro, convertibili in posti di ruolo).

E ripeto che non capisco come, con una massa così ridotta, si possa sfuggire all’attrazione dei grandi poli regionali. Perdendo altri 5000 studenti, inoltre, Siena verrà inclusa nel novero dei vituperati “piccoli atenei” (cioè quelli intorno ai 10.000 studenti) dei quali da più parti si reclama la chiusura e che paiono incompatibili con i succitati progetti dell’ANVUR e della politica. Non solo quella di governo. Leggo infatti nel blog di Beppe Grillo: «I piccoli atenei (costosi e poco efficienti) dovranno chiudere e quel risparmio potrà essere investito per creare case dello studente presso pochi, efficienti, grandi atenei.» In effetti a questi lumi di luna mi pare sia opinione ampiamente condivisa che i piccoli atenei sotto i 10.000 studenti siano una spesa insostenibile. Soprattutto mi pare che molti italiani, non insensatamente, non la vogliano sostenere, trattandosi in larga misura di diplomifici e stipendifici per parenti o famigli delle nomenklature locali.

Porsi questi problemi mi pare lecito, se non addirittura doveroso, e un chiarimento appare non più procrastinabile. In tutt’Italia se ne parla. A Siena no; pare peccaminoso e inopportuno parlarne. Di certo da queste parti non ti fai degli amici, sollevando il discorso, nel “tempio del libero pensiero”. Sicché, nonostante l’afflato e i buoni propositi, il destino pare essere già stato tracciato e nonostante il linguaggio 2.0 degli eredi del ministro Ferdinando Martini, il proposito appare oggi lo stesso, quando dicono che sopravviveranno “pochi hub” propriamente definibili come “università”, mentre gli altri saranno ridotti a “teaching universities”, cioè sedi distaccate; ma non hanno il coraggio di ammetterlo, e non certo perché temano l’insurrezione popolare a difesa del “culturame”.

Ma non si può continuare a dire una cosa e a farne un’altra, predicando l’espansione, ma praticando la contrazione. Un po’ il contrario del Mefistofele di Goethe, che desiderava eternamente il male, e tuttavia “a sua insaputa” operava eternamente il bene: “Ein Teil von jener Kraft, die stets das Böse will und stets das Gute schafft”.

Dopo l’intervista a Grasso, appare chiaro perché il Rettore Riccaboni eviti come la peste un contraddittorio con lui

Altan eticaRingrazio di cuore Marco Sbarra per il gentile commento che ha postato alla mia intervista sui bilanci imbellettati dell’Ateneo senese.

Marco Sbarra. Caro Professor Grasso, mi spieghi un po’ una cosa, visto che di numeri Lei se ne intende.
Forse a Siena non valgono le normali regole per la redazione dei bilanci? No, perché quelli dell’Università, come dai dati precisi e implacabili da Lei forniti, sono allegramente addomesticati, ma pure quelli del Monte sembrerebbero attingere un tantinello alla finanza creativa, come da varie ed autorevoli fonti si afferma. Visto che il Professore è in pensione, perché dottor Viola non nominarlo revisore dei conti della banca? Senza forse, certe remunerazioni principesche, a prescindere dai risultati ottenuti, difficilmente potrebbero essere incamerate, ma il Monte senz’altro ne guadagnerebbe, anche come immagine.
Dopo la sua intervista, appare chiaro perché il Magnifico Rettore Riccaboni eviti come la peste un contraddittorio con Lei. Certamente non fa una gran bella figura, ma troverà il modo di consolarsi con le pacche sulle spalle che riceverà dal cerchio aggrovigliato che ancora ha l’ardire di esistere.
Io la ringrazio di cuore Professore, per la sua incessante battaglia, in primis morale, contro il potere arrogante e indecente che ha soggiogato Siena, e per il suo coraggio nel denunciare personalmente le “Imprese” dei suoi rappresentanti.
La verità è un’arma formidabile e chi ha il coraggio di manifestarla pubblicamente compie un’opera fondamentale: quella di impedire la dittatura dell’ingiustizia e del pensiero unico.

Siamo in attesa delle richieste di chiarimenti di sindaco e segretario del Pd al rettore dell’Ateneo senese!

Bruno Valentini - Angelo Riccaboni (Gil Cagnè) - Alessandro Masi

Bruno Valentini – Angelo Riccaboni (Gil Cagnè) – Alessandro Masi

Ascheri: “Black Monday : dove va ora l’Università?” (da: il Cittadino Online, 11 aprile 2016)
Il commento del professore dopo aver ascoltato l’intervista di Daniele Magrini a Giovanni Grasso. “Il sindaco dovrebbe chiedere spiegazioni al Rettore”

Mario Ascheri. Dal “Sole 24 Ore” (11 aprile c.a.), con i suoi dati drammatici sul crollo del reddito reale a Siena (siamo con Crotone e Vibo in fondo alla classifica nazionale) passo ad ascoltare dal blog Il senso della misura l’intervista di Magrini (rubrica di Sabato del 9 u.s.) sull’Università che commento superato lo sgomento iniziale. L’intervista a Giovanni Grasso – fatti i complimenti a Daniele Magrini per l’opportunità concessa di portare alla luce un problema così grave – credo ponga problemi non eludibili.

1) Il sindaco di una città seria e seriamente universitaria come Siena, intanto, dovrebbe essere il primo a dire: il Rettore risponda alle accuse che gli sono state lanciate. Si sa che c’è un processo in corso, ma l’udienza è alle calende greche naturalmente; qui invece c’è una città che io rappresento che vuole sapere: perché gli elementi richiesti da Grasso non sono stati resi noti? Le partite di giro sono state abilmente sfruttate per un attivo inesistente come lui accusa? È possibile un confronto pubblico tra tecnici delle due parti?

2) Siccome il sindaco non farà niente, conoscendolo ormai bene, ahimè, giro le domande all’avv. Alessandro Masi, responsabile PD che sostiene la Giunta Valentini e le ha dato fiducia di un inizio di svolta (anche la buona nomina dell’ottima Vannozzi pare vada però contestualizzata con conclusioni poco edificanti… vedasi ultimo post di Bastardo Senza Gloria)…

Bene, avvocato caro, sia Lei, sentita l’indisponibilità del sindaco, a procedere: sia il Pd di Siena a voler far chiaro, a convocare le parti a pubblico dibattito o a porre ed esigere le risposte anche in separata sede. Un partito sedicente riformatore e comunque responsabile in prima persona della città non può assistere a questo scempio che sembra addirittura doloso della sua Università. Sentire per credere. E Lei è un tecnico iscritto come me all’Albo.

3) Indipendentemente da Valentini e Masi, l’intervista pone un problema serio ai tre candidati al Rettorato.

L’università con i suoi docenti, lo sanno anche i sassi, non ha brillato durante la grande crisi di Siena, e si capisce: era essa stessa immersa fino al collo in… difficoltà, chiamiamole così. Ma ora come possono i Magnifici Tre non tener conto delle dichiarazioni di Grasso? Siano loro stessi a promuovere la chiarezza, non Vi pare? Se io fossi un elettore lo pretenderei con forza, altrimenti non ti voto e non vado neppure a votare: Candidato bello, mi dici che ne pensi di questo inghippo serio?

Proprio per l’impossibilità di fronteggiare i pensionamenti, a Siena non solo la ricerca ma la stessa didattica è in crisi nera

OmbraRabbi Jaqov Jizchaq. (…) meno nobile della citazione di Michelstaedter; meno icastico dell’eloquio del conte Mascetti, il mio discorso insiste pedantemente sul punto:

1) «La prima missione dell’università è la didattica, ma sembra proprio che ce ne siamo dimenticati. L’affastellarsi incoerente di leggi, di provvedimenti, di regole e prescrizioni di ogni tipo la stanno infatti relegando in un angolo, rendendola sempre meno centrale ed efficace e sempre più difficile da decifrare, aggiornare e innovare.» (A. Stella)

Scusate se commento il brano citando nuovamente Galli della Loggia, ma i suoi due interventi recenti sul Corriere della Sera intorno a quest’argomento mi pare che centrino perfettamente il problema. Soggiungo che in questa problematica, Siena è immersa fino al collo anche per un surplus di disgrazie locali, e non odo risposte o proposte, né dall’attuale rettore, né dai candidati futuri rettori. Non si dice Sì-Sì o No-No, ma al massimo qualche ecumenico ed elettoralistico “ma anche“. Per quanto la sopravvivenza dell’ateneo investa il destino della città (della cui economia l’università rappresenta una gamba), tacciono i media e il mondo politico, tranne che per dar luogo, di tanto in tanto, a polemiche sterili o autoincensamenti inopportuni. Ma in definitiva il partito prevalente è quello dei fatalisti.

Il Rettore dice che nonostante la fuoriuscita di circa 500 docenti (uno su due) il rapporto docenti/studenti a Siena è ancora alto. Che dire? Tra breve avremo un terzo del corpo docente di Pisa o di Firenze. Se non ti è bastato di tramortirli, allora ammazzali e buonanotte! Un cupio dissolvi. Certo è che se continui a perdere studenti a migliaia e a chiudere corsi di laurea a decine, i docenti saranno sempre “troppi”: al limite, puoi fare a meno di tutti i docenti, semplicemente chiudendo l’università e dandoti finalmente all’agricoltura (già tremano gli ortaggi). Non so che cosa ne farai dei 1000 amministrativi (il doppio all’incirca dei docenti), ma se fossi il sindacato mi preoccuperei fortemente, anziché assecondarli, udendo certi discorsi intorno ad un ateneo ulteriormente ridimensionato. Gli anni passati sono stati caratterizzati da uno sfruttamento nero di giovani docenti, spesso poi non stabilizzati (di quelli capitati in questo decennio, nessuno lo è stato), dichiarati anzi oramai “vecchi” e dimenticati al grido ipocrita di “largo ai giovani!”, cioè a truppe fresche pronte per essere a loro volta immolate. Una generazione polverizzata. In questo gerontocomio dove i “giovani” sono “quarantini” o “cinquantini” (per dirla alla Montalbano) non entra di ruolo un cane da dieci anni: come si fa a dire che i docenti sono ancora troppi?

2) A proposito della strisciante trasformazione di molti atenei di media dimensione (specie meridionali) in “teaching universities”, onde favorire “pochi hub” della ricerca, dapprima il professor Galli della Loggia si chiede: «paradossalmente ciò sta avvenendo senza che nessuno lo abbia discusso veramente. Senza che nessuno abbia discusso la questione cruciale. Vale a dire: che cosa si deve fare del sistema universitario italiano? Come deve essere? Puntare su poche sedi già oggi in buona posizione per cercare di farne dei veri centri di eccellenza di livello europeo può essere giusto, ma che fare allora delle altre e quali caratteristiche queste debbono avere?».

L’Anvur si fa arbitro di distinguere fra teaching e researching universities: «ad alcune si potrà dire: tu fai solo il corso di laurea triennale. E qualche sede dovrà essere chiusa».

Nel mio piccolo mi chiedo se non vi sia un circolo vizioso nel praticare una politica che premia grossi atenei principalmente in base all’ammontare dei prodotti della ricerca, destinando con ciò per sempre molte sedi minori ad “università d’insegnamento”, cioè sedi distaccate di grossi atenei, sol perché, appunto, inevitabilmente, sfornano meno “prodotti”. Difatti non è chiaro come possa competere in assoluto, anche sul piano della mera quantità, e dunque trovare risorse sufficienti per emanciparsi e crescere, un ateneo come Siena che, pur avendo ricevuto in passato buone valutazioni, si avvia a perdere metà degli addetti alla ricerca e ad avere mille ricercatori in meno rispetto a Pisa o a Firenze. Diconsi mille, che se anche ciascuno sforna un articolo all’anno, sono nel quadriennio della VQR quattromila “prodotti” sfornati da ciascuno dei nostri ingombranti vicini da aggiungere al paniere.

È evidente che il contentino per essere stati, nonostante tutto, bravini, nei settori non ancora spazzati via dalla crisi, è di per sé insufficiente per ribaltare la sorte: non c’è partita, e mi domando quanto tempo passerà prima che il piccolo satellite venga definitivamente risucchiato dalla forza d’attrazione dei grandi pianeti a lui vicini. Più che una valutazione, questa distinzione fra sommersi e salvati sembra dunque essere una decisione presa a priori, una sorta di predestinazione calvinista parto di menti imperscrutabili e onnipotenti, e l’appello ai risultati della VQR, appare dunque soltanto un espediente retorico. Siena, nonostante le soddisfacenti performances nella ricerca, in questa cornice, pare destinata a diventare qualcosa che nell’idioma italico, accantonando per un attimo gli anglicismi, non so tradurre se non come “sede distaccata”. Ma può esistere un ateneo per metà “teaching” e per metà “researching” dove la prima metà costituirebbe un’insopportabile zavorra per la seconda metà? E i settori votati alla ricerca ripiegano definitivamente sull’insegnamento sol perché vanno in pensione i docenti? Sarebbe questa la misura dell’eccellenza?

3) Inoltre, in numerosi suoi comparti, proprio per l’impossibilità di fronteggiare le massicce uscite di ruolo, a Siena non solo la ricerca, ma la stessa didattica è in crisi nera: mi pare un autentico circolo vizioso. È curioso come la svalutazione della didattica si accompagni, in modo contraddittorio, col proposito di riduzione di gran parte degli atenei medio-piccoli a “teaching universities“: la didattica intesa perciò come cattiva didattica, in quanto punizione, una didattica dequalificata, frutto di un castigo, da somministrare evidentemente a chi non ha soldi o voglia per migrare verso gli atenei maggiori? Cose ‘e pazz’…. sembra che la didattica non abbia bisogno di risorse e competenze. In un successivo e già citato intervento, Galli della Loggia riassume così il processo che vede la progressiva marginalizzazione di tutti i comparti che, per intenderci, ho chiamato “teoretici” e delle scienze pure (quelli che qui a Siena chiamano “la cultura”): «Detto in breve, dall’insegnamento universitario – e quindi prima o poi anche dall’intero universo di capacità conoscitive e di studio degli italiani – dovrà scomparire innanzi tutto il passato. L’Italia non dovrà più interessarsi di alcun aspetto del mondo che abbiamo alle spalle, dei suoi eventi, delle sue idee, delle sue produzioni artistiche. Ma non solo. Dovrà farla finita anche con una buona parte di quei saperi astratti come la filosofia, la matematica, o con altre scienze esatte non sufficientemente utilizzate dall’apparato produttivo.»

Questo processo, specialmente in ordine a quelli che Galli definisce i “saperi astratti”, è visibilissimo anche a Siena, ateneo che ha sostanzialmente deciso di farne a meno, compattandosi (volente o no, con l’uscita di ruolo di un professore su due) attorno ad alcuni settori di carattere eminentemente applicativo. Anche i cultori improbabili del “piccolo è bello” dovrebbero dire allora, senza infingimenti (“ahhh! A noi ci interessa tanto, ma tanto la cultura!”):

a) quali settori s’intendono portare avanti per un ateneo fatto solo di poche “eccellenze”.

b) una volta presa la decisione, che non discuto, cosa farne di chi, pur non essendo individualmente un idiota, lavora in altri settori rimasti sguarniti e perciò stesso destinati all’abbandono, atteso che tutto ciò con la “meritocrazia” ha poco a che vedere, e che la vita di decine di persone non è nella disponibilità di un Rettore (presente o futuro).

Ricordo che anche in questo blog taluni sostennero illo tempore che la fuoriuscita di circa 500 “vecchi” avrebbe fatto largo finalmente ad altrettanti giovani: non si rendevano conto, tapini, che essa preludeva semplicemente alla soppressione di circa 500 insegnamenti e altrettanti posti di lavoro. Sarà grasso che cola se in futuro ne verranno recuperati il 10% (ma ne dubito). Dieci anni di congelamento di turnover e carriere hanno fatto fuori buona parte di quella generazione che avrebbe dovuto costituire il ricambio dei “vecchi”. C’è da esserne fieri.

Sarei contento se i candidati rettori mi spiegassero dove sbaglio.

Elezioni del rettore: quando il rigore è solo meteorologico conduce a una glaciazione pleistocenica delle coscienze e dei cervelli

Felice Petraglia - Alessandro Rossi - Francesco Frati

Felice Petraglia – Alessandro Rossi – Francesco Frati

Partita in anticipo, la corsa per il rettorato prosegue sottotraccia e in silenzio, non considerando le brevi interviste di un giornale locale ai tre candidati e il ritratto dell’Eretico di Siena a uno dei papabili. Tuttavia, non mancano le mistificazioni di docenti e gruppi (interni ed esterni all’Ateneo) che, nel segno della continuità con la gestione attuale o di un’inesistente discontinuità, cercano di chiudere, in modo definitivo e con il candidato giusto, il capitolo delle responsabilità del default economico-finanziario e istituzionale dell’Università di Siena, ormai avviate alla prescrizione.

Iniziò sei anni fa Riccaboni, eletto con l’aiuto di Tosi, cui deve tutto: la presidenza del Nucleo di valutazione d’Ateneo, il Cresco, la presidenza di Facoltà, l’incarico di prorettore ad Arezzo. E difatti, negli stessi giorni del suo insediamento a rettore, Riccaboni ricevette una telefonata da Tosi (10 novembre 2010): «Non incontriamoci al Rettorato! È meglio vederci al solito posto!» E così nella squadra di Riccaboni si ritrovarono gran parte dei tosiani. E Francesco Frati, per quasi sei anni prorettore vicario, è oggi candidato a rettore nel segno della piena continuità con il mandato di Riccaboni e con il sostegno di una parte dei fedelissimi di Tosi. Perciò tosiano anche Frati, per affiliazione simbolica. L’altro candidato, Felice Petraglia (che intende aprire un dialogo «trasversale e senza rotture con il passato con tutte le componenti dell’ateneo»), è tosiano d’acciaio da sempre ed è sostenuto dal gruppo più numeroso dei seguaci di Tosi. Quindi Frati e Petraglia, due volti della stessa medaglia e seguaci del grande timoniere Tosi. C’è però, il terzo candidato, Alessandro Rossi, che alla domanda (continuità o discontinuità?) così risponde: «l’oggi nasce sul passato, ma per avere futuro occorre la svolta.» Sì! Va bene! È tosiano anche lui? Rispondiamo con i fatti. Ha deposto in aula contro Tosi nel corso di un processo; si può considerare tosiano?

Ripeto sempre che la crisi dell’Università di Siena, cominciata nella seconda metà degli anni ’80, è stata ed è, prima di tutto, crisi culturale e morale. Ebbene, sfogliando le newsletter dell’ateneo, si scopre che il 19 ottobre 1998, Alessandro Rossi (a quel tempo professore associato) aveva già colto questi elementi. Infatti, scriveva: «L’Università è quindi oggi chiamata a riedificare un proprio ethos dal quale recuperare la propria identità e il proprio ruolo trainante nei confronti della società civile e con essi recuperare il senso d’identificazione che il cittadino deve avere nei confronti di quest’istituzione. (…) È improbabile un suo riscatto culturale e scientifico senza un’adeguata premessa etica. L’Università edificata su terreni rivelatisi instabili (l’ingresso in Europa sta accentuando il rischio sismico), non potrà sostenersi aggiungendo pur robusti contrafforti (leggi riforme) se parallelamente non sono abbattute quelle parti sorrette dalle precarie trabeazioni dell’etica dell’arbitrio. Quest’ultima trova ancora oggi uno dei propri sostegni nell’irrisolto conflitto di matrice novecentesca tra persuasione e retorica. La mancanza di una reale persuasione (in primo luogo del corpo docente) sulla funzione culturale e morale trainante dell’Università all’interno della società lascia, infatti, ampi spazi alla retorica e quindi al mito riformista. (…) Più in generale, nessun’ingegneria normativa di per sé potrà risolvere problemi che sono in primo luogo di natura morale e culturale. Ciò non significa che la strada delle riforme non debba essere percorsa, a condizione però che a esse si chieda solo ciò che possono offrire: un’architettura organizzativa con espliciti confini dei comportamenti legittimi. Esiste attualmente una distanza, non solo dialettica, tra etica e legittimità, tra “il sé” e “l’io”, che deve essere colmata per evitare il rischio che il generale e purtroppo spesso generico appello al rigore assuma solo un significato meteorologico sino a condurre ad una glaciazione pleistocenica delle coscienze e dei cervelli.»

Pubblicato anche da: Il Cittadino online (6 aprile 2016) con il titolo «Elezioni del Rettore: in cerca di rigore. E di un risveglio delle coscienze. (Giovanni Grasso passa in rassegna i candidati al ruolo. Tra continuità e discontinuità)».

Ritratto di scuola in un interno nelle elezioni per il Rettore dell’Università di Siena

Raffaele Ascheri e Felice Petraglia

Raffaele Ascheri e Felice Petraglia

Nel dibattito sulla grande corsa per la poltrona di Magnifico dell’Università si è inserito Raffaele Ascheri che, nel suo blog Eretico di Siena, ha pubblicato uno stimolante ed efficace articolo sul candidato Felice Petraglia.

Il professor Petraglia, vaticanista Felice… (Da: Eretico di Siena, 18 marzo 2016)

Raffaele Ascheri. L’aspetto pare piuttosto ordinario, per non dire vagamente dimesso ed anonimo: ma dietro l’apparente basso profilo, il professor Felice Petraglia è una autentica macchina da guerra di potere accademico. Molto vicino all’ex Magnificissimo Tosi, Petraglia sta da tempo scaldando i muscolini in attesa delle imminenti elezioni. Sul Curriculum specifico, poco da obiettare: più di 600 pubblicazioni su riviste scientifiche, più la propria firma su una trentina di volumi scientifici.

Ciò che più impressiona, però, è il legame diretto, esplicito e personale con il Vaticano: Petraglia è Consigliere di Scienza e vita, potente lobby pro-life creata ad arte nel 2005, con benedizione di Ruini, per affossare – grazie all’astensionismo, non alla forza delle idee – la Legge sulla Procreazione assistita. Già questo inquieterebbe un pochino, per il rischio di imprimere una svolta decisamente filoclericale all’Università locale; non bastasse, ecco che dal febbraio 2011 il Nostro è un insider della Pontificia Accademia Pro vita, diretta emanazione vaticana.

Per raccattare consensi pesanti, però, il Nostro è comunque pronto a passare da Ratzinger al Paganesimo politeista della Classicità: la settimana scorsa, l’abbiamo visto seguire con grande attenzione una stimolante lezione, incentrata sulla capacità del politeismo greco di essere sbeffeggiato. C’era da omaggiare, in quella occasione, il professor Maurizio Bettini, uno che verosimilmente qualche voto lo può orientare, dal settore umanistico. Un po’ di sano pragmatismo preelettorale, dunque, val bene un’oretta in compagnia degli Dei (nostro faro religioso, come più volte scritto)? In ogni caso, tornando alla deriva cattolicheggiante di cui sopra, il politeismo va bene in campagna elettorale, perché l’imprinting è appunto ben altro.

La ciliegina finale, infatti, è dedicata alla cappella che si trova nel cuore del suo regno, appunto l’Ostetricia delle Scotte: cappella dedicata a Gianna Beretta Molla! Il nome dirà qualcosa solo agli esperti di cose religiose ed agli ascoltatori di radio Maria. Gianna Beretta Molla è proprio la “benemerita” che preferì darsi la morte, nell’Italia del 1962 (non curandosi un fibroma all’utero), pur di cercare di fare nascere la sua quarta creatura (aveva già tre figli, la pasionaria antiabortista); la “benemerita” che la Chiesa cattolica ha innalzato agli onori, facendola prima Beata e poi – non fosse bastato – Santa, grazie al misticismo morboso ed all’antiabortismo militante del Pontefice polacco. La Giovanna d’Arco antiabortista, insomma: questa è Gianna Beretta Molla. Un modello da imitare, pare di capire. Meno male che siamo in uno Stato laico, meno male che siamo in una città di Sinistra (sic).

Ciò detto, al netto di tutto quanto il resto (continuità con Tosi et alia), è proprio ad un solerte oltranzista filovaticano di questo stampo, che vogliamo affidare le chiavi dell’Università senese? Almeno questo, per Zeus, ci venga risparmiato, in questa città: almeno questo…

Sulla trasparenza Riccaboni è arrivato prima di Renzi. Che ne pensano i candidati a Rettore dell’Ateneo senese?

10 dicembre 2010: «Dalle vicende dell’università di Siena emerge la mancanza di trasparenza assurta ad ordine di governo»

17 febbraio 2011: Università di Siena: «preconsigli» di Amministrazione, un ritorno al passato

11 maggio 2011: Una lezione di democrazia a chi ostacola la trasparenza nell’università di Siena

8 giugno 2011: Davvero qualcuno pensa di usare un “Madoff italiano” per risanare l’università di Siena?

27 luglio 2011: Le sorti dell’Università di Siena nelle mani di un Madoff senese?

11 novembre 2011: Università di Siena: dissesto economico, sequestro di beni e inaugurazione dell’anno accademico

20 novembre 2011: Per la comunità accademica Riccaboni non è più il rettore dell’Università di Siena

27 agosto 2012: La casa dei misteri: Palazzo Bandini Piccolomini a Siena

30 agosto 2012: Ateneo senese: la trasparenza invisibile

11 febbraio 2013: È necessaria l’interdizione di Riccaboni dalla carica di rettore dell’Università di Siena

11 marzo 2014: «Lascia perdere, all’università di Siena si è sempre fatto così!»

25 ottobre 2014: È in arrivo il Direttore Generale dell’Università di Siena